venerdì 19 luglio 2019

Il nazionalismo che viene dall’est e i sovranismi post comunisti

Il politologo polacco Radosław Zenderowsk sul nazionalismo nell’Europa centrorientale, ripreso da Andrea Pipino, giornalista di Internazionale, proprio mentre il cosiddetto sovranismo e le tendenze autoritarie si diffondono in mezza Europa e in molte altre aree del pianeta.
Estratto dal primo capitolo di Nazionalismi. Democrazie illiberali, tentazioni autoritarie e identità nell’Europa centrorientale (Editrice Bibliografica 2019).

Nazionalismo, sovranismo
ad autoritarismo diseguale
Uno studio del politologo polacco Radosław Zenderowsk sul nazionalismo nell’Europa centro orientale, ripreso da Andrea Pipino, giornalista di Internazionale, proprio mentre il cosiddetto sovranismo e le tendenze autoritarie si diffondono in mezza Europa e in molte altre aree del pianeta. Tifosi o preoccupati, è tema di stretta attualità.

L’idea stessa di nazione

Il nazionalismo che viene dall’est e i sovranismi post comunisti
«L’idea di nazione nella mente dei polacchi, dei cechi, degli slovacchi, degli ungheresi, dei lituani, dei lettoni, degli estoni, e anche degli ucraini, dei bielorussi, dei romeni, dei moldavi, dei bulgari, degli sloveni, dei croati, dei serbi, dei macedoni, dei musulmani bosniaci, degli albanesi è in molti casi estremamente diversa da quella a cui sono abituati i britannici, i francesi, gli spagnoli, gli italiani e perfino i cittadini della Mitteleuropa, come i tedeschi o gli austriaci», è la premessa di Zenderowski, nella raccolta di saggi Understanding Central Europe.

Il nuovo vento dell’est

Prima della Brexit, della vittoria di Trump negli Stati Uniti e dell’arrivo di Salvini al governo in Italia, l’unicità del caso centroeuropeo. Ungheria e Polonia le prime che hanno optato per un modello di sviluppo illiberale e con evidenti tratti di autoritarismo. Un ritorno all’antico specifico di quell’area? Quasi un va e vieni dall’oriente del dispotismo. Semplificazioni eccessive. Ma i segnali caratterizzanti sono chiari: «Il ritorno dell’etnia come fondamento della cittadinanza, la xenofobia esplicitamente rivendicata, l’autoritarismo, con una retorica populista capace di parlare alle masse e di alimentare una mobilitazione continua contro le élite, l’Europa, le minoranze e tutto ciò che ricordi anche solo vagamente la sinistra».

Il post sovietismo

Già dagli anni novanta la fine della illusione che la trasformazione del mondo ex comunista sarebbe stata un percorso glorioso verso il trionfo della democrazia liberale e dell’abbondanza capitalista. Ma l’euforia postcomunista è ormai terminata, annota Andrea Pipino. Scontro tra giganti della geopolitica planetaria, a partire dalla teoria della fine della storia” di Francis Fukuyama, mentre si moltiplicano le premonizioni di pericoli imminenti. Negli ultimi anni la crisi del consenso liberale e crisi della democrazia rappresentativa si è allargata a gran parte del mondo occidentale. Ma resta il fatto che il nuovo modello sovranista o ultraconservatore abbia attecchito prima di tutto nei paesi ex comunisti, e per gli analisti, non è casuale.

Crisi della democrazia

Il patto liberale degli anni ’90 messo in crisi dalla crescita delle disuguaglianze nella transizione al libero mercato. L’illusione per gli “esteuropei” della ricchezza dell’ovet a portata di mano. Poi la realtà fatta di emigrazione, di bassi salari, deterioramento del welfare e aumento del costo della vita. Tra le conseguenza sociali, frattura tra le classi urbane, più aperte e pronte ad abbracciare i cambiamenti, e quella parte della popolazione più tradizionalista e refrattaria alle novità importate. Frattura abilmente manipolata dai poteri nazional-conservatori per accentuare la polarizzazione della società, creando tensioni e conflitti utili, vedi la presunta invasione dei migranti. Mentalità autoritaria sopravvissuta ai vecchi regimi, sia pure in forme diverse.

Nazionalismo nel comunismo?

La presenza del nazionalismo nei regimi comunisti. Quando la morsa dei regimi ha cominciato ad allentarsi, la retorica nazionalista era già stata cavalcata ufficialmente in molti paesi comunisti, vedi la Romania di Ceaușescu e l’Albania. Un ibrido chiamato ‘nazionalcomunismo’, dove antisemitismo, xenofobia e diffidenza verso le minoranze non erano una rarità. Ma prima ancora del comunismo, il processo di formazione degli stati nazione. Un gran pasticcio. Massimo D’Azeglio disse, ‘Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani’. Operazione in corso. Al contrario, si sono fatti prima i polacchi e poi la Polonia, prima i cechi e poi la Cechia. Il passaggio da imperi multinazionali agli Stati Nazione è processo ancora parzialmente in corso, confini e popolazioni, proprio in quella parte di EstEuropa uscita dal sovietismo.

István Bibó e sintesi estrema

Scriveva il giurista e filosofo ungherese István Bibó, 1946, sulla spaccatura tra democrazia e sentimento nazionale, la convinzione che la prima sia d’ostacolo al secondo e la libertà un rischio per la sicurezza della nazione. E sempre un po’ di vittimismo storico ricorrente tra sovranisti e nazionalisti, che e innesca ostilità verso le minoranze. Leggere Orbán e Kaczyński sull’invasione dei migranti. Paura più motivata ma semi nascosta, i milioni di esteuropei emigrati in occidente per cercare lavoro. In trent’anni la Romania ha perso il 20 per cento della popolazione, la Lituania il 25 per cento, la Bulgaria il 22 per cento. Ed ecco che il timore per la sopravvivenza della propria comunità, rovescia cause ed effetti, tra l’arrivo di qualche migliaio di migranti e la partenza di centinaia di migliaia di ragazzi, che svuota le scuole, i villaggi