domenica 25 Agosto 2019

Brasile, guai per i giudici anti Lula e per il ministro Moro

Di rivelazione in rivelazione, anche i media non legati al Partito di Lula hanno potuto verificare l’autenticità dei file diffusi da «Intercept». Le gravi scorrettezze degli inquirenti per far fuori l’avversario politico delle destra ora al potere. L’ex giudice che ha condannato Lula, fatto ministro, sull’orlo delle dimissioni

Ex giudice premiato ministro
gravi complicità accusatorie

Brasile, guai per i giudici anti Lula e per il ministro Moro
Di rivelazione in rivelazione, l’inchiesta ‘Lava Jato’ -la tangentopoli brasiliana- e il suo giudice simbolo, l’attuale ministro della Giustizia Sergio Moro, rovescia i colpevoli e getta discredito sulla magistratura brasiliana che si dichiarava a caccia di corrotti, svelandosi parte di una forzatura tutta politica in contro terzi. E diventa sempre più indifendibile la strategia accusatoria dei procuratori della task force, a partire dal coordinatore Deltan Dallagnol, e soprattutto, dal per ora ministro, finto giudice terzo.
Saltato il tentativo di mettere in dubbio l’autenticità dei messaggi divulgati -definiti frutto di una azione criminale da parte di hacker-, e, al tempo stesso, il tentativo di ridimensionarne la gravità, annota Claudia Fanti. Le chat rese pubbliche da Intercept sono autentiche e non manipolate, garantiscono due autorevoli organi di stampa, la Folha de São Paulo che la rivista Veja, ambedue sino a ieri sostenitori dell’ex giudice castigamatti, premiato a ministro. Il materiale esaminato e divulgato in collaborazione con Glenn Greenwald e il suo team è originale e senza tracce di contraffazione.

Dal Brasil all’Espana

Stessa garanzia è offerta ora, oltre i confini brasiliani, anche da El País, prestigioso quotidiano madrileno, che, dopo aver avuto accesso a una parte dell’archivio su una delle chat menzionate nei reportage e, «con l’ausilio di una fonte esterna a Intercept», lo ha confrontato con il materiale pubblicato dal portale investigativo, trovando il contenuto «identico». Pessima aria per gli inquirenti ammaestrati, la nuove fonti e la possibilità di incrociarne i dati a garanzia di autenticità.
Impossibile, del resto, negare l’autenticità del primo audio, il primo di una lunga serie, in cui l’inquirente capo, Dallagnol festeggia la decisione del ministro Luiz Fux, che ancora non era stata resa pubblica, di impedire a Lula, prima delle elezioni del 2018, di rilasciare l’intervista già autorizzata dalla Corte suprema. «Sarà che Dallagnol negherà che questa è la sua voce?», ha non a caso ironizzato Greenwald e riporta il Manifesto.

Magistrato a caccia di soldi

Guai grossi, ben oltre le vergogna, per il coordinatore del pool della Lava Jato sulla base di nuove ‘devastanti rivelazioni’ de la Folha de São Paulo che documenta il procuratore impegnato a sfruttare la fama ottenuta grazie alle condanne -soprattutto quella di Lula- per accumulare grandi quantità di denaro attraverso corsi e conferenze a gettone elevatissimo. E addirittura progettasse di avviare un’impresa di organizzazione di eventi e intestarla -aggirando così la legge- a sua moglie e a quella di un altro procuratore del pool, Robinson Pozzobon, anche lui entusiasta dell’idea e dei potenziali profitti.
«Organizziamo congressi ed eventi e ci guadagniamo, ok? È un buon modo di sfruttare i nostri contatti e la nostra visibilità», spiegava Dallagnol alla moglie. Ben strani protagonisti della lotta alla corruzione altrui.

L’apparato giudiziario coinvolto

L’ultimo scambio di messaggi divulgati dal giornalista Reinaldo Azevedo, sempre in collaborazione con Intercept. Qui Dallagnol si spinge addirittura a interrogare Sergio Moro -l’allora giudice sul caso Lula- sulla possibilità di usare il denaro pubblico del 13° Tribunale penale federale di Curitiba, da lui presieduto, per finanziare un video pubblicitario a favore della Lava Jato veicolato dalla Globo, per un valore di 38mila reais. Con Moro che gli risponde: «Credo che sia possibile. Lasciami controllare e ti dico». Promotori di loro stessi con danaro pubblico, i cacciatori di corrotti. «Ed emerge una trama di complicità ramificata in tutte le istanze del potere giudiziario, dalla Procura generale della Repubblica alla polizia federale, dai tribunali di secondo grado alla Corte Suprema», rileva Claudia Fanti. E nello scandalo ora anche João Gebran Neto, Tribunale d’appello di Porto Alegre che, nel 2018, ha addirittura aumentato la condanna di Lula a 12 anni e 1 mese, documenta la rivista Veja.

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