venerdì 19 luglio 2019

Messico, fronte di guerra per giornalisti impiccioni

Mattanza di cronisti in Messico, dieci vittime da quando Obrador è presidente. L’ultima a essere uccisa, Norma Sarabia, indagava sulla corruzione nella polizia. Lo scrittore Juan Villoro: «In questo momento la libertà di espressione non è del tutto garantita».

Messico, fronte di guerra

Messico, fronte di guerra per giornalisti impiccioni
Marco Miranda, giornalista nello Stato di Veracruz, è stato sequestrato nella giornata di mercoledì, cinque giorni fa, ci informa Andrea Cegna sul Manifesto,mentre martedì una giornalista che si occupava di cronaca nera, Norma Sarabia, è stata uccisa in un agguato mentre tornava a casa nel Tabasco, lo Stato nel sud-est del Messico dov’è nato il presidente Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo. Due uomini mascherati a bordo di una moto le hanno sparato. Il suo giornale, ‘Tabasco Hoy’, ha fatto sapere che indagava su episodi di corruzione nella polizia e che aveva ricevuto minacce anonime.

Far West senza sceriffi credibili

L’ottavo omicidio di un giornalista dall’inizio dell’anno, il decimo dall’inizio del governo Obrador, ed è soltanto la statistica ultima del macello. Lo scorso anno furono 8 tra giornaliste e giornalisti ad essere uccisi. Ma se iniziamo a contare dal 2000, arriviamo a quota 129, numeri da Sarajevo o Siria.
«Spesso non si sa nulla del perché dell’omicidio, a volte chi è stato ucciso si era imbattuto nelle promiscuità tra trafficanti di droga, apparati dello Stato e operatori di economie legali», denuncia Cegna. E quindi la colpa ai fantomatici «cartelli», ‘soggetti quasi mitologici’ a cui attribuire le colpe di ogni male del Paese, assassino veri a coprire altri omicidi complici o incapaci a scoprirli.

Il Messico del muro di Trump

«Da quando Obrador è presidente la violenza non è diminuita. Non è certo di una responsabilità dell’attuale governo, perché siamo davanti a un problema strutturale che esiste da decine di anni», analizza Juan Villoro, scrittore e giornalista a sua volta a rischio. Jorge Ramos, altro ‘periodista’ che lavora negli Usa, ha assistito a una delle conferenze stampa mattutine di Amlo e ha fatto domande sulla violenza. Il presidente ha risposto dicendo che l’aritmetica non è il suo forte ma in sostanza ha confermato i tragici numeri elencati da Ramos. Il neo presidente non tenta di negare il problema, ma sul fronte della libertà di stampa, forse non ammazza, ma ha già a sua volta molto da farsi perdonare.

Lottizzazione alla messicana

Secondo Villoro «in questo momento la libertà di espressione non è del tutto garantita. C’è il timore che gli uffici pubblici che si occupano di comunicazione si convertano in uffici di propaganda. L’agenzia Notimex ha licenziato tutti i suoi corrispondenti per assumere persone vicine al governo Obrador. Preoccupa che invece che attivare percorsi di protezione dei giornalisti si chiudano gli spazi di critica. Gli organi informativi pubblici debbono essere di Stato e non di governo». Una occhiatina alla nostra Rai -ammazzamenti esclusi- forse consolerebbe almeno in parte i poveri colleghi messicani. Ma il governo di Obrador è in carica da soli sei mesi, e non può certo cambiare tutto in un colpo. Ha creato la Guardia nazionale, scelta criticata da chi teme la militarizzazione del Paese, e poi si scopre che con l’accordo firmato con gli Usa di Trump la ‘superpolizia’ sarà usata soprattutto per arrestare migranti, e non contrastare la violenza nel Paese.

Prima di Obradr, Nieto e l’inferno

Durante i sei anni precedenti di presidenza di Peña Nieto, il Paese venne classificato tra i più pericolosi al mondo per i giornalisti: 47 uccisi, 4 scomparsi e un totale di 2.502 aggrediti nel corso del suo mandato. Durante il periodo di presidenza di Peña Nieto (2012-2018), non solo un forte aumento di aggressioni contro ai giornalisti, ma livelli di impunità pari al 99% dei casi. Gli uomini del governo e le autorità sono stati identificati come la più grande minaccia per la stampa. Secondo ‘Articulo 19’ (da noi Articolo 21 della costituzione sulla libertà di espressione), queste istituzioni statali non sono efficaci proprio perché troppo legate al governo che in alcuni casi è legato alle stesse organizzazioni criminali locali.«Sparizioni, torture, esecuzioni extragiudiziali, massacri, sono fatti che riguardano la società in generale, il suo insieme. Queste violazioni dei diritti umani significano una rottura del tessuto sociale, incidono sul modo in cui vivono le persone, le comunità e la società in generale».

UN FILMATO DA INTERNAZIONALE

https://www.internazionale.it/video/2015/10/27/messico-giornalista-sequestro

Potrebbe piacerti anche