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martedì 10 Dicembre 2019

Il pianeta che brucia ha anche sete, ¼ della popolazione a rischio

Il pianeta ha sete. Un rapporto del centro studi statunitense World Resources Istitute ha messo in luce una situazione di pericolo per quanto riguarda le fonti idriche. Sono diciassette i paesi maggiormente a rischio. Il Medio oriente ma anche diverse nazioni europee tra cui l’Italia. Agricoltura intensiva, aumento della popolazione mondiale, cambiamenti climatici alla base della crisi.

World Resources Istitute

Il pianeta che brucia ha anche sete, ¼ della popolazione a rischio. Il pianeta ha sete e le risorse idriche sono sempre più scarse. Un quarto della popolazione mondiale rischia di rimanere a secco. L’allarme di un centro studi indipendente statunitense, il World Resources Istitute, che che ne imponga il suo presidente sui cambiamenti climatici negati

17 i paesi maggiormente a rischio, attraverso diversi gradi di minaccia. A “rischio elevato” Qatar, Israele, Libano, Iran, Giordania, Libia, Kuwait, Arabia Saudita, Eritrea, Emirati Arabi Uniti, San Marino, Bahrein, India, Pakistan, Turkmenistan, Oman, Botswana. Sì, anche la nostra nana San Marino, che campa e beve solo grazie all’Emilia e all’Italia attorno. Quasi tutti gli altri Paese dello stesso elenco, attorno hanno o dei deserti e dei Paesi ostili che l’acqua la usano come arma contro.

In questi Paesi si registra un consumo annuo di acqua fino all’80% delle disponibilità. Fino all’ultima goccia di quello che c’è. Cause diverse: le poche risorse, un’alta densità di popolazione e l’agricoltura intensiva. E’ prevedibile che basterebbe una pur piccola siccità per provocare un disastro enorme. Ma il pericolo, anche se in misura minore, riguarda anche altri paesi. Nazioni come l’Italia, il Belgio, la Grecia, la Spagna e il Portogallo hanno infatti un rischio classificato “alto”.

Consumo raddoppiato

Il WRI ha spiegato come dal 1960 il consumo idrico è raddoppiato. Uno sfruttamento che apre scenari inquietanti: soprattutto nelle grandi città, dove la richiesta d’acqua è grande (e lo spreco è spesso enorme), si cominciano a soffrire stati di crisi. E’ quello che viene chiamato “giorno zero”, cioè quando le risorse termineranno. Può succedere a San Paolo in Brasile, Città del Capo in Sudafrica, Chennai in India, ma anche Roma, dove nel 2017 si è dovuto razionare il prelievo di acqua a causa di una persistente siccità.

Lo studio ha rintracciato anche le cause principali di quello che sta avvenendo o potrebbe avvenire. Innanzitutto il cambiamento climatico che provoca periodi estramemente secchi e frequenti, determinando un maggior prelievo dalle falde acquifere. Inoltre l’innalzamento delle temperature fa evaporare l’acqua volatilizzando le scorte stoccate nei bacini.

Esempi virtuosi

Fortunatamente esistono delle eccezioni che sono diventate anche degli esempi da seguire. E’ il caso dell’Oman, sebbene sia comunque un paese a rischio sta mettendo in campo delle soluzioni che potrebbero preservarlo da crisi future. L’Oman infatti sottopone a trattamento il 100% delle sue acque reflue e ne riutilizza il 78%.

La situazione dell’India, nonostante desti grandi preoccupazioni, in realtà assume i contorni del miracoloso. Il gigante asiatico è una delle nazioni maggiormente colpite dalla mancanza di risorse idriche con una popolazione tre volte superiore a tutti gli altri 16 paesi più a rischio. Se ne deduce dunque che milioni di persone consumino pochissimo o hanno veramente poco a disposizione.

Esistono poi zone del mondo in cui il rischio è classificato come “basso”ma che hanno aree interne sull’orlo del precipizio. Negli Stati Uniti, che non ha grandi problemi, lo stato del New Mexico a causa dell’intensa popolazione soffre ciclicamente importanti crisi idriche.

Un milione di specie animali e vegetali, una su otto, rischia di sparire in breve tempo dalla faccia della Terra e dal fondo degli oceani

Le cause sono tutte di origine umana: distruzione e frammentazione degli habitat naturali, sfruttamento non sostenibile di piante e animali, cambiamento climatico, inquinamento degli ecosistemi con i rifiuti, i pesticidi e le plastiche, proliferazione delle specie invasive.

Thomson Reuters Foundation

Secondo una cronologia curata dal Pacific institute, specializzato nell’analisi dell’approvvigionamento idrico, il numero di conflitti legati alla carenza d’acqua è passato da 16 negli anni novanta a circa 73 negli ultimi cinque anni. Guerre dell’acqua che hanno provocato la morte di circa 350 persone in paesi come Yemen e Nigeria. Secondo questo studio, negli ultimi cinque anni le vittime di scontri legati all’acqua sono state almeno tremila.

Secondo i ricercatori è probabile che nei prossimi decenni la carenza idrica provochi un ulteriore aumento del numero delle vittime, mentre gli agricoltori faticheranno sempre di più a procurarsi l’acqua di cui hanno bisogno per irrigare i campi, e le persone saranno costrette ad affidarsi a risorse idriche non sicure dal punto vista igienico per placare la sete.

Nuovi modi di pensare

Secondo gli analisti, per affrontare l’aumento della pressione sulle risorse idriche limitate è fondamentale trovare nuovi metodi per produrre più cibo con meno quantità d’acqua. Circa il 70 per cento dell’acqua dolce utilizzata ogni anno in tutto il mondo è dedicato all’agricoltura, come riporta l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni unite (Fao).

Secondo Gleick, in un’epoca segnata dal cambiamento climatico, dalla crescita della popolazione e dalla concorrenza per le risorse, il principale problema che ostacola un cambiamento efficace nell’uso delle risorse idriche è l’inerzia, la riluttanza ad abbandonare i vecchi sistemi.

Per produrre una quantità sufficiente di cibo e acqua (e disinnescare i conflitti) servirà un uso molto più intelligente ed efficace delle risorse, che sono limitate. “Dovremo cambiare atteggiamento e avvicinarci a un futuro sostenibile molto più rapidamente di quanto stiamo facendo adesso”.

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