domenica 25 Agosto 2019

Giornalismo al seguito, Enzo Biagi e ‘cose turche’ in Rai

Spezzoni, pezzi di ‘pezzi’ (linguaggio giornalistico), qualche pensiero ‘alto’ (tentato), e una datata polemica Rai rimasta sino ad oggi semiclandestina, con bersagli diversi da quando fu scritta, ma solo nei nomi. Quelli li dovete aggiornare voi.

Chi ha vinto e chi ha perso

Giornalismo al seguito, Enzo Biagi e ‘cose turche’ in Rai

M’è capitato di sostenere che le guerre, in televisione, nascono orfane e muoiono senza figli. Non c’è mai una attenzione alle crisi note prima che esplodano, c’è l’esaltazione dell’evento che aiuta gli ascolti dell’emozione, e poi c’è il silenzio sul dopo, a non scoprire, per esempio, i pessimi risultati di certe “guerre umanitarie”. Guerre senza strascichi, drammi umani giornalisticamente senza figli.
Ora il dramma dei migranti con tanto giornalismo variegato, quello onesto, legittimamente incerto rispetto alla complessità del problema, e quello schierato contro, a seguire e compiacere le politiche peggiori. Il peggio alimentato da modi che alimenta la ferocia. Ma su questo abbiamo in pagina un insuperabile Antonio Cipriani.
(https://www.remocontro.it/2019/06/30/quando-i-nostri-figli-ci-chiederanno-conto-di-questa-ferocia/)
Costretti quindi a partire dal giornalismo alto, sforzandoci a toni lievi.

Quando morì Enzo Biagi

Ho saputo della morte di Enzo Biagi nell’istante in cui la prima agenzia stampa ne ha dato notizia, il 6 novembre del 2007. Stavo al computer a controllare cosa si fossero detti a Washington George Bush e il premier turco Erdoğan. Da quel momento, la “notizia” che inseguivo da Istanbul, anche se di quasi-guerra si trattava, m’è sembrata parte del chiacchiericcio giornalistico inutile. Troppe parole, troppi testimoni che usano Biagi per raccontarsi. L’Io che governa azioni e percezioni, nell’occasione di una morte che colpisce, cerca valori meno plebei dietro cui immaginare il pezzo di vita propria che resta. Il mio Io, giornalista anche lui sino in fondo, quella mattina s’è sentito più solo.

Non avevo voglia di parlare di Enzo Biagi perché troppi, su di lui, stavano riempiendo pagine e teleschermi. Mi venne d’istinto, invece, il parlare di giornalismo. Il mestiere di Enzo Biagi, il mestiere che mi sarebbe sempre piaciuto fare da grande. Condizionale di autocritica personale rispetto al giornalismo praticato oggi che mi appare piccolo piccolo. Quel giornalismo governato da chi, in Biagi afferma d’avere avuto il maestro. Allievi asini che usano quel grande vecchio come totem attraverso cui esorcizzare i fantasmi della propria cattiva coscienza.

Il Biagi col suo definirsi sempre e soltanto “Cronista”. Il Biagi televisivo de “Il fatto”, sempre a inseguire i fatti. I fatti della prepotenza politica e dei suoi servi che lo escludono dalla Rai per anni. Il Biagi delle molte e precarie direzioni giornalistiche per incapacità al compromesso. Il Biagi dei libri in cui molti dei potenti del mondo, letti con la sua umanità attenta, ce li ha resi umani. Un Biagi che nel giornalismo attuale già non c’era più, chiuso e stretto nell’alibi di qualche frammento televisivo, isola di realtà nell’arcipelago delle Isole dei Cretini.

Giornalismo orfano di padri nobili attraverso cui coprire le proprie inadeguatezze e paese commosso. L’Italia che domani potrebbe correre a votare Berlusconi (oggi Salvini) o che applaude l’antipolitica dei Grilli Parlanti (pre Di Maio), piange in Biagi l’esatto contrario di quei mondi. Strano giornalismo e strano Paese, capaci di commuoversi di fronte alla virtù perduta ed incapaci di praticarla. Da giornalista che “avrei voluto essere”, senza Biagi mi sento più fragile di fronte a nemici del giornalismo onesto sempre più potenti.

