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domenica 22 Settembre 2019

Amazzonia in fiamme, G7 pompiere, Bolsonaro vergogna, Trump ipocrita

La casa brucia. Le proteste sulla politica criminale del Brasile in Amazzonia cambiano l’agenda del G7. Macron costretto a porre la preoccupazione per gli incendi al centro del vertice, sospeso tra recessione e i dazi Usa-Cina

I Grandi scoprono che il fuoco brucia

Il mondo contro Bolsonaro: «La nostra casa sta bruciando». E ora il vergognoso Bolsonaro invia l’esercito perché teme le sanzioni internazionali e definisce la foresta che lui sta consentendo di distruggere «parte essenziale della storia del Brasile». Trump, pronto ad iutare per spegnere l’incendio, quello delle foreste ma sopratutto quello che rischia di bruciare il suo amico e sodale politico in America latina, con cui nega i cambiamenti climatici nel mondo.
Quello di cui ha paura il presidente brasiliano sono eventuali sanzioni visto che il problema sarà affrontato, per volere del presidente francese Emmanuel Macron, dal G7 che inizia oggi in Francia. Di fronte al dramma ambientale, il presidente boliviano Evo Morales ha chiesto ieri una riunione urgente dei ministri degli Esteri dei Paesi che integrano l’Organizzazione del Trattato di cooperazione amazzonica, mentre il capo indigeno Raoni ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per «far andar via Bolsonaro il più presto possibile».

G7 ecologista costretto e sospetto

L’Amazzonia non invitata, si impone a forza come primo capitolo dell’agenda del G7 di Biarritz. Ma alla spalle, la Grande Foresta polmone del mondo, ha alle spalle gli incendi che hanno devastato le sue sorelle artiche in Siberia e Alaska. Mossa politica francese non solo ambientalista. Difesa dell’Amazzonia polmone della terra argomento sovranazionale. Multilateralismo necessario contro nazionalismi e sovranismi da ‘America first’. Messaggio politico chiaro verso Washinton e sovranismi minori e mediterranei vicini di casa ma attualmente in crisi.
Bolsonaro fascista reietto ha «mentito» sui suoi impegni a favore della protezione dell’Amazzonia, accusa la Francia, che non firmerà l’accordo Ue-Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay) di aiuti. Germania, seguita dalla Norvegia, ha sospeso il finanziamento all’Amazon Fund. Bolsonaro replica con l’accusa accusa di «mentalità colonialista».

Deforestazione e incendi non per caso

Fuori dal G7 (ma più importante), alcuni dettagli da Roberto Zanini che trovi sul Manifesto. La ‘bancada ruralista’, la lobby parlamentare più potente del Brasile. Oltre 200 i parlamentari del Frente parlamentar da agropecuaria agli ordini degli agrari brasiliani. «Bancada da boi», la ‘lobby del bue’. Ottava agricoltura del pianeta, in Basile, un 1% di latifondisti possiede il 45% dei terreni coltivabili. Il Brasile è il primo esportatore mondiale di carne, di soia, caffè, arance, canna da zucchero ed etanolo.
Agro bilancia commerciale in attivo di 87 miliardi di dollari. Questa macchina immensa ora punta all’oro verde dell’Amazzonia, sterminata quantità di terra vergine protetta a fatica (e ora sempre meno) da leggi che limitano latifondisti e minatori. Dare fuoco a ciò che resta dopo il passaggio dei disboscatori è la pratica conclusiva dell’invasione di terre protette, accusano in Brasile, popoli originari scacciati e persone sensate.

L’hashtag #BoycottBrazil nel mondo

Brasile e non soltanto. La fiamme si stanno propagando anche al Pantanal, la più grande zona umida del mondo tra Mato Grosso, Mato Grosso do Sul, Bolivia e Paraguay, ricchezza impressionante di flora e di fauna. E, con l’arrivo dell’estate amazzonica, segnala Claudia Fanti, si teme che gli incendi possano raggiungere il Parco nazionale del Tumucumaque e le altre aree protette della vasta riserva naturale Renca. Ma non solo Brasile, dicevamo. In Bolivia le fiamme hanno ormai divorato quasi 750mila ettari di foresta tra i dipartimenti di Santa Cruz e Beni. Lì comanda Evo Morales, noto come difensore dei diritti della «Madre Terra», ma criticato internamente per l’impulso dato alle estrazioni minerarie a scapito degli ecosistemi locali. Morales, in campagna elettorale per la rielezione, viene accusato di non essere intervenuto in maniera tempestiva, minimizzando la tragedia in corso.

G7, sette partecipanti ma i Grandi?

Oltre l’Amazzonia tante questioni brucianti aperte nell’elenco di Anna Maria Merlo. La Cina, con le minacce di recessione mondiale causate dalla guerra commerciale con gli Usa, l’Iran e l’accordo sul nucleare denunciato da Trump proprio a un G7. La Russia non è più presente dal 2014, con Trump che ora la rivuole senza condizioni, ma per l’Europa pesa ancora l’Ucraina. G7 di sempre minor conto. Solo il 12% della popolazione mondiale e il 45% del pil con i sette che non sono ormai neppure i più ricchi. Secondo dati Ocse, nel 2014 l’1% più ricco incamerava l’11% del reddito mondiale, quasi il doppio del 2006. Cioè le diseguaglianze aumentano sia tra zone geografiche che all’interno dei singoli paesi.
«Sulla guerra commerciale e delle monete il G7 non è la sede più adatta, ma il conflitto Usa-Cina resta centrale, con il rischio per l’Europa di rimanere schiacciata in mezzo. Biarritz è l’ultima possibilità per rilanciare il multilateralismo: il 2020 sarà un anno buio, con la presidenza del G7 agli Usa e quella del G20 all’Arabia saudita».

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