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venerdì 20 Settembre 2019

Notizia o Non Notizia, eterno litigio del giornalismo

‘Cronache bizantine’, una ventina di capitoli di un altro Non Libro che, preso a piccole dosi, può offrire spunti anche divertenti, adatti a cotanta calura estiva. Tempi di Governo Berlusconi IV vissuti per fortuna dalla splendida e lontana Istanbul

La Notizia con maiuscola di deferenza

Notizia o Non Notizia, eterno litigio del giornalismo

Appunti di 10 anni fa. Dopo tanti anni di mestiere giornalistico non ho ancora capito bene cosa sia la Notizia con la maiuscola di deferenza. O meglio: credevo di saperlo, ma trent’anni di mestiere dopo, mi trovo attanagliato dai dubbi. Non c’è vocabolario, manuale o accademia che aiuti. Neppure il proliferare di corsi di laurea in Scienze della Comunicazione aggiungono qualcosa, salvo false aspettative di giornalismo per nuovi disoccupati d’accademia.
Lo Zingarelli, precisando con la noticina “raro”, ci dice di qualcosa che sia “Degno di essere conosciuto”. Ho l’impressione che i dotti compilatori del vocabolario non guardino la nostra televisione. Dovrebbero spiegarmi, loro, cosa ci sia di “degno di essere conosciuto” nelle dichiarazioni sempre scontate del “panino politico” che rende indigeribile la pagina politica di ogni telegiornale.

Alla ricerca di maggiore modernità, mi affido all’Enciclopedia collettiva Wikipedia. “La notizia -mi dicono gli enciclopedisti di Internet- è un’informazione di un avvenimento in corso o concluso, data da un giornalista a mezzo di stampa..”. Che oggi sia il giornalista a definire la “Notizia”, mi pare un azzardo. In più: la questione del “Degno di essere conosciuto” dov’è finita? “Le notizie per essere pubblicabili devono rispettare alcuni requisiti, necessari per riportare correttamente il fatto e risultare interessanti”. Forse sciolgo i dubbi di una vita professionale. “Effetto: quante persone sono o sono state coinvolte? Tempistica: l’evento è recente o in corso? Novità: ci sono nuove informazioni in proposito? Vicinanza: l’evento è vicino geograficamente? Più sono elevati questi parametri, più la notizia risulterà potenzialmente interessante ad un lettore”.
Prendo nota e rifletto. Il numero delle persone coinvolte. Un’autobomba da 100 morti a Baghdad vale una breve attenzione di telegiornale? In questo caso la tempistica c’è tutta: ne esplode sempre una nuova, ogni giorno. Forse il problema è quello della novità che purtroppo non c’è, per non parlare del problema delle distanze. C’è stata la stagione giornalistica in cui l’Iraq c’era entrato praticamente in casa, e l’altra in cui semplicemente scompare dalla faccia della terra. Troppe bombe ripetute e troppo distanti da noi: pezzo redazionale per l’edizione notte.

Azzardo un’altra verifica. Rapiscono un giornalista italiano in Afghanistan.
Sulla questione dei numeri non ci siamo: un giornalista italiano e due collaboratori indigeni. Il distinguo, non rilevato da Wikipedia, non è tanto il numero, quanto l’appartenenza nazionale del rapito. Il rapito italiano finisce in Prima pagina, quello francese in cronaca, quello afgano direttamente nella fossa.
Provo ora a rileggere le situazioni con l’occhio del giornalismo che pulsa con i ritmi della politica. Bomba o rapimento che sia, l’Iraq o l’Afghanistan sono luoghi e temi al centro dell’attualità politica? Se Sì, partono persino gli inviati, con rischi connessi. Se No, immagini d’agenzia e testo redazionale. Lo scontro politico si fa incandescente sulla politica estera? Tutti in Afghanistan. Sfuma la polemica ed anche quella tragedia evapora nel miraggio dei deserti afgani.

C’è qualche cosa che non funziona. Saranno le regole teoriche superate dai tempi o il giornalismo attuale che ha superato il giornalismo? Proviamo a tornare alle origini, all’ABC del mestiere. La regola delle cinque W: who, what, where, when e why, (chi, che cosa, dove, quando, perché). Se in un articolo il giornalista rispetta questi cinque punti, ci insegnavano alla bottega dell’apprendistato, la notizia è stata riportata correttamente e chiaramente. Chiaramente per chi?
Esercizio scolastico attorno all’eterna attualità della politica italiana.

Cambi il nome politico, inverti la posizione tra centro sinistra e centro destra, e la formula si ripete, noiosa ed inutile, come qualsiasi pastone politico.
Suggerimento malizioso oggi, giugno 2019:
Who-chi: a caso, Salvini, Di Maio, Zingaretti
What-che cosa: Salvini critica tutto, Di Maio frena su tutto, Zingaretti prova a fare opposizione.
Ovviamente è soltanto uno spunto, sciarada a schema libero.
Where, when e why, in politica hanno risposte scontate.

La notizia, passando al mestiere mestierante, dovrebbe essere quella dell’uomo che morde il cane, rispetto al ciclo naturale delle cose che dovrebbe vedere il cane mordere l’uomo.
Da ciò l’assunto che il Male è Notizia rispetto alla “normalità” del Bene, con tutto ciò che di conseguenza ne deriva. Provo ad immaginare un telegiornale applicando la “regola” dello Zingarelli. Perseguire l’interesse privato è notizia d’apertura riguardo alla comune ispirazione al bene comune, la corruzione è l’eccezione rara al buon governo che domina le pagine della cronaca e la guerra è l’anomalia alla diffusa e universale pratica della pace che domina la pagina degli esteri. O io m’ero distratto o non mi pare di ricordare un simile telegiornale. Soprattutto in anni recenti.