Regno Autonomo all’Incontrario, RAI

C’è un’antica leggenda orientale ottomana che m’affascina e m’inquieta. Una sorta di favola con morale finale, mi dicono, che si raccontava nei palazzi reali del Topkapi di Bisanzio. La Fiaba dello strano Regno Autonomo all’Incontrario. Il Regno all’Incontrario, benché chiamato Autonomo, era in realtà sottoposto alle regole rigide del sultanato e alla vigilanza di feroci eunuchi. Una sorta di teatro di corte delegato all’esaltazione dei piaceri inconfessabili del Sultano, a partire dalla sua vanità. Di volta in volta era l’esaltazione di una conquista mai fatta o la cancellazione di una sconfitta subita, una sommossa della fame che diventa plauso di popolo festante, attraverso il soccorso pronto e solerte di guitti e giocolieri rigorosamente fedeli al vincitore di turno.

Il Regno Autonomo dell’Incontrario (l’acronimo RAI non risulta opportuno), era una sorta di principato della Sublime Porta, con una sua sovranità nominale e limitata (molto), un suo bilancio legato alla generosità incerta del Principe, una sua gerarchia di comando definita dalle lotte di Corte, ed una sua cerchia di sudditi, valutati, sul finire del sultanato, a circa 10 mila addetti tra concubine, fanciulli in erba, paggi, inservienti, guardiani, cantori, poeti, filosofi, giannizzeri e puttani.

Le leggi di quel Regno valevano all’incontrario per esplicita volontà del Sultano. L’aveva chiamato Regno e lo trattava come il bordello alternativo all’harem, spazio per favorite fastidiose e cortigiani incontinenti. L’aveva chiamato Autonomo, e l’aveva appaltato alle diverse fazioni di Corte. In proporzione ai meriti di fedeltà. Che si scannassero lì, era la filosofia dell’impero, piuttosto che tramare nel Palazzo. In ultimo, l’esaltazione della doppiezza fatta leggenda. Il sistema di comando del Regno Autonomo all’Incontrario.

In quel Regno di fiaba, non comanda chi comanda ma comanda chi più e meglio obbedisce. Non dirige chi dovrebbe dirigere ma dirige chi meglio si fa dirigere. Non primeggia chi è primo ma primeggia il primo a dire Si. Non è uno scioglilingua. È bolla sovrana precisa sino al dettaglio. A fare da Sovrano (pro tempore) è uno di quelli che avevano perso (prima), purché piaccia a quelli che hanno perso (dopo). Il sistema garantisce al Sultano in carica che il Regno Autonomo all’Incontrario sia sempre e comunque debitamente servile.

Nel piccolo reame immaginario di tutte le libertà, esiste un solo divieto costituzionale, quello alla Politica. “Politica” è la parola proibita ed ovviamente (l’Incontrario), costantemente praticata. Tutto e soltanto per il bene del Regno e nulla per l’interesse di una Parte, dice l’ordinamento. Tutto e soltanto per il bene della parte della Corte che lì ti ha mandato, è la pratica. La corrente di Corte o la stretta cerchia d’amici con cui condividi mercato, postribolo e hammam.

Più un Principe è creatura di Corte, più egli tuonerà contro le interferenze della Corte. “Scelte libere nell’interesse sovrano del Regno Autonomo all’Incontrario”, tuoneranno dal pulpito delle loro periodiche celebrazioni di sovranità. Coerenti all’incontrario, più sono creature di Corte, più gridano la loro indipendenza dalla Corte stessa. E le gazzette del Regno e del sultanato danno spazio e attenzione, tamburi e trombettieri ad aiutare la diffusione della fola.

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