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domenica 22 Settembre 2019

Sudan, processo al despota corrotto con soldi sauditi ‘a sacchi’

Processo in Sudan contro l’ex dittatore Omar Bashir. L’accusa è di corruzione. Nella sua residenza il tesoro di 113 milioni di dollari in contanti tenuti in sacchi da grano. ‘Donazioni saudite’ mai inserite nel bilancio statale. Il nuovo governo sudanese, composto da militari e civili, non concederà l’estradizione alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità commessi durante la guerra in Darfur.

Corrotto Bashir e soldi a sacchi

Processo all’ex presidente e despota Bashir. Accade a Khartoum, la capotale del suo ex dominio personale. Processo contro uno degli uomini più potenti del continente africano, sino a ieri. Omar el Bashir, per trent’ anni il potere assoluto in Sudan prima di essere deposto, lo scorso 11 aprile, dopo proteste popolari di massa, è stato portato in tribunale scortato da un possente convoglio militare contro qualsiasi tentazione, o di linciaggio o di liberazione. Oggi il suo maggior accusatore è quel Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito, forze armate sino a ieri il braccio duro del suo potere, oggi uno dei protagonisti della deposizione del dittatore, a far diventare un quasi golpe la caduta ottenuta dalla rivolta popolare .

Le accuse di corruzione

Il settantacinquenne Bashir è stato incriminato per il possesso di un vero e proprio tesoro in valuta estera e regali vari, alcuni da sorriso. 7 milioni di euro arrivati da un ‘misterioso donatore’ e mai rendicontati nel bilancio statale. La difesa insiste col dono anonimo per troppo amore, ma si presume che il denaro sia arrivato direttamente dalla monarchia saudita. E certamente sarà difficile per Bashir giustificare i 113 milioni di dollari (i 7 milioni più 5 miliardi di sterline sudanesi) contanti trovati nella sua residenza contenuti all’interno di sacchi di grano.

‘Grana’ saudita

Secondo Ahmed Ali, uno degli investigatori incaricati del caso, l’imputato avrebbe ammesso che «il denaro faceva parte di una somma di 25 milioni di dollari che gli era stata inviata dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman per essere utilizzata al di fuori del bilancio statale». Sempre il solito ‘bravo ragazzo’ che ha fatto scannare il giornalista dissidente Khahoggi. L’accusa ha aggiunto anche che ci sarebbero altri due pagamenti precedenti di 35 e 30 milioni di dollari che non si sa bene dove siano finiti.

Il nuovo governo

Il procedimento giudiziario contro Bashir arriva a soli due giorni da quella che sembra una vera e propria svolta politica per il Sudan. Insediato il nuovo Consiglio sovrano sudanese, dopo l’intesa siglata il 17 luglio, che sarà composto da 10 membri, 5 militari e 5 civili più una personalità scelta collegialmente. A capo dell’esecutivo sarà un membro dell’esercito per i primi 21 mesi, poi si dovrebbe effettuare una rotazione, con ai vertici un civile. Obiettivo, traghettare il Paese verso elezioni democratiche in almeno 3 anni. Il processo a Bashir primo banco di prova sull’effettiva efficacia degli accordi.

Mandato di arresto della Cpi

Ma qualcun altro vuole mettere le mani sull’ex dittatore, si tratta della Corte penale internazionale. Coltro il despota sudanese, 2 mandati di cattura da parte della Cpi, nel 2009 e 2010, per tutta una serie di crimini compiuti all’inizio degli anni duemila durante il conflitto nella regione del Darfur, nel sud Sudan. La lista delle violenze che gli vengono attribuite è lunghissima. Secondo la Cpi le forze armate regolari e la polizia compirono atti di sterminio, stupri etnici, trasferimenti forzati di intere popolazioni, tortura e, contaminazione di pozzi a danno dei villaggi. I militari al potere ancora oggi però non intendono concedere l’estradizione. Un po’ di democrazia, ma poco poco.

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