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mercoledì 13 Novembre 2019

Blocco navale atto di guerra. A chi? Storia e popoli

Il ‘blocco navale’ italiano evocato da alcune parti politiche per fermare, manu militare, l’immigrazione clandestina. Sparata politica senza rapporto con la realtà dei 4000 chilometri di coste e dei numeri della presunta ‘invasione’: 3073 migranti quest’anno, dati ministero degli interni, 248 quelli su navi Ong.  Le considerazioni tecnico militari del generale Roberto Bernardini alcuni giorni fa. Oggi alcuni dei ‘blocchi navali’ nella storia, raccontatati da Giovanni Punzo. Blocco di merci in genere, ma sempre per colpire uomini.

Blocco navale, atto di guerra

Blocco navale atto di guerra. A chi? Storia e popoli
Il blocco navale resta essenzialmente un atto di guerra o, in determinati casi, di guerra condotta per mezzo di pesanti sanzioni economiche come l’embargo su determinate merci strategiche o di guerra ‘commerciale’, pratica invece diffusa più di quanto si creda. Altro aspetto però è che non sempre un blocco, o un embargo, hanno ottenuto da soli i risultati sperati e la storia ne fornisce innumerevoli esempi a partire dall’antichità.


La guerra del Peloponneso si concluse nel 405 a.C. con la resa di Atene agli Spartani per l’impossibilità di rifornire di grano la città dopo la distruzione della flotta: benché il caso sia citato spesso come un blocco navale, si trattava semmai delle conseguenze di una sconfitta militare e di un successivo assedio. Altri casi non furono poi così chiari o netti perché il blocco navale, pur essendo una sorta di ‘assedio’ e quindi legato al tempo di guerra, si estese in altre circostanze come appunto il divieto di importare od esportare determinate merci.


Tra il 1792 e il 1815, il periodo delle guerre della rivoluzione francese e napoleoniche, blocchi ed embarghi – sia in periodi di pace che di guerra – si susseguirono senza interruzione non solo sul continente europeo, ma si estesero anche all’Asia e alle Americhe. Le guerre commerciali erano diventate così ‘guerre al commercio’ o, secondo l’interpretazione opposta, guerre ‘al contrabbando’. Fallito il piano napoleonico di egemonizzare il continente europeo, ebbero il sopravvento i principi del ‘libero scambio’ e della ‘libertà dei mari’, anche se qualcuno, disponendo di una forte flotta da guerra come l’Inghilterra, era più libero degli altri.

Il piano «Anaconda»

Uno dei primi casi di blocco navale in senso moderno fu il piano «Anaconda», ideato dal generale americano Winfield Scott ai tempi della guerra civile. Per soffocare la ribellione degli stati confederati il piano prevedeva un’azione militare lungo la valle del Mississipi fino a New Orleans e il blocco navale delle coste del Sud per strangolarne l’economia ed impedire lo spostamento di popolazioni. Il piano fu scartato una prima volta nella convinzione che sarebbe bastata una spedizione terrestre per sconfiggere i secessionisti, ma – come è noto – le prime fasi della guerra volsero invece a favore del Sud. Il piano fu allora riproposto limitandosi alla zona di New Orleans e delle foci del Mississipi, cioè i principali approdi commerciali confederati, in quanto l’Unione – pur superiore dal punto di vista industriale – non disponeva delle ingenti forze necessarie a stringere con un cordone impenetrabile le estese coste nemiche.


La risposta sudista furono allora i violatori del blocco (i blockade runners divennero eroi molto popolari) che a bordo di navi veloci eludevano la sorveglianza, mentre fu imposta una riorganizzazione drastica delle risorse interne, soprattutto agricole. Scott aveva concepito un piano moderno, ma non aveva considerato che l’economia del Sud, proprio perché meno sviluppata di quella del Nord, necessitava di meno materie prime d’importazione rispetto quella del Nord, per cui anche le poche navi sudiste ebbero un certo ruolo. Alla fine il Nord prevalse semplicemente perché generali come Sherman o Sheridan misero a ferro e fuoco ampi territori del Sud lungo il percorso dei loro eserciti verso il mare.

Il blocco della fame

Alla fine dell’Ottocento, grazie alla codificazione di numerosi principi del diritto internazionale – che non a caso era chiamato in precedenza ‘diritto delle genti’ –, iniziò la regolamentazione dei conflitti armati terrestri e navali. Come nel caso degli assedi alle città furono stabiliti dei principi per salvaguardare la popolazione civile dalla violenza bellica, furono fissate altre regole anche nel caso dei blocchi navali: era legittimo combattere le forze contrapposte, ma si dovevano rispettare comunque alcune norme umanitarie, come quella ad esempio di rifornire in ogni caso la popolazione civile o favorirne eventualmente l’evacuazione in un luogo sicuro. Allo scoppio della Prima Guerra mondiale la Royal Navy mise in atto un piano dettagliato elaborato un ventennio prima per impedire che ‘qualunque’ risorsa potesse affluire nei porti tedeschi.


Con l’obiettivo di sconfiggere la Germania la marina da guerra più numerosa e potente del mondo interruppe tutti i commerci anche da parte dei paesi neutrali e il blocco – ben al di là di quanto stabilito dal diritto internazionale – fu totale. Sebbene l’esercito tedesco fosse meglio organizzato di quello dei confederati tanto da resistere per quattro anni, le conseguenze sulla popolazione civile furono devastanti: le vittime furono circa 750.000 tra le fasce più deboli della popolazione (anziani, donne e bambini). Il blocco della fame, organizzato nel corso di una guerra totale con tutte le risorse disponibili, purtroppo funzionò.

 

AVEVAMO DETTO

Ong, chiusura porti e blocco navale, tra l’apparire e l’essere

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