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domenica 22 Settembre 2019

Afghanistan, cambio della guardia tra ‘signori della guerra’

Esercito che va esercito che viene. Il grande ritorno dei ‘signori della guerra’ afghani, a dare il cambio alla versione moderna dello stesso potere armato.

Afghanistan a mano armata

Alla fine è soltanto un ipocrita gioco di parole. La ritirata dei nostri eserciti moderni sotto bandiera Nato a istigazione americana, per lasciare il passo ai vecchi ‘signori della guerra’ afghani, al loro ritorno, la versione forse meno moderna dello stesso potere armato. «Il grande ritorno dei signori della guerra in Afghanistan» racconta Jean-Pierre Filiu, su Le Monde, provando a spiegare il futuro prossimo afghano che mai potrà comunque giustificare la montagna di cadaveri e di soldi che venti anni di vendetta Usa dopo le Torri Gemelle, è costata al mondo (tanti italiani morti compresi).

Vent’anni dopo la caduta dei taliban

«Moderni signori feudali – li racconta Filiu su Internazionale – che ora cercano di prendere il controllo di una o di un’altra provincia, puntando sul clientelismo anziché sulla violenza, spesso coltivando la loro immagine internazionale». Tutti preoccupati della campagna per le elezioni presidenziali del 28 settembre (la loro, ma un po’ anche quella di Trump che lo spinge ad andarsene di corsa), ma soprattutto dei negoziati tra gli Stati Uniti e i taliban. Col ritiro Usa, meno potere centrale e più spazio per ognuno di loro, da conquistarselo con la sola cosa che sanno fare bene, la guerra.

La fretta elettorale di Donald

Trump vuole a tutti i costi ritirare il suo contingente dall’Afghanistan e monetizzare il ritorno per le presidenziali 2020. Disposto ad accontentarsi delle rassicurazioni dei taliban sulla caccia alle reti collegate ad Al Qaeda e al gruppo Stato islamico presenti in alcune aree afgane. Ma gli accordi si fanno, insegna il profondo centrasia, per poterli poi rifare, amici e nemici sempre da rinnovare. Il presidente Ashraf Ghani, al potere a Kabul dal 2014, che si troverà ad affrontare Abdullah Abdullah, il suo attuale capo di governo imposto. Parteciperà alla corsa anche Gulbuddin Hekmatyar, uno dei più accaniti signori della guerra, alleato pashtun dei taliban finché non raggiunse un accordo di riconciliazione con Ghani nel 2016. Se si vuota senza scannarsi è già miracolo.

La rinascita dei feudi taliban

Ora scopriamo, grazia a Jean-Pierre Filiu, che invece di investire nella campagna presidenziale, i principali feudatari stanno lavorando per consolidare il loro radicamento locale. Esempio, Atta Mohammad Noor, il padrone tagico di Mazar-e-Sharif, che non ha escluso una candidatura presidenziale. Per ora preferisce controllare il grande incrocio commerciale del nord, incluso il traffico redditizio con il vicino Uzbekistan, dichiara a Le Monde. Lui comunque è pronto a tutto: a continuare a imporre i suoi diritti di passaggio medioevali, a fare la guerra per difendere il suo territorio, a fare politica nazionale se gli conviene. Lo stesso – sempre Jean-Pierre Filiu- sta avvenendo nella valle del Panshir, dove il leader tagico Bismullah Khan Mohammadi si sta mobilitando in nome della crescente minaccia dei taliban.

Anche memorie post sovietiche

La milizia guidata dall’uzbeco Abdul Rachid Dostum, presunta forza d’ordine. Ex generale comunista che nel 1992 si era unito alle forze antisovietiche per contenere i taliban, e che dal 2014 è vicepresidente della repubblica. Dostum è tornato da un esilio volontario in Turchia, in fuga per crimini sessuali. Chierichetti pochi da quelle parti. La crescente influenza dell’uzbeco preoccupa la roccaforte tagica vicina a quella di Dostum. E se scendi dal nord del Paese, sull’altopiano centrale trovi la minoranza sciita hazara determinata contro i jihadisti sunniti. Mentre migliaia di sciiti afgani hanno combattuto sotto il nome di ‘fatimidi’, all’interno delle milizie filoiraniane in Iraq e Siria.

Usa sanno ciò che fanno?

Viene da sorridere immaginare l’azzardo di qualsiasi spia o analista Usa che provi a spiegare certe complessità all’attuale Casa Bianca. Previsione sciagurata ma molto probabile, quella di un possibile fronte ‘antitutto’, taliban compresi, diviso tra i miliziani tagichi e uzbechi, o anche i fatimidi (hazara sciiti), sullo sfondo di regolamenti di conti tra signori della guerra. Oltre all’esito delle elezioni presidenziali, questa frammentazione porta minacce di vario genere, avverte Filiu. Ora i taliban, interlocutori unici degli Stati Uniti, possono rappresentarsi come garanti dell’ordine e della stabilità. Ma era già accaduto, prima del 2000, che in nome della lotta contro i signori della guerra che i taliban avevano conquistato Kabul in passato.

La finta ‘non sconfitta’

«Quando una grande potenza perde una guerra con un nemico molto più debole, in un paese molto più povero, non può di fatto ammettere la sconfitta», scrive Gwynne Dyer. Se/quando gli ultimi 14mila soldati statunitensi rimasti e i loro colleghi delle forze aeree se ne dovessero andare, sarà la fine dei giochi per il governo ‘fantoccio’ (come lo chiamano i taliban) del presidente Ghani. Funzionari del governo ufficiale afgano sono stati autorizzati a presenziare all’ultima sessione delle trattative di pace in Qatar, ma ‘a titolo personale’, senza poter negoziare alcunché. «Il governo di Ghani dovrà accettare qualunque accordo stringeranno gli Stati Uniti, e sa perfettamente che sta per essere scaricato. Dopodiché lui e i suoi non avranno altre opzioni che quella di rubare quanto più potranno, e di andarsene prima che la situazione precipiti».

AVEVAMO VISTO, AVEVAMO DETTO

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