venerdì 19 luglio 2019

La ‘cyberguerra’ di Trump all’Iran per coprire i segreti del drone

Offensiva dell’Us Cyber Command contro il gruppo di intelligence iraniano dietro all’attacco alle petroliere nel Golfo del’Oman, la versione New York Times.
Altri segreti li svela Pietro Orteca. Un “Telefono rosso”, come ai tempi sovietici, che mette in contatto la Marina americana e quella dei Pasdaran. Forse il drone abbattuto era veramente nello spazio aereo di Teheran, che aveva avvertito più volte Washington di smetterla.

Telefono rosso Usa-Pasdaran

La ‘cyberguerra’ di Trump all’Iran per coprire i segreti del drone
Mentre il Presidente americano, con un’ennesima giravolta, porge un ramoscello di pace agli ayatollah, spunta una notizia clamorosa. C’è un “telefono rosso” tra Donald Trump e Alì Khamenei, Guida Suprema iraniana. Lo rivelano spifferi arrivati dai servizi segreti israeliani, dove non tutti, evidentemente, tifano per Benjamin Netanyahu. Lo scoop spiega benissimo come l’attacco contro gli ayatollah, deciso dal Presidente americano per rispondere all’abbattimento del “drone” sullo Stretto di Hormuz, sia poi stato annullato dieci minuti prima che scattasse. Sono stati i 10 minuti più lunghi (finora) di tutta la crisi Usa-Iran. Le “scuse” accampate dalla Casa Bianca, che starebbero alla base del dietrofront, sono di carta velina. La verità è che i vertici americani sono in stato di fibrillazione neurale.

Timori di ‘guerra per caso’

Esistono almeno tre “partiti” che se la cantano e se la suonano, in modo diverso, sulla strategia da adottare contro l’Iran. E Trump balla in mezzo, come l’orso Yoghi, sempre più confuso, piuttosto che persuaso. “Telefono rosso” è l’espressione coniata al tempo della crisi missilistica di Cuba, quando il pianeta rischiò seriamente tutto. Le penne e le piume. In realtà si trattava di una telescrivente, che metteva direttamente in contatto Kruscev e Kennedy, “saltando” tutte le sfere intermedie di comando. Motivo? Qualcuno (i militari), più realista del re, avrebbe potuto rompere la “catena gerarchica” (come avvenne con l’abbattimento dell’U2), e senza aspettare gli ordini dei politici, sparare a casaccio.

Tra Al-Manama e Bushehr

Beh, qua, facendo la tara e con le dovute differenze, i timori sono proprio quelli di una guerra scoppiata “per caso”. Solo che, questa volta, forse i militari sono stati più saggi dei politici. Almeno in casa Trump. Dunque, la “hot line”, linea calda Stati Uniti-Iran, corre tra il Comando della Quinta flotta Usa ad Al-Manama (Bahrein) e lo Headquarter della Marina delle Guardie Rivoluzionarie persiane, a Bushehr. Il generale Amir Hajizadeh (Iran’s Revolutionary Guards Aerospace Command ha detto: “Noi abbiamo subito avvertito gli americani per ben quattro volte di far cambiare rotta al “drone” e non abbiamo avuto risposta”. Trump, dopo l’abbattimento del suo velivolo senza pilota, aveva deciso di colpire ed ha annunciato (funziona così) all’Iran il suo imminente attacco, per limitare le perdite umane ed evitare una escalation.

Per 4 volte ‘via quel drone’

Insomma, un papocchio. Poi, in dieci minuti, e dopo contatti con i “pasdaran”, ha annullato tutto. Forse perché la stima di 150 vittime per l’abbattimento di un “drone” gli sembrava sproporzionata? Calma e gesso. Per come la raccontano gli israeliani, pare che Trump abbia addirittura mandato un messaggio diretto a Khamenei, utilizzando il “ponte radio” dei miliziani sciiti: “Parliamoci – avrebbe detto – noi non vogliamo una guerra”. Non si sa il contenuto dell’eventuale risposta. Ma qualcosa dev’essere successo, per fermare gli aerei pronti al decollo e i missili sulla rampa di lancio. Probabilmente, il “drone” era veramente in acque territoriali iraniane (forse mappava possibili bersagli sul terminal petrolifero dell’isola di Kharg) e, per questo, allertato dal Pentagono, Trump ha dovuto fare marcia indietro, per non esporsi a critiche che gli avrebbero fatto perdere la faccia. E pure le terga.

‘Situation room’ Pentagono

In effetti, l’altolà sarebbe partito dagli alti ufficiali della “situation room” del Pentagono. Gli israeliani aggiungono che Trump avrebbe anche chiesto a Khamenei di non colpire gli oleodotti sauditi. Come gli ayatollah avrebbero “programmato” di fare nei prossimi giorni. E il “triplete” della Casa Bianca? Scontata la foia bellicistica di John Bolton, Consigliere per la Sicurezza Nazionale, più sfumati, anzi, più anguilleschi, sembrano i punti di vista del Segretario di Stato Mike Pompeo e, soprattutto, della Direttrice della Cia, Gina Haspel. Secondo la stampa americana (e non solo) erano tutti e tre per l’immediata “vendetta” a suon di bombe e missili. Per mostrare i muscoli e seguire la famosa massima “colpiscine uno per educarne cento”. A cominciare dalla Corea del Nord.

Cia e suggeritori Mossad

Noi, però, non crediamo che solo gli specialisti del Pentagono (che, ricordiamolo, ha solo un “Ministro “facente funzione”) siano riusciti a bloccare cotanta “trimurti”, evitando il rovinoso blitz di Trump. La signora Haspel conosce bene i rischi di una guerra non provocata con l’Iran. Se lo sanno gli israeliani, che le passano tutti i “compiti in classe” possibili e immaginabili, lo deve sapere pure lei, come stanno le cose. E se proprio non lo sa, cambi mestiere e vada a farsi la calza. Pompeo? E’ una figura difficilmente inquadrabile. Però gira come una pallina da flipper, per tutto il Medio Oriente. Perciò glielo avranno pur spiegato quali sono le eventuali colpe dell’Iran. E quelle, abbastanza evidenti, degli americani. Che cercano lo scontro come una banda di “hooligans” fatti di birra. E non solo.

Cagnaccio Bolton

No, alla Casa Bianca il vero cagnaccio è Bolton, l’erede più genuino del “Pnac” (Project for the New American Century) di Dick Cheney. Il think tank che ha programmato, suggerito e gestito dietro i tendaggi dello Studio Ovale la Seconda guerra del Golfo. Ma siccome a questo mondo tutto è possibile, accontentiamoci di un’illusione: annullando il blitz, forse Trump ha semplicemente avuto un attacco di intelligenza.

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