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venerdì 20 Settembre 2019

Premio «Io c’ero» per Cicci e Picci, e la Belgrado segreta

Raccontini ini ini oggi, cosucce estive di una decina d’anni fa, con un minimo sforzo di ricollocazione storica da parte vostra rispetto ad una Rai che forse non esiste più, e anche una certa parte di Belgrado che, dopo averla bombardata esattamente 20 anni fa, abbiamo trovato più conveniente dimenticarla. Nulla di troppo serio, parola d’onore.

Premio «Io c’ero» per Cicci e Picci, e la Belgrado segreta

Cicci e Picci da Tv estiva

Siamo in estate e io già ‘televisivamente’ tremo, nonostante il caldo. Chiusura delle poche trasmissioni giornalistiche d’approfondimento, telegiornali con organico e curiosità feriali. Esodo, controesodo, ferragosto. Da mal di pancia. Di buono (per chi allora, quasi una decina di anni fa, ancora ci lavorava), l’occasione per piazzare nei telegiornali orfani della politica interna che va in vacanza, qualche pezzo in più dalle periferie del mondo che erano le mie frequentazioni abituali. Di fronte al televisore, la possibilità di vedere repliche di fiction che a me sembrano tutte nuove, e dei premi giornalistici, che mi sembrano tutti delle repliche.

Lo scenario del Premio, è sempre incantevole, come previsto da contratto. Il luogo prescelto, una delle mille località di pretesa turistico-culturale del nostro Paese. Un Ministro in carica o almeno un Sottosegretario eletti in loco sono indispensabili. Il Premio è sempre un inno alla Critica Severa ed Oggettiva della televisione che ci ha esaltato nella trascorsa stagione. L’arredo, oltre al “Bravo Presentatore/Presentatrice” in cerca di contratto televisivo, prevede anche sindaco e assessori spendaccioni, addetti alla consegna di qualcosa con aria scema d’ordinanza assieme allo smoking. Il Premio è di rigore un monolite artistico destinato a finire come ferma porta. Gli ospiti, navigatori incerti nella risacca della comparsata televisiva, sono tutti Cara e Caro, Bravissima e Bravissimo.

Il parterre dei Premiati è rigorosamente aderente all’Emittente che riempie i suoi spazi desertici di palinsesto estivo con desolanti esibizioni di Star rinsecchite dall’arsura e Bravi Giornalisti in eterna vacanza dal mestiere. Il Dirigente che ha avallato la Marchetta, ha l’obbligo d’essere ospite d’onore con relativa presa per il sedere, contrattualmente ruffiana, tanto per apparire democratici e alternativi, mentre si godono la vacanza a scrocco, magari assieme all’amante. Il dramma di noi migranti giornalistici è che il modello televisivo Cicci e Picci sta ormai invadendo il mondo, Turchia e Balcani compresi. L’unica Unione europea che si vede da queste parti si chiama “Grande fratello”. Giornalismo griffato per i Cicci e Picci. Televisione light da palinsesto in Saldo estivo.

La “Televisione dei Cicci e Picci”, più che un modo ed un luogo del farla, è una filosofia, un modello televisivo con infiniti possibili interpreti e sistemazioni di palinsesto. Qualche volta la televisione Cicci e Picci s’infiltra persino nel sacrario dei telegiornali. In quel caso ci sono i Cicci e Picci da promozione libraria. Troppi a scriverli, troppo pochi a leggerli. Soprattutto tra i giornalisti. Il titolo d’obbligo è in genere “Io c’ero”. Io, l’autore, e qualsiasi altra meta esotico-guerresca sia stata onorata dalla breve ma significativa presenza dell’autore. Non ho mai capito perché a qualsiasi persona al mondo, salvo genitori e parenti stretti, dovrebbe fregare qualcosa di come Tizio o Caia abbia vissuto il “suo Iraq”, ma pare che a volte, con l’aiuto dell’immagine televisiva, la cosa funzioni.

Belgrado, il Klub Pisaca ed Enzo Biagi

Sempre a raccontare di un est Europa pieno di guai. Stufo io e stufi voi, parliamo di cucina, con un po’ di politica a fare soltanto da contorno. Per chi mai dovesse capitare a Belgrado, consiglio due ristoranti da pellegrinaggio. Il primo è il Klub Pisaca, il “Club degli scrittori”, nel sottoscala della Casa della Cultura di socialista memoria. Per noi giornalisti balcanici di lungo corso è “Da fu Ivo”, che è il nome del gestore defunto dei tempi antichi, oppure il milosceviano ed attuale “Da Budo”. Budo è una sfinge con l’età della mummia di Tutancamon, una calcolatrice al posto del cervello e il portafogli al posto del cuore. Il secondo è “Avala”, ristorante proletario ed ancora statale di fronte allo stadio della storica “Crvena zvezda”, Stella Rossa.

Da Fu Ivo, o da Budo, se preferisci, trovi la Jugoslavia di Tito che avevi soltanto immaginato. Stessa pittura alle pareti, a quanto appare, stesse litografie annebbiate della Belgrado medioevale, stessa divisa dei camerieri e del gestore. Giacchette bianche linde ed inamidate la cui antichità la cogli dal logoramento d’orli e colletti. Linde e inamidate anche tovaglie e tovaglioli, con questi che ti restano rigidi a quaterna sulle ginocchia. Anche i camerieri sono sempre gli stessi. Due, Miki e Boban. Li ricordo giovanotti e non lo sono più da parecchio. Neppure io. Loro prendono le ordinazioni e ti servono ma il conto è competenza del solo Budo.

Una notte buia e tempestosa di bombe, 1999, in quel ristorante portai a cena persino Enzo Biagi con l’amico Loris Mazzetti. La reverenza dovuta al Grande Vecchio del giornalismo italiano, assieme alla gratitudine per il rifornimento di medicine e soldi Rai che mi aveva portato in capienti sacchetti da supermercato. Ricordo che Biagi quella sera si lamentò di una guerra così poco emozionante e priva di protagonisti veri, rispetto alle altre che lui aveva visitato durante la sua iperbolica carriera. Tornato in albergo, l’Hyatt, ebbe l’emozione di vedere molto da vicino l’impatto di una raffica di missili Tomahawk che s’infilavano nel grattacielo della Ce-Ka proprio di fronte, l’ex Centralni Komitet della Lega dei comunisti jugoslavi, diventata sede degli affari e dei partiti privati della famiglia Milosevic.

Al Club trovi/trovavi gli ultimi intellettuali post comunisti che ancora possono permettersi il conto di Budo. Da Havala, stadio Stella rossa, trovi il proletariato politico tendente al nero. Non per nulla, tra il ristorante e lo stadio, sulla destra, ci sta la palazzina color turchese del fu “Komandant Arkan”, macellaio d’umani in Bosnia, ucciso da killer di Stato un po’ d’anni fa. Nella palazzina le serrande abbassate di quello che fu il suo “Pekara”, il forno per pane e dolci. Un vizio della destra ultra nazionalista quello della bottega del pane, forse per un’evocazione commerciale alla “Madre terra” che loro hanno saputo arare così fruttuosamente. Anche Marko, il figlio maschio di Milosevic, aveva aperto un forno, a Pozarevac, la cittadina sulla Morava dove era nata la madre e dove ora riposa, solitario e dimenticato nel giardino dei suoceri, Slobodan Milosevic.

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