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domenica 22 Settembre 2019

Hong Kong, conto alla rovescia verso la catastrofe finale

Una colonna di blindati delle forze speciali a 30 km da Hong Kong. La protesta del ‘nulla da perdere’ per non perdere tutto. La Cina del ‘nulla concedere’ per non perdere tutto. Mao Zedong proclamò la nascita della Repubblica Popolare il 1° ottobre 1949, prossimo compleanno per celebrazioni e non contestazioni

Conto alla rovescia

Se Pechino accetta un compromesso rischia di veder esplodere nell’immenso territorio le rivendicazioni autonomistiche finora soppresse con la forza.

Il “Global Times”, il tabloid internazionale del Partito Comunista cinese, ha pubblicato in prima pagina la foto di una colonna di blindati delle forze speciali in sosta a Shenzhen, ad appena 30 km da Hong Kong. Un segnale indubbiamente rilevante, destinato a rimarcare che la “pazienza” della Repubblica Popolare sta finendo.

C’è da chiedersi, tuttavia, se segnali simili siano davvero in grado di intimidire i milioni di cittadini della ex colonia britannica che continuano a scendere in strada, e a scontrarsi duramente con la polizia, per chiedere il rispetto dell’autonomia che Pechino aveva pur garantito quando nel 1997 il Regno Unito restituì la città-isola alla Cina.

L’autonomia promessa

Tale autonomia, teoricamente, ha una durata cinquantennale, il che significa fino al 2047. Invece da parecchi anni a questa parte la Repubblica Popolare sta premendo sull’acceleratore con l’intento di assimilare da ogni punto di vista la città. Ecco quindi la legge che consentirebbe di estradare in Cina anche i dissidenti, legge poi ritirata (ma non si sa fino a quando) a furor di popolo poiché là lo stato di diritto non esiste e ai dissidenti viene inflitto un trattamento molto duro, che può giungere addirittura alla pena di morte.

Ai cittadini di Hong Kong non viene inoltre consentito di eleggere liberamente i propri rappresentanti in parlamento. Pechino si riserva comunque una quota maggioritaria di deputati filo-cinesi e ha fatto arrestare alcuni leader del dissenso che erano riusciti a conquistare un seggio. La paura dell’assimilazione totale è palpabile ovunque, e un dimostrante intervistato da una tv occidentale ha ribadito che, a dispetto delle intimidazioni, “Hong Kong non ha nulla da perdere”, aggiungendo che le dimostrazioni non finiranno.

Nulla o tutto da perdere?

Ora Pechino cerca di addossare la colpa ad agenti provocatori stranieri, ma l’argomento non regge. In realtà la protesta nasce dal basso ed è alimentata dal timore – tutt’altro che infondato – di ritrovarsi a vivere, come i cinesi del continente, in un sistema rigidamente monopartitico, in cui la libertà di espressione e di stampa sono bandite. La Repubblica Popolare è così dal lontano 1949, e a nessuna formazione politica è mai stato consentito di insidiare il potere del Partito Comunista in una libera competizione elettorale.

La situazione è quindi complicatissima. Se Pechino accetta un compromesso rischia di veder esplodere nell’immenso territorio le tante rivendicazioni autonomistiche (o addirittura indipendentiste) finora soppresse con la forza. Ma non si dimentichi che questo, per la Cina, è un anno speciale. Mao Zedong proclamò ufficialmente la nascita della Repubblica Popolare il 1° ottobre 1949, il che significa che tra pochi mesi ricorrerà il 70° anniversario. Facile dedurne che la leadership del Partito Comunista non vorrà giungere a una celebrazione simbolicamente così importante con la grana di Hong Kong non ancora risolta.

70 anni dopo Mao

Il fatto è che il rombo dei blindati a Shenzhen ricorda sinistramente lo sferragliare dei cingoli dei tank in Piazza Tienanmen. Il massacro avvenne nel 1989, e ricorreva allora il 40° anniversario di fondazione della RPC. Senza essere fatalisti, occorre pur ammettere che le somiglianze sono impressionanti. Se è vero che i cittadini di Hong Kong non hanno nulla da perdere, è altrettanto vero che per la Repubblica Popolare si tratta di una questione di sopravvivenza politica: deve evitare a ogni costo che la richiesta di libertà di propaghi ad altre regioni.

Nel frattempo si è notato che la protesta contro la repressione sta coinvolgendo anche molti studenti cinesi all’estero, ed è la prima volta che accade. Pechino da anni consente a tantissimi studenti di recarsi in atenei stranieri, contando sulle specializzazioni ivi acquisite dopo il loro ritorno in patria. Era inevitabile, tuttavia, che prima o poi essi notassero i vantaggi della libertà di parola e di stampa. Anche questo è un elemento da non trascurare per un sistema politico che intende restare sempre uguale a se stesso.

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