Il Male notizia rispetto alla normalità del Bene?

Avremmo dovuto godere tutti di un palinsesto da libro Cuore.
Era Berlusconi: il monello Franzi che diventa primo della classe, Silvio che propone soltanto leggi d’interesse collettivo, la scuola della Moratti che funziona tra i banchi e non soltanto sui telegiornali compiacenti, il governatore della Banca d’Italia Fazio che si dimette il giorno stesso in cui il banchiere Fiorani gli ha dato per sbaglio del Tu.
Oggi (Era Prodi), avremmo telegiornali che ci narrano delle rare risse tra i partiti, come del peperoncino che ogni tanto insaporisce la minestra quotidiana della compattezza di governo ed opposizione, l’aula del senato ove la massima saggezza elettiva del Paese si dedica alla filosofia e non all’aritmetica.
La Chiesa del dopo Wojtyla che, abbandonata la prudenza curiale del “Dico e non dico”, scaglia i suoi anatemi contro lo sfruttamento delle risorse e delle speranze della maggioranza dolente della popolazione del pianeta. (PS, con Papa Francesco è accaduto, guarda tu quanti nemici si è fatto)

Nel mondo della Notizia che sottolinea l’Eccezione alla regola non avremmo più Reporter di guerra, ma Inviati di Pace. Non avremmo avuto la spettacolarizzazione della guerra in Iraq spalmata tra i crostini della Clerici e le “belle gnocche” di Cucuzza. Avremmo visto una aggressiva Botteri cimentarsi sulla front line delle missioni comboniane in Africa e, io stesso, a raccontarvi di qualche Organizzazione non governativa che in Kosovo ha educato i neonati albanesi e quelli serbi a non scannarsi tra loro prima della maggiore età.

Della guerra nel MITO

Della guerra, nel Mondo dell’Informazione Televisiva Organica (e seria), d’ora in avanti l’acronimo MITO, ci occuperemmo soltanto per raccontare dei suoi fallimentari risultati. Decine di troupes Rai e Mediaset ad inseguirsi per i souk tra le miserie di Baghdad e la disperazione di Fallugja (PS, cambio di nomi facile facile, vuoi Siria o Libia o Yemen). Reporter d’assalto sulla scia di Emergency in Afghanistan, o fra i monaci barbuti dei conventi cristiani assediati in Kosovo o adesso in Siria o Iraq o nell’oriente inquieto
L’Africa perennemente in primo piano, la Cina raccontata a dispense giornaliere da Paolo Longo, l’America latina che contende a Washington la centralità americana sul mondo, mentre da Londra godremmo delle diuturne cronache delle lotte dei minatori del Galles senza scemenze sulla famiglia reale e pettegolume attorno.
Nel MITO avremmo anche una televisione diretta dai migliori professionisti del settore, gente che di televisione ne capisce, gente che la televisione la fa dalla sala di comando e non di fronte alla telecamera. Avremmo una televisione indipendente e governata dalla multiformi espressioni della società civile, sindacati, Università, volontariato, consumatori, senza discriminare -s’intende- pochi ma selezionati rappresentanti della politica.

Ironia a parte, le Notizie oggi, se ci fosse una logica, dovrebbero davvero essere quelle. Nella normalità delle guerre terroristiche, antiterroristiche, preventive, aprioristiche e permanenti che occupano le nostre apprensioni e i nostri telegiornali, la Notizia è quel vasto movimento di Pace che attraversa Paesi, appartenenze nazionali, etniche e religiose, partiti, associazioni, chiese. Quella cultura e coscienza della pace che riesce a sopravvivere e a crescere nonostante il bombardamento per niente intelligente ma in compenso molto efficace dell’ideologia della guerra, della paura e della esclusione.

Gara tra politici e giornalisti

Noi giornalisti apparteniamo ad una categoria fortemente auto referenziale. Troppo. In questo ci battono forse soltanto i politici. Il primato della Politica alla base della Democrazia, dicono gli eletti dal popolo che l’informazione la usano per convincere lo stesso popolo elettore delle loro ragioni e per nascondere i loro torti. L’Informazione come potere di garanzia nei confronti della Politica e per la Democrazia, ribattiamo noi con orgogliosa ipocrisia, quasi che le Redazioni fossero camere sterili dove operano soltanto i Chirurghi della Verità a cuore aperto, e gli imbonitori in conto terzi fossero dei semplici stregoni e ciarlatani da strada privi di licenza professionale.
Democrazia, Politica, Informazione. Parole pesanti, che meritano la maiuscola a prescindere dalle regole della grammatica. Parole che ti si arrotolano in bocca soltanto nel pronunciarle. Alcuni, con quelle parole, ci si riempiono soltanto la bocca, altri la pancia e le tasche. Per fortuna resiste ancora qualcuno che con quegli alti principi ci si riempie soltanto la testa e il cuore. Semplice granellino degli idealisti di “testa e di cuore”, denuncio i preoccupanti segni in atto di degrado fisico della categoria. Diffusione del sovra peso, sino all’obesità, e assieme della malnutrizione di altri, che sfiora l’anoressia.

La Pace potrà mai entrare a far parte a pieno titolo della categoria delle Notizie? A nome del giornalismo di “testa e di cuore”, oltre che di strada, io dico di si, potrebbe, dovrebbe diventarlo. Ma si sa che sono stonato e in genere fuori dal coro. Da narratore di Guerre ormai da archivio, sono pronto a cambiare mestiere, per quel poco che me ne resta, nell’illusione che possa cambiare anche il giornalismo, soprattutto quello del Sevizio pubblico. Nel frattempo, quasi 9 anni dalla mia uscita dalla Rai, e ancora aspetto.
Che sia un illuso? Mi coglie sovente il sospetto, e su più argomenti. Anzi, la certezza

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