• 29 Febbraio 2020

Ponti oltre Genova, dove è passata e cammina la storia dell’umanità

Ponti oltre Genova, dove è passata e cammina la storia dell’umanità
Ponte, realizzazione umana per superare un ostacolo. Se vai per enciplopedia, i ponti possibili sono decine e decine con infinite varianti. Ponti fissi e quelli mobili, vedi il ponte levatoio. Ponte ad arco, ponte strallato, ponte girevole, ponte sollevabile, ponte su chiatte, e ci fermiamo per non esagerare con l’ingegneria. Più semplicemente, tendiamo a distinguere tra ponti che uniscono e ponti che crollano o che, abbattuti dalle guerre, isolano, chiudono, imprigionano.
Ponti da sempre nel mondo, da quando l’uomo uscì dalla caverne e iniziò a costruirsi ripari. Il primo ponte fu probabilmente un semplice tronco d’albero caduto per caso fra le due rive di un fiume. Poi anche i ponti crebbero con l’uomo. Il ponte di Kazarma in Grecia, età del bronzo, tredicesimo secolo avanti Cristo, è uno dei ponti ad arco in pietra più antichi ancora esistenti e in uso.
I costruttori dei più grandi ponti dell’antichità furono certamente gli antichi romani. Ponti ad arco e acquedotti che in parte ancora oggi vengono utilizzati. Con un salto di più di dieci secoli, arriviamo alla modernità ottocentesca dell’acciaio e del cemento armato che, abbiamo scoperto sulle 43 vite strappate a Genova, non è eterno e richiede manutenzione e cura.

I ponti più importanti delle case,
più sacri perché più utili dei templi

Nel suo celebre romanzo “Il ponte sulla Drina” lo scrittore Ivo Andric scriveva che «i ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi». E indubbiamente, ricordando la complessa e tormentata geografia fisica ed umana dei Balcani aveva ragione. Varcare un solido ponte significa accorciare il cammino e renderlo più agevole, anche se spesso il mondo che si incontra dall’altra parte è diverso da quello da cui si proviene. Forse per questo alcuni ponti erano diventati dei punti riferimento molto importanti nella vita delle comunità e nei momenti difficili poteva capitare che diventassero anche un simbolo negativo. Fu quello che accadde al ponte di Mostar, la cui unica colpa era quella di essere stato costruito nel periodo ottomano: bastarono poche granate ad abbatterlo, ma i due monconi finirono per rappresentare la tragedia dei Balcani. Mentre si ricostruiva faticosamente il ponte, recuperando una ad una le pietre dalla gelida Neretva che scorreva sotto, era in corso anche la ricostruzione della Bosnia e il simbolo della rovina con il passare del tempo cambiava significato.

La fama del pascià nata con il ponte

Il ponte di Visegrad –protagonista del romanzo di Andric– ebbe un’altra storia e consacrò il destino del suo costruttore: realizzato dal pascià Sokolovi, in solidissima pietra e fondato su piloni mastodontici che sfidano ancora oggi la corrente della Drina, non fu mai toccato dalla distruzione bellica, mentre il territorio circostante invece fu messo a ferro e fuoco più volte nel corso dei secoli. La maestosità del ponte diffuse così la fama del pascià che divenne in seguito gran visir e – cosa rara per quei tempi – potè servire due sultani: alla morte di Selim II il nuovo sultano Murat III infatti confermò il gran visir Sokolović nonostante i pericolosi intrighi di palazzo. A parte la realizzazione del ponte, Sokolović era del resto un abile diplomatico e un grande organizzatore, come aveva imparato nella scuola dei giannizzeri. Soprattutto però era nato nei Balcani, dove continuava a vivere il fratello Makarjie che fu il patriarca serbo ortodosso di Peć fino alla morte nel 1574.

Non solo Balcani

L’evento più comune all’origine della distruzione di un ponte resta comunque la guerra e questa non è una caratteristica limitata solo ai Balcani: in Europa occidentale due guerre mondiali devastanti hanno distrutto molti ponti e altrettanti sono stati ricostruiti. A Firenze, ad esempio, i tedeschi in ritirata nell’agosto 1944 distrussero tutti i ponti di Firenze con la sola eccezione di Ponte Vecchio che – si disse – era piaciuto molto ad Hitler che lo aveva ammirato durante la sua visita nel 1938. Sei anni dopo i genieri tedeschi fecero saltare senza indugio anche il ponte Santa Trinita e per lunghi anni la città attese che fosse ricostruito “dove era e come era” uno dei ponti più famosi e belli d’Europa. A parte la particolare eleganza delle linee concepite da Michelangelo, il ponte – costruito da Bartolomeo Ammannati – rappresentava anche una svolta tecnica: la forma dell’arcata, simile ad una parabola, era in realtà molto solida da un punto di vista costruttivo. Firenze dovette attendere però quattordici anni dalla fine della guerra per vedere di nuovo il ponte: i lavori cominciarono nel 1952 e terminarono nel 1958.

Il ponte di Bassano

Costruito in legno secondo un progetto attribuito ad Andrea Palladio nella seconda metà del Cinquecento, il ponte di Bassano è un altro ponte molto famoso che ha avuto vicende altrettanto tormentate. Nel 1748 fu distrutto da una piena del Brenta e ricostruito; fu incendiato nel corso delle guerre napoleoniche e ricostruito una seconda volta e, nuovamente distrutto dai tedeschi in ritirata nell’aprile 1945, ebbe una terza ricostruzione che si concluse nel 1948. Durante la Prima Guerra mondiale Bassano e il suo ponte erano diventate dei simboli della dura lotta che si combatteva sul monte Grappa e questa rimane a un secolo di distanza l’immagine popolare più diffusa. I pericoli sembrano però incombere ancora perché recentemente un testo scolastico di una nota casa editrice ha collocato il ponte non sul Brenta, ma sul Piave. Non una distruzione quindi, ma un trasloco molto pericoloso per il vecchio ponte.

Giovanni Punzo

Giovanni Punzo

Giovanni Punzo di mestiere dovrebbe aggiustare ciò che scrivono gli altri -fa l'editor- ma ha preso il vizio. Scrive di storia militare, altro 'contagio' per aver fatto l'ufficiale degli alpini. Da lui le guerre 'dei nonni' all'origine di quelle di oggi.

Read Previous

Putin che tifa Trump, opportunismi strategici

Read Next

Quando il bigottismo di Stato, da crudele diventa anche imbecille