lunedì 19 Agosto 2019

La rinascita misteriosa, analisi buia e semi di ottimismo

La caduta mediaticamente celebrata e la rinascita misteriosa. Da qualche parte sta agendo. Un pezzo scritto cinque anni e mezzo fa sulla deriva mediatica, lenta, inesorabile, senza freni.

La rinascita misteriosa

Per ricordarci bene come siamo arrivati in questo buco nero, ripropongo nel mio Polemos un mio pezzo scritto cinque anni e mezzo fa, quando altri protagonisti sulla scena politica e mediatica già agivano per spianare la strada al peggio. Già nel gennaio del 2014 citavo la deriva mediatica del decennio precedente. Lenta, inesorabile, senza freni è stata la caduta. La memoria va mantenuta salda, non deve scivolare via nel viavai frenetico dell’informazione frammentata e quotidiana. Ecco il testo.

Negli anni passati ci hanno insegnato che è la paura a dominare le scelte della politica. Paura dei diversi, degli extracomunitari, di chi non lavora, di chi è povero. Paura che si trasforma in quell’esaltazione del decoro urbano che abbiamo visto calare nelle nostre città, con le mille ordinanze dei sindaci, con i divieti di ogni cosa, con un sistema protettivo dell’ordine pubblico. Con una chiara strategia comunicativa, quella della distrazione. Fingersi sceriffi che ripuliscono le città, per dare risposte a falsi problemi, creati perché possano essere offerte soluzioni altrettanto fasulle. Ricordate la buffonata delle ronde? E ricordate la paccata di prime pagine dei quotidiani e i mille servizi televisivi? Qualcuno si è interrogato fino in fondo del perché abbiamo attraversato un decennio di paure indotte? Perché questo spostamento di attenzione voluto da una politica senza alcuna qualità morale, spinto dai media in modo talvolta inconsapevole, spesso con euforia, raramente con capacità di analisi che si dimostri valida nel tempo? (E gli stessi interpreti della verità congiunturale sono qui che legano la notizia là dove vuole il padrone)

Osservare le cause e cercare di interpretarle alla luce degli esiti. Noi che ci ostiniamo a conservare memoria per poter guardare al futuro, oggi possiamo ipotizzare che da anni ogni cosa (vera o fasulla) si muove come dovesse essere utile alla formazione di una mentalità. Qualcosa che occorre per imbrigliare ogni forma di politica, di partecipazione, di richiesta di giustizia sociale. Un modo di pensare alla società come a un insieme di azioni inutili e protettive, che spingano il cittadino a isolarsi e difendersi, a rinunciare alla socialità e alle scelte comuni. La mentalità è quella componente culturale che precede il marketing e la politica. Tanto che ora non è la paura a rendere il Paese così penoso. Non basta a produrre il consenso necessario per farne mentalità. Cito Tamar Pitch, filosofa del diritto: “Ci vuole anche un valore forte e positivo: la libertà. La libertà individuale, di desiderare e rischiare. Gli ultimi trenta anni hanno contrapposto libertà ed eguaglianza, facendo dell’eguaglianza l’ostacolo all’affermazione individuale, il freno alla crescita, il simbolo dell’invadenza statale e del primato del pubblico, la parola d’ordine dei fannulloni, dei senza merito e degli invidiosi, l’obiettivo e la giustificazione della barbarie comunista. Questa libertà però è soltanto di chi se la può permettere, e negli anni recenti sempre meno persone se la possono permettere”.

I ricchi hanno vinto. Ora chi non si può più permettere questa libertà, legata al denaro e alla realizzazione tramite i valori indicati dal mercato e dal profitto, vede venire meno il sogno individualista e aumentare paure. Anche perché – i dati sono statistici – è aumentato il divario tra ricchi e poveri, è stata cancellata la solidarietà tra umani, lo stato sociale. A favore di un sistema di favoritismi e distrazione dai temi fondamentali della vita. Così ci troviamo a camminare sulle macerie di un presente che ha spazzato via ogni idealità di bene comune, per favorire richiami xenofobi, razzisti, sessisti. Sono poveri, i nuovi poveri, quelli che prima di ogni cosa hanno perso le conoscenze reali, la capacità di mettere insieme pensiero ed energie per un futuro migliore, la voglia di riequilibrare il mondo su un ideale di parità di diritti, di giustizia sociale.

