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martedì 19 20 Novembre19

Stop turbocapitalismo, manager Usa per nuova economia sociale

Basta turbocapitalismo solo guadagno. Documento di 200 top manager americani di aziende del calibro di JP Morgan, Amazon, BlackRock, General Motors, per una nuova economia sociale. Non più “earning first” (prima il guadagno), ‘l’ideologia del mercato’ a prevalere su ogni aspetto della società umana (Chomsky), ma una visione più ampia ed allargata della responsabilità manageriale ed aziendale. Ambiente, gas serra, l’impronta idrica, il consumo di energia, le politiche per i lavoratori ed altri parametri etico-sociali.

Non più “earning first” (prima il guadagno)

Nel “bailamme” politico estivo, una notizia è passata un poco sotto silenzio. Eppure, rappresentata un fondamentale punto di svolta economico, etico e culturale. Circa duecento top manager americani, amministratori di primarie aziende del calibro di JP Morgan, Amazon, BlackRock, General Motors, hanno sottoscritto un importante documento: si impegnano a mantenere attenzione costante al profitto ed agli azionisti ma, nello stesso tempo, tengono conto dell’ambiente, dei dipendenti, dei fornitori, dei clienti e consumatori, delle comunità locali. Non più “earning first” (prima il guadagno), come teorizzato a suo tempo dall’economista Milton Friedman, ma una visione più ampia ed allargata della responsabilità manageriale ed aziendale. Forse anche una risposta, questa, ai movimenti politici sovranisti e populisti che sempre più fanno sentire la propria voce in occidente.

Da Luttwak a Chomsky

Per la verità, questa presa di posizione arriva con un certo ritardo in Europa, ed in Italia, dove già da anni molte importanti aziende si premurano di pubblicare ogni anno, oltre al bilancio tradizionale, il bilancio etico e di sostenibilità, dove indicano le emissioni di gas serra, l’impronta idrica, il consumo di energia, le politiche per i lavoratori ed altri parametri etico-sociali. Primi passi di un cambiamento che necessariamente dovrà affermarsi. Si fanno sempre più pesanti, infatti, le critiche al neoliberismo, o al cosiddetto turbocapitalismo. Questo termine, coniato da Edward Luttwak e fatto proprio dal filosofo, economista e “tuttologo” Noam Chomsky, descrive visivamente il convulso mondo finanziario contemporaneo che, prevalendo, impoverisce il livello di vita di tutti noi.

Torna Olivetti su Modigliani

Nel suo libro “Le dieci leggi del potere”, Chomsky stigmatizza l’assurda ideologia che il mercato possa prevalere su ogni aspetto della società umana”. Un bel cambiamento rispetto a chi, come l’economista e premio Nobel Franco Modigliani, in una intervista di oltre trenta anni fa, affermava tranquillamente, e con convinzione, che “l’economia non si occupa dei problemi del sociale”. Eppure, parliamo di una esigenza sentita da secoli. Il comunismo ha dimostrato i suoi limiti applicativi, il capitalismo vincitore ha travalicato da tempo i livelli di sopportabilità, con questa finanza che arricchisce pochi e distrugge la vita di popoli interi. In Italia stiamo ancora pagando gli strascichi della crisi finanziaria del 2007, con migliaia di aziende fallite e perdita di milioni di posti di lavoro.

L’economia sociale di mercato

Nel tempo, si sono cercate nuove strade: l’economia sociale di mercato, l’economia circolare, la dottrina sociale della Chiesa. A quest’ultimo proposito, già nel 1800, il beato Giuseppe Toniolo, economista, era alla ricerca di soluzioni che mettessero al centro l’essere umano. Non hanno mai trovato applicazione diffusa proprio per il prevalere continuo della ricchezza, del profitto, della voglia di far soldi. Costi quel che costi. Passando sulla pelle di chiunque. Facendo guerre, se necessario. Trucidando popoli interi, se utile allo scopo. Che fare? Nessun uomo, anche carismatico, ma anche nessun singolo Paese può far niente di concreto. Nonostante il convincimento di qualche politico d’arrembaggio contemporaneo. Ci sarà sempre qualche potenza che si metterà di traverso.

L’arroganza globale

La politica ecologica, la guerra dei dazi e l’arroganza globale di Donald Trump sono un esempio. Bisogna pensare ad accordi globali che mettano, soprattutto, un freno e regole precise e stringenti a questa economia finanziaria che ha ormai un impatto troppo forte e deleterio sulla vita della gente comune. Si è svolto, in questi giorni, il tradizionale forum annuale dei banchieri centrali, a Jackson Hole, nel Wyoming, per prendere accordi in materia di tassi d’interesse e di politiche monetarie. Perchè non penare a qualcosa di simile anche nella regolamentazione della finanza? Di quelle attività, ormai così complesse, che somigliano sempre più a scommesse su scala globale?

Regole oppure 1929 – 2007

Scommesse che possono sconvolgere il mondo. Qualcosa di simile a quanto proposto fu fatto a Bretton Woods, nel 1944 per darsi un sistema di regole e procedure per controllare la politica monetaria internazionale. Perché non riprovarci oggi, prima che le cose sfuggano al controllo? Certo, allora si stava per uscire da una guerra, la coesione tra gli Stati firmatari era diversa, ma basti pensare che ci sono oggi colossi bancari nel mondo che già tremano all’idea di quel che potrebbe succedere. Lo abbiamo visto nel 1929 e nel 2007. Se dovesse accadere ancora, con la montagna di carta fasulla che c’è in giro per il mondo, il disastro sarebbe epocale.

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