giovedì 18 luglio 2019

Venezuela, fallite le prove di forza, Guaidò Maduro costretti a trattare

Speranze per il Venezuela. Il governo norvegese ha annunciato che inizieranno veri colloqui di pace tra le parti per risolvere la crisi. La trattativa inizia però in una situazione di forte polarizzazione. Guaidò vuole la destituzione di Maduro. Il governo bolivariano conta sull’appoggio di Cina e Russia. Un rapporto dell’Onu accusa il regime di pesanti violazioni dei diritti umani. Maduro risponde che si tratta di un attacco degli Stati Uniti.

Speranze per il Venezuela

Speranze per il Venezuela. «Informiamo che i principali attori politici del Venezuela hanno deciso di continuare il processo di negoziato facilitato dalla Norvegia».
Un comunicato del ministero degli esteri norvegese ha annunciato così quello che sembra essere un passo avanti verso una soluzione della crisi del paese latinoamericano.
«Le parti – continua la nota -si riuniranno questa settimana alle Barbados per avanzare nella ricerca di una soluzione concordata e costituzionale per il Paese. I negoziati si svolgeranno in modo continuo e veloce».

Sia fonti del governo Maduro che quelle provenienti dall’entourage dell’autonominato Guaidò hanno confermato l’inizio di colloqui. Fallita la prova di forza, con tentativo di golpe, la trattativa diventa obbligo.
Ma la strada per una conclusione positiva sembra però essere davvero lunga e difficile da prevedere. Già nel maggio scorso sembrava essersi aperto uno spiraglio ma ogni possibilità di trattativa naufragò molto presto.

Trattativa in salita

Le parti, ammesso che siano animate davvero di buone intenzioni, partono da posizioni molto distanti.
La crisi iniziata a gennaio con l’autoproclamazione di Guaidò come presidente, proseguita con più tentativi di sollevazione popolare, e culminata nel recente tentativo di colpo di Sato sostenuto da pochi militari, praticamente morto sul nascere ad aprile.

Per i gruppi di opposizione qualsiasi trattativa deve portare necessariamente ad una destituzione di Maduro e a nuove elezioni. Solo venerdì scorso Guaidò ha ribadito alla Cnn: «è chiaro che in Venezuela c’è una dittatura. Penso che non ci sia dubbio, questo è quello che succede quando c’è la tortura, quando c’è la persecuzione, quando il territorio viene dato volontariamente alle organizzazioni terroristiche in Venezuela».

Parole poco concilianti alle quali ha risposto a stretto giro Maduro accusando i suoi oppositori di sperare e tramere tuttora in un colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti. Dichiarazioni  un po’ forti legate ad una molti incerta interpretazione politica dell’invito alla moderazione di Cina, Russia e Cuba. Guaidò legge la sollecitazione per Maduro, ma vale anche per lui.  Pridenza da Palazzo Miraflores: “si cercherà di trovare una  soluzione costituzionale per il paese”, promette Jorge Rodriguez, ministro delle comunicazioni venezuelano.

Paese diviso

Nonostante gli sviluppi diplomatici la situazione in Venezuela rimane fortemente polarizzata.
Il 5 luglio nel corso della giornata che celebrava il Giorno dell’indipendenza, la capitale Caracas è stata attraversata da due diverse manifestazioni.
Da un lato i sostenitori di Guaidò, in maggior parte settori del ceto medio, e dall’altra un variopinto corteo militare con tanto di carri armati in parata. Poi la consueta guerra propagandistica combattuta a colpi di tweet.

A spargere benzina sul fuoco ha contribuito un rapporto dell’Onu  pubblicato il giorno precedente. L’Ufficio per l’alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite (OHCHR),  ha infatti reso note 16 pagine nelle quali si ribadiscono una serie di accuse al regime di Maduro.

Onu di parte?

Il rapporto descrive “uno stato che non riesce a fornire beni di prima necessità alla sua gente, incluso il diritto al cibo, alle cure mediche e alla libertà di parola”.
Una catastrofe umanitaria fatta risalire alle politiche socialiste di Hugo Chavez.  Il capitolo relativo alle violazioni dei diritti umani è molto dettagliato, in esso si parla di uomini e donne detenuti sottoposti a tortura o “trattamento crudele, inumano o degradante”, tra cui “scosse elettriche, soffocamento con sacchetti di plastica, imbarchi idrici, pestaggi, violenza sessuale, privazione di acqua e cibo, posizioni di stress e esposizione a temperature estreme “.

Il governo venezuelano ha risposto accusando l’Alto commissario Michelle Bachelet di aver eseguito un compito proveniente da Washington. Il rapporto è stato definito “prevenuto” descrivendolo come una «una visione selettiva e apertamente parziale sulla reale situazione dei diritti umani nella Repubblica Bolivariana del Venezuela».
Di positivo c’è che i colloqui tenuti dalla Bachelet con entrambe le parti hanno portato alla liberazione di ventidue detenuti, tra cui il giudice di alto profilo Lourdes Afiuni e il giornalista Braulio Jatar. Segnali, minimi, ma forse sufficienti all’inizio di un vero tavolo di pace.

 

 

 

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