giovedì 18 luglio 2019

Dopo G20 cosa? G3 più 17 attorno, realtà del sovranismo a peso

I Paesi che veramente contano sono Stati Uniti, Cina e Russia. Gli altri hanno un valore ornamentale. Trump guarda alle Presidenziali: per questo cerca accordi con Xi (economia) e Putin (politica estera). Oltre al colpo di teatro con Kim in Corea

Oltre il colpo di teatro con Kim in Corea

Dopo G20 cosa? G3 più 17 attorno, realtà del sovranismo a peso
Il G20? Una comparsata. Quando a Salisburgo, un’era geologica fa (nel 1993), ai Salzburg Seminars dell’Università di Harvard, ci si azzuffava su quale dovesse essere il nuovo ordine mondiale, si parlava di G3. Ricercatori di tutto il pianeta spaccavano il capello in quattro per ribadire che, dopo la liquefazione dell’Unione Sovietica, l’assetto geopolitico globale era ormai imperniato su tre attori: Stati Uniti, Europa e Giappone. Beh, come capita spesso, si predicava a vanvera, perché oggi, a 25 anni di distanza, il mondo ha sempre un “formato G3”, solo che i poli catalizzatori si sono rivoltati.

Eclissatasi l’Europa, sotto il peso delle sue mille rivalità intestine; scomparso il Giappone, che ha dormito sugli allori ed è arrivato persino alla recessione, l’unico attore rimasto sono gli Stati Uniti. Che però non godono di ottima salute. Per diversi motivi. Le nuove “entrées” sono, comunque, di buona caratura (si fa per dire): la Cina di Xi Jinping e del capitalismo di Stato e la Russia degli oligarchi di Putin. Insomma, sempre di G3 si tratta. Gli altri 17, per saldare il conto e arrivare a G20, fanno solo numero. Ecco spiegato perché l’evento più sostanziale svoltosi in Giappone è stato il faccia a faccia tra Xi e Trump. Seguito a ruota dal confronto tra lo stesso Presidente Usa e Putin.

I restanti capi e capetti di Stato hanno avuto una funzione solo ornamentale. Robetta per i fotografi insomma. Esposto il “metodo”, che si nasconde dietro numeri e formule, andiamo al merito. Trump ha la sindrome di tutti i Presidenti Usa al primo mandato: essere rieletto. Per farlo squarterebbe sulle ruote chiodate della Santa Inquisizione amici, parenti e vicini di casa. Figurarsi i nemici… I capisaldi della sua campagna sono economia e politica estera. Sulla prima deve fare i conti con Pechino e sulla seconda con Mosca. L’Europa, abbiamo già detto, conta quanto il due di coppe quando la briscola è a bastoni.

Ergo, l’inquilino dello Studio Ovale, dopo avere tirato il collo alla Cina, con la guerra mondiale dei dazi doganali, adesso, col suo solito giro di valzer, offre una trattativa a Xi. E il colpo di teatro con il Kim in Corea, passaggio elettorale per lui, fa parte del pacchetto. E Xi ci sta pensando. Per ora deve abbozzare. Pechino, finito il ciclo in cui vendeva solo pessime copie di prodotti occidentali, oggi esporta, invece, una valanga di prodotti ad alto valore aggiunto: dai computer agli elettrodomestici, da componenti e semilavorati realizzati con materiali di ultima generazione, fino a all’hardware e ai programmi software a prezzi stracciati.

Metteteci pure un arsenale di armi per tutte le tasche, dalle pistole ad acqua ai missili terra-aria, e il quadretto è completo. La Cina, nonostante Trump, ha sì avuto una certa frenata. Ma ha tassi di sviluppo ancora fantasmagorici, che superano abbondantemente il 6%, e volumi di export soverchianti. La sua economia è un rullo compressore e loro sono dei filosofi. Non hanno bisogno di Nobel come Milton Friedman, Buchanan, Stiglitz o Krugman. No. Loro hanno Confucio e Lao Tzu. E sanno che, a meno che non cada l’asteroide che sterminò i dinosauri, gli americani dovrebbero togliergli Trump dalle scatole l’anno prossimo, quando si voterà per le Presidenziali.

Ecco spiegato il sorriso (un po’ forzato per la verità) di Xi Jinping. L’accordo col Presidente Usa è quello di non pestarsi i calli a vicenda. Per ora. A Pechino stringeranno i denti e si accontenteranno di guadagnare una cofanata di miliardi di dollari in meno. Fino a quando non arriverà Joe Biden (??) alla Casa Bianca e loro ripartiranno al contrattacco. Perché in Cina, sia detto per inciso, sudano tutti come camalli. Anche quelli del Partito che una volta esibiva il faccione di Marx. Andiamo a “compare” Putin, con il quale la Casa Bianca si vuole spartire i pani e i pesci in Medio Oriente (e nel Golfo Persico).

In un’intervista al Financial Times e nel suo confronto con “compare” Trump ha detto che “il liberalismo è finito”. Ahi, ahi, ahi. I sacerdoti del “pensiero unico” in servizio permanente effettivo si sono subito stracciati le vesti e hanno offerto caproni agli dei, sull’altare del “politically correct”, affinché gli aruspici ne leggessero le budella. Mischiando ovviamente capra (anzi, caprone) e cavoli. Libertà, democrazia, benessere (di pochi), malesseri (di molti), l’etica protestante di Weber e la “quadratura del cerchio” di Dahrendorf. Insomma un polverone che non ti dico. Non amiamo Putin, ma a volte (è un ossimoro) ne apprezziamo il cinismo. Anzi, l’asciuttezza.

Lasciamo perdere le battute infelici dello Zar sui “populismi” e il “multiculturalismo”, ma Trump, che s’indigna per difendere il “liberalismo a ogni costo”, l’ha capito o no che le sue guerre sui dazi doganali sono l’esatto contrario. E che il capitalismo “homo homini lupus”, senza nessuna regola, è solo una giungla dove ci si sbrana a vicenda? Però, badate bene, tutto ciò non significa esaltare il suo esatto contrario, le tavole della legge di “Baffone” Stalin. Là si scantona per ragioni esattamente opposte. Insomma, sembrano le “convergenze parallele” di democristiana memoria. E allora? Limitiamoci solo ai fatti. Anzi, ai numeri.
E da oggi in poi chiamiamolo non G20, ma G3. E gli altri? I ‘Meno Grandi’ evitando i numeri per scaramanzia.

 

AVEVAMO DETTO

Putin che tifa Trump, opportunismi strategici

https://www.remocontro.it/2019/06/29/putin-che-tifa-trump-opportunismi-strategici/https://www.remocontro.it/2019/06/28/in-20-a-chiamarsi-grandi-in-attesa-di-difficile-controprova/

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