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venerdì 20 Settembre 2019

Brasile in piazza contro Bolsonaro e poi il ‘Moro della vergogna’

Primo sciopero da quando Bolsonaro è Presidente, contro l’aumento dell’età pensionabile e contro l’economia che non riparte. E poi lo scandalo di Sergio Moro, ‘il Moro della vergogna’, giudice a mano armata contro Lula, premiato come ministro della giustizia ora sull’orlo delle dimissioni per rivelazioni sconcertanti

Sciopero, ‘bestemmia’ per Bolsonaro
che prima fa pestare e poi si discute

Brasile in piazza contro Bolsonaro e poi il ‘Moro della vergogna’
Venerdì scorso a San Paolo sono state botte. I manifestanti caricati dalla polizia antisommossa durante lo sciopero generale contro il piano pensionistico del Governo e i tagli alla spesa federale per l’istruzione superiore. Sciopero nazionale alla vigilia delle proposte del governo dell’ultra destra al Congresso per l’approvazione. Gli scioperi generali non frequenti in Brasile. Il primo dal 2017 e il primo in assoluto da quando Jair Bolsonaro ha assunto l’incarico di Presidente, lo scorso 1° gennaio. Riforma delle pensioni a parte, molti brasiliani protestano anche contro i tagli all’istruzione giustificati dal Governo con la necessità di fare ordine nel bilancio pubblico, e con l’aumento del tasso di disoccupazione, al 13%, mentre il numero di posti di lavoro creati è al di sotto delle promesse. A scioperare, infine, sono anche gli impiegati della compagnia petrolifera statale Petrobras, che si oppongono alla possibilità minacciata da Bolsonaro di una privatizzazione dell’azienda.

‘Il Moro delle vergogna’,
e ‘Mani pulite’ sporche sporche

L’ultra destra ora al potere, e l’ex presidente Lula messo in galera per rendere possibile il ribaltone e la elezione dell’ex parà Bolsonaro. Ora via via, nuove rivelazioni dal sito d’inchiesta The Intercept sulla faziosità schierata dall’ex giudice Sergio Moro, l’uomo della condanna di Lula, che ad elezioni senza partita e Bolsonaro presidente, è stato premiato con la nomina a ministro delle giustizia. L’ultima rivelazione ha un sapore quasi italiano, con Moro che avrebbe aizzato giornali e Tv contro Lula. Adesso non pensate subito a Mani pulite milanese e ai collegamento Tv di Paolo Brosio da una triste Rete4 berlusconiana. Dal bunga bunga al potere e alla galera vera, in Brasile. Col giudice che scrive al procuratore prescrivendogli la strategia d’accusa e anche come influenzare i resoconti giornalistici a discapito dell’imputato che egli era chiamato a giudicare: «Forse domani dovreste divulgare una nota per chiarire le contraddizioni della deposizione». Bel giudice terzo.

Arbitro decisamente di parte
e corruttori non solo di casa

Faccia di tolla, detta con moderazione all’italiana, Moro che rassicura Lula. «Voglio chiarire che a rappresentare l’accusa è il pubblico ministero e non il giudice. Io sono qui per ascoltarla ed emettere un giudizio alla fine del processo». Bugiardo e anche un po’ bastardo (detta sempre all’italiana, ma un po’ meno elegantemente di prima), il ‘Moro imparziale’, che gestisce nel dettagli intercettati tutta la massiccia campagna di dichiarazioni e ‘rivelazioni’ d’accusa sapientemente pilotate. Interpellato da Intercept, il ministro Moro riconosce di aver commesso «una disattenzione» (molto assolutorio con se stesso) indicando una pista di indagine ai pm. Ma si è poi rifiutato di commentare «presunte conversazioni, ottenute attraverso la criminale invasione di hacker, che possono essere state adulterate». Ma sulle reti sociali i messaggi di ripudio verso la ‘Lava Jato’, ‘autolavaggio’ molto ammaccato, superano di quattro volte quelli di sostegno, rileva Claudia Fanti.

Giudice istruttore/inquisitore
un po’ troppo all’italiana

La costituzione brasiliana distingue in modo chiaro il ruolo del giudice da quello del pubblico ministero e nonostante Moro abbia ripetuto più volte di non essere ‘un giudice inquisitore’, le intercettazioni dimostrerebbero che ha oltrepassato i limiti consentiti alla sua funzione. Con meno fronzoli, si sentono pubblici ministeri dell’inchiesta che parlano apertamente del loro desiderio d’impedire la vittoria del Pt (il partito dei lavoratori di Lula) e il giudice Moro collaborava con loro per costruire l’accusa contro Lula. Riguardo all’opportunità o meno di pubblicare conversazioni private che coinvolgono anche funzionari dello stato, il fondatore di The Intercept, Glenn Greenwald, noto per aver pubblicato i documenti sottratti al governo statunitense da Edward Snowden, scrive: «Abbiamo deciso di seguire il modello di riferimento per i giornalisti di tutte le democrazie del mondo. Se un’informazione rivela trasgressioni o illeciti commessi da parte di chi ha il potere, va diffusa; se invece è strettamente privata e lede il diritto alla riservatezza di una persona, va preservata».

E adesso, a rivelazioni fatte?
Moro via, Lula libero e basta?

Ancora non è chiaro quali saranno le conseguenze delle rivelazioni di The Intercept sul governo e sulla politica brasiliana. “In una democrazia in salute”, scrive la giornalista brasiliana Carol Pires sul New York Times (e riferisce Camilla Desideri su Internazionale), «Moro dovrebbe dimettersi da ministro della giustizia o almeno farsi da parte fino a quando non si concluda un’eventuale inchiesta sul suo operato come giudice nell’indagine lava jato. Ma tutto lascia pensare che la nostra democrazia sia malata e che Moro non abbia intenzione di uscire di scena». Per ora il presidente Bolsonaro non lo ha difeso pubblicamente, limitandosi a comparire vicino a lui durante un appuntamento ufficiale della marina a Brasília. Gli avvocati di Lula invece si sono espressi con chiarezza: sul tavolo ci sono tutti gli elementi per chiedere una revisione del processo che ha portato in carcere il leader del Pt e della sinistra brasiliana.

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