Così dopo le paure, il decoro finto per i non abbienti e l’assoluta mancanza di regole per i ricconi, dopo l’illusione e con l’accrescersi della disuguaglianza in tempi di crisi, resta impigliata nella mentalità dei cittadini una visione sbilenca della società e di una politica che ha tradito. Per tutti ogni cosa origina dall’adesso: è la crisi, è la Casta. Ribellismo effervescente, in una visione misera della comunità, diventata collettività di consumatori; che si ribellano non di fronte alla mortificazione dei diritti, non di fronte alla devastazione dei loro territori, alla speculazione, al dissesto morale: si ribellano perché il malessere cresce, la crisi travolge, perché i meccanismi di volgarità, spregiudicatezza e ricchezza senza regole, alla fine dei giochi, non mantengono le promesse. I ricchi hanno avuto mano libera in modo indecente, senza regole. E la loro vittoria finale è rappresentata dal fatto che nel mirino di chi soffre non c’è il capitale, non c’è l’egemonia neoliberale, un’egemonia culturale che si muove dal cuore pulsante degli interessi privati di pochi (la parola desueta oligarchia, per esempio, vuol dir questo), e che si irradia attraverso l’informazione che, nella maggior parte delle volte, è diretta espressione degli stessi interessi. In mezzo, non i media come verrebbe da dire, ma il braccio esecutivo della politica, di quella area che determina le scelte – in un infinito dibattito sui temi accessori e diktat europei – senza però mai mettere in dubbio il modello fallimentare (per la gente comune), vantaggiosissimo per chi fa profitti.

Il cittadino è l’ultimo anello di un meccanismo di costruzione della mentalità. Non lo dico io, lo dice la storia. E dice anche che quando il cittadino non ne può più, non è perché è necessario un cambio di paradigma, ma perché c’è già stato. Ed è necessario un adeguamento a nuovi parametri. Per citare Luciano Gallino: “La maggior parte dei nostri governanti ha assorbito l’ideologia neoliberale per cui i cittadini non devono pronunciarsi, perché danno fastidio, si mettono a discutere di cose che non capiscono, intervengono su decisioni che riguardano la loro vita, ma se si prendono alla spiccia è meglio, senza interferenze. La democrazia è un intralcio quando si devono prendere decisioni economiche e finanziarie in modo veloce. Angela Merkel al suo parlamento ha detto che viviamo in un sistema democratico e quindi è corretto che il parlamento esamini le leggi a condizioni che si arrivi a decisioni conformi al mercato. La direttrice dell’Fmi Christine Lagarde sostiene la stessa cosa. Quello che queste due signore auspicano è già avvenuto. I parlamenti non decidono nulla”.

PS. Sto commettendo un errore gravissimo, dal punto di vista mediatico: usare parole accantonate, concetti strappati via dalla discussione su ciò che accade, sulle prospettive della nostra vita. E allargare lo sguardo dalla punta dei forconi, dalle ronde, dalla miseria del dibattito sulla riforma elettorale a braccetto con Berlusconi, al futuro di quello che vorremmo fosse la politica.

PS/2. (Estate ruggente 2019) Un frammento di azzurro nel cielo tempestoso dell’epoca. Ci sono eventi, accadimenti, resistenze, battaglie, semi nella terra fertile che operano lontani dai riflettori dei media. Scavano, scavano, agiscono, formano coscienze senza che si veda in modo eclatante. La caduta è stata mediaticamente celebrata, la rinascita avrà strade misteriose e potenti.

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