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martedì 19 20 Novembre19

La Groenlandia che piace a Trump, non per Melania ma incubo cinese

Donald Trump sempre più immobiliarista e sempre meno presidente. Dall’acquisto dei casinò del New Jersey all’ipotesi di comprare la Groenlandia, affari discutibili e pessima tempistica, l’accusa di Gwynne Dyer. Che poi si chiede (pagine di Internazionale), cosa c’è veramente dietro? Non solo affari immobiliari.

Trump alla conquista del FarNord

Un secolo fa, gli Stati Uniti avrebbero potuto acquistare la Groenlandia dalla Danimarca nel 1917, quando effettivamente comprarono le isole Vergini dai danesi. «Ora è palesemente troppo tardi», ammonisce il canadese-londinese Gwynne Dyer, che da ottimo analista, cerca di leggere cosa si nasconde dietro la rozzezza affaristica che caratterizza da subito, l’azione presidenziale di Trump. O forse no, perché Trump non legge. «Raro che legga almeno i rapporti dell’intelligence», il sospetto.
«Il presidente degli Stati Uniti probabilmente non ne è al corrente ma nel novembre 2017 il primo ministro della Groenlandia, Kim Kielsen, ha guidato una delegazione del governo a Pechino in cerca di investimenti cinesi». Ed ecco che Dyer impiccione, va a rivedere cosa è accaduto negli ultimi tempi in Groenlandia. La faccenda è interessante.

Groenlandia, cosa c’è e ha sotto

Bignami geo politico, «La Groenlandia, l’isola più grande del mondo, non è ancora del tutto indipendente, ma gode di un’autonomia rispetto alla Danimarca in ogni ambito fatta eccezione per la politica estera e la difesa». Il premiere Kim Kielsen, lasciando politica estera e difesa a casa, nel suo viaggio a Pechino, «sperava soprattutto di ottenere investimenti cinesi nel settore minerario, ma ha anche provato a portare a casa un’offerta cinese per la costruzione di tre aeroporti moderni sull’isola, attualmente dipendente da piste risalenti alla seconda guerra mondiale».
Ovviamente, quasi segreto, il terrore all’interno della Nato. Visioni da incubo di un indebitamento dell’isola nei confronti delle banche cinesi talmente profondo da permettere alla Cina di far decollare aerei militari dai nuovi aeroporti. Cina che si autoproclama “nazione vicina all’Artico”.

Base militare Usa di Tule

L’esercito degli Stati Uniti, che mantiene una grande base aerea a Thule, nella Groenlandia del nord, scrive Gwynne Dyer, «è andato nel panico». Washington (pagando per quella base), fornisce i due terzi del bilancio della Groenlandia, e da subito ha cercato di scongiurare la minaccia. In precedenza da Copenhagen, Danimarca di governo, era arrivato il rassicurante rifiuto a finanziare gli aeroporti sull’isola, ma nel 2018 il governo danese ha improvvisamente offerto al governo dell’isola prestiti con tassi bassissimi. «Fine del panico».
Annotazione di cronaca, nel frattempo il governo ‘aperturista’ di Kielsen verso capitali cinesi, cade. «Nella piccola capitale di Nuuk (17mila abitanti) era già caduto, ma il suo partito Siumut aveva vinto le elezioni di aprile ed è tornato al potere, rimettendo sul tavolo la faccenda delle miniere cinesi in Groenlandia».

Miniere e tesori di Groenlandia

Attualmente, nella Groenlandia del sud, esiste una miniera che produce uranio e terre rare per conto di un consorzio ‘sinoaustraliano’. Quelle ‘terre rare’ che la Cina quasi monopolista mondiale, minaccia contro i dazi Usa. «Altri progetti che potrebbero coinvolgere capitali cinesi (e lavoratori cinesi) sono in fase di discussione, tra cui una gigantesca miniera di ferro a cielo aperto nei pressi di Nuuk, una miniera di zinco nel nord e concessioni per l’estrazione di petrolio e gas sulla terra ferma e al largo». Poi, l’impatto del mondo moderno sulla cultura inuit, il popolo originario, distruttivo come in tutti gli altri casi.
«Per i 56mila abitanti della Groenlandia, di cui il 90 per cento inuit, le implicazioni geostrategiche degli investimenti cinesi sono irrilevanti, e forse hanno ragione. A preoccuparli, invece, è qualcosa che sta al centro della politica della Groenlandia: le implicazioni culturali e sociali degli investimenti esteri, cinesi o altrui».

Gli inuit della Groenlandia

Una delle poche società indigene del pianeta ad avere ancora un controllo quasi totale sul proprio destino, ma l’impatto del mondo moderno sulla loro cultura tradizionale si è rivelato distruttivo (depressione, disturbi psicologici, alcolismo, droghe, epidemia di suicidi). «Per questo gli inuit sono davanti a una scelta difficile -annota Gwynne Dyer-. Provare a proteggere ciò che resta dell’antica cultura artica basata sulla pesca e la caccia, anche se ormai talmente danneggiata da registrare il più alto tasso di suicidi del pianeta? O cercare la salvezza nella piena modernizzazione attraverso la rapida crescita economica, conservando al contempo la lingua locale e tutto ciò che si può mantenere della propria cultura?».
Sviluppo si sviluppo no, miniere si miniere no, europorti, dollari americani dall’immibiliarista Trump, o gli jen cines per aeroporti e molto altro? Il partito Ataqatigiit, ‘Comunità del popolo’, che ha governato il paese fino al 2013, dice chiaro che il popolo groenlandese se vuole benessere deve pagare prezzo.

Società Inuit mai americana

Nel 2013 il potere è passato nelle mani del partito Siumut, convinto che la modernizzazione sia ormai in uno stato troppo avanzato per essere arrestata, e si debba scommettere sulla soluzione degli attuali problemi sociali permettendo a tutti di vivere un’esistenza pienamente moderna. L’idea che un individuo strappato all’emarginazione e alla povertà vivrà meglio. Per Dyer, «Groenlandia è avviata verso la modernizzazione e a tempo debito scopriremo se sarà stata una buona scelta». Ma la sintesi finale è lapidaria, per l’immobiliarista Trump.
«Per gli abitanti della Groenlandia non fa differenza se gli investimenti arrivano dalla Danimarca, dalla Cina o dagli Stati Uniti. L’importante, per loro, è mantenere il controllo politico. Una cosa è certa: non vogliono diventare americani». Ieri ci interrogavamo su scemenze politiche e stupidità umane. Lapidaria Soren Espersen, portavoce del Partito popolare danese, «se Trump sta davvero contemplando l’idea, è la prova definitiva del fatto che è impazzito».

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