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domenica 22 Settembre 2019

Kashmir, ciò che il mondo fa finta di non vedere

300 proteste e 4mila arrestati nella repressione indiana. Dopo giorni di blackout totali, le autorità di New Delhi ammettono ufficiosamente che la situazione non è sotto controllo. I primi morti, mentre gli agenti fanno irruzione nelle case, le devastano e si portano via gli uomini

Rapina di Stato a mano armata

I pochi dati certi da agenzia stampa. (Ansa) – «Almeno 2.300 persone, per lo più giovani uomini, sono in stato di detenzione nel Kashmir amministrato dall’India durante un blocco di sicurezza e un blackout delle comunicazioni, imposto per ridurre i disordini dopo che New Delhi ha revocato l’autonomia della regione contesa col Pakistan. La legge sulla sicurezza pubblica consente di essere trattenuti fino a due anni senza processo.
Migliaia di truppe indiane inviate nella valle del Kashmir, una delle regioni più militarizzate del mondo, per controllare i posti di blocco. Le comunicazioni telefoniche, la copertura dei telefoni cellulari, i servizi internet a banda larga e la tv via cavo sono stati interrotti. Due vittime in uno scontro a fuoco nel distretto di Baramulla».

Primi morti della guerra che verrà

I primi due morti dal 5 agosto, quando il governo indiano di Narendra Modi ha declessato Jammu e Kashmir da «stato autonomo» in ‘regione indiana’, in barba alla Costituzione originaria recentemente rifatta in chiave fortemente nazionalistica e induista. «Da allora, l’intera valle del Kashmir e i suoi quasi otto milioni di abitanti sono sottoposti a un regime restrittivo durissimo», denuncia Matteo Miavaldi sul Manifesto. Blocco delle telecomunicazioni, divieto di assembramento e arresti preventivi. Coprifuoco da stato di guerra. E la tentata riapertura delle scuole, ritorno di immagine alla normalità, con le aule rimaste deserte in città di fantasmi serrati in casa.

La rivolta cova e fa paura a Delhi

Città semi-deserte nelle foto dalle maggiori agenzie di stampa internazionali, che improvvisamente si incendiano. Sassaiole improvvise di manifestanti kashmiri contro le forze di sicurezza dispiegate a decine di migliaia in tutta la valle. Ed ecco che dopo giorni di vantata tranquillità, le autorità indiane hanno iniziato ad ammettere. Funzionari di polizia hanno dichiarato ad Ap che nella valle ci sarebbero stati almeno 300 episodi di protesta. In particolare a Srinagar, la principale città del Kashmir, da almeno 30 anni centro del movimento politico autoctono per il Kashmir indipendente.

Repressione violenta indiscriminata

Le forze di sicurezza locali hanno risposto sparando colpi a pallettoni compiendo raid nelle case dei kashmiri. Forze di sicurezza che sfondano nelle abitazioni dei kashmiri demolendo mobili e arrestando gli uomini più giovani delle famiglie, denuncia la stampa internazionale presente. Nessun dato ufficiale sul numero di arrestati in Kashmir. Valutazioni indipendenti partono da diverse centinaia fino a oltre quattromila, con le autorità locali che sarebbero state costrette a spostare detenuti fuori dal Kashmir. Nelle prigioni locali non c’era più spazio.

Da Limes

Opportunismo internazionale

Per l’India, l’affare Kashmir rimane ufficialmente «questione interna». Esattamente come dichiarava Putin per la Crimea, dove almeno hanno votato su da che parte stare. Trump che durante la visita a Washington del premier pachistano Imran Khan, si era offerto come mediatore per risolvere la «questione kashmira», ora tace. Tutto rinviato -mediazione compresa- all’ormai imminente G7 in Francia fissato del prossimo fine settimana, cui parteciperà anche il primo ministro indiano Modi. Vedremo quanti Grandi veri ci sono da quelle parti.

Palestina sull’Himalaya

Imperdibile l’analisi di Ugo Tramballi su Ispi, l’Istituto studi di poliotica internazionale. Perché questo ritorno a guerra nazional religiose a distanza di 70 anni? Un nome, Amit Shah, «l’uomo che ha organizzato il golpe costituzionale, non è solo l’Home Minister del governo indiano: è l’organizzatore politico che ha fatto vincere a Narendra Modi e al BJP due elezioni consecutive con margini di consenso paragonabili a quelli di Indira Gandhi negli anni Settanta». Presidente del partito nazional-religioso del BJP, Shah è anche un ideologo dell’RSS, il movimento estremista, la rete delle organizzazioni induiste e anti-musulmane del paese, del quale anche il partito di Modi è parte.

Amit Shah accanto a Narendra Modi

Amit Shah, sovranismo hindu

Il governo centrale nazional-religioso hindu ha già prospettato una nuova ingegneria politico-demografica. «Alle pendici dell’Himalaya l’India sta dando vita a una nuova Palestina. Fatte le debite proporzioni, naturalmente: eccetto Pakistan e Cina, nessuno mette in discussione la sovranità indiana su quella parte del Kashmir. Ma le similitudini con l’insolubile situazione palestinese, sono molte. A partire dallo smembramento territoriale e continuando con il mutamento demografico che l’India ha in mente». Cancellato il divieto per gli indiani non nati nel Kashmir di trasferirsi in quello stato e di possedere case e terreni.
«Ora, come i coloni israeliani nei Territori occupati, gli hindu potranno trasferirsi nel Kashmir, modificando il profilo religioso della sua popolazione. Come fra israeliani e palestinesi, anche nel Kashmir terrorismo, violenze e repressione sono parte della quotidianità del luogo. Ora ce ne sarà di più, di tutto».

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