domenica 25 Agosto 2019

Guerra all’Iran, Trump-elezioni-armi, in ballo 750 miliardi di dollari

Il Congresso vota un emendamento che vieta azioni unilaterali senza un’autorizzazione preventiva. Trump dà in escandescenze: non vuole tagli al ricchissimo bilancio della Difesa.
Sulla capacità di scatenare conflitti (e di acquistare armi dalle lobby industriali) passano anche le strategie elettorali per le prossime Presidenziali.

Guerra elettorale all’Iran
veto del Congresso a Trump

Guerra all’Iran, Trump-elezioni-armi, in ballo 750 miliardi di dollari
Il Congresso Usa ha assestato una bella botta ai piani di Trump (e dei suoi alleati israeliani e sauditi) di condurre un attacco “preventivo” contro l’Iran. Venerdì, infatti, è stato approvato un emendamento “bipartisan” (primi firmatari la democratica Ro Khanna e il repubblicano Matthew Gaetz) a una legge di bilancio per la Difesa, che impone al Pentagono di evitare qualsiasi strike senza una precisa autorizzazione del Campidoglio. E’ fatto salvo solo il caso in cui truppe, navi o aerei americani siano, a loro volta, sottoposti a qualche attacco e si debbano difendere.

Nessuno ‘strike’ a sorpresa

Che significa? Presto detto: potrebbero andare in fumo tutti i piani, minuziosamente studiati a tavolino da lunga pezza, per mettere in ginocchio l’Iran con un bombardamento a sorpresa. Probabilmente diretto contro i terminali petroliferi dell’Isola di Kharg, cosa che impedirebbe agli ayatollah di esportare gran parte del loro greggio. Una bombola d’ossigeno indispensabile per continuare a sopravvivere, visto che la loro macilenta economia è già in fase preagonica per colpa delle sanzioni a raffica, decretate dagli Stati Uniti. Certo, ora bisognerà vedere come finirà al Senato.

Nessuna guerra ‘elettorale’

Ma il segnale è preciso. A Washington si sta creando un nocciolo duro, politico e sociale, che vede il rischio di una guerra contro l’Iran come un non senso. Anzi, come un vero e proprio rovinoso azzardo. Tutti pensano alla possibile chiusura dello Stretto di Hormuz e alla catastrofica ricaduta sui prezzi dell’energia. Non solo. Ma molti strategist, anche quelli non apertamente schierati coi democratici e, addirittura, diversi repubblicani, ritengono che le accuse di Trump agli ayatollah sulla questione del nucleare, siano solo delle scuse belle e buone.

Guerra del petrolio per chi?

Scuse che servirebbero come alibi per “risolvere” la pratica Iran, fare un regalo a Gerusalemme e ai sauditi e, in cauda venenum, per scatenare una guerra del petrolio che vedrebbe gli Stati Uniti muoversi da posizioni di forza nei confronti di altri “competitors”, come ad esempio la Cina. Per non parlare della ricaduta sulla lobby degli “armaioli” e, a cascata e per ovvi motivi, sulle prossime Presidenziali. Un emendamento simile, introdotto al Congresso un mese fa, è stato poi affossato al Senato grazie alle manovre non proprio cristalline del Senate Leader Mitch McConnel, che ha brigato per alzare l’asticella di una maggioranza qualificata (60 voti).

Stop falchi e Stranamore

In quell’occasione, la necessità di chiedere un’autorizzazione preventiva, per fare guerra all’Iran, era stata sponsorizzata dai democratici Tom Udall (New Mexico) e Tim Kaine (Virginia) e dai repubblicani Mike Lee (Utah) e Rand Paul (Kentucky). Ma il messaggio più stonato per la Casa Bianca è che, nel voto di venerdì scorso al Congresso, ben 27 deputati repubblicani si siano uniti ai democratici per sostenere l’emendamento che sconfessa i piani guerrafondai (noti a tutti) di Trump e della sua cerchia di “falchi”. Insomma, una campana a morto in vista delle Presidenziali del prossimo anno.

Economia a 1000, esteri disastro

Mentre l’economia va a mille, infatti, fattore che potrebbe ritrascinare in carrozza alla Casa Bianca qualsiasi Presidente meno decerebrato, la politica estera Usa è un vero e proprio disastro. E sta suscitando crescenti malumori tra gli stessi repubblicani, che cominciano a pensare seriamente come, di questo passo, i democratici potranno ricollocarsi facilmente nello Studio Ovale anche presentando il salumiere all’angolo. Ergo: basterà candidare un Joe Biden qualsiasi per vincere. Una delle firmatarie dell’emendamento al Congresso, Ro Khanna, ha detto che il voto di due giorni fa dimostra come le foie di un conflitto con l’Iran agitino solo le notti di Trump e della sua cerchia di “consiglieri” ansiosi di menare le mani.

750 miliardi e lobby armamenti

Ma il Paese non vuol sentire parlare dell’ennesima guerra, fatta “non si sa per che cosa”. Occhio, però: come al solito, la lite è sempre per la coperta. La battaglia non è solo sulle eventuali spese aggiuntive, determinate da un attacco all’Iran. Sul tavolo “ballano” 750 miliardi di dollari da destinare alla Difesa (sorry, all’attacco) e, come già detto, tutti gli annessi e connessi che comprendono la compagnia di processione di armieri, armaioli, fucili, missili e chi ne ha più ne metta. Senza dimenticarci il battaglione di “Dottori Stranamore” che affollano gli uffici della Casa Bianca. Capito, ora, perché Trump non vuol sentir parlare di tagli?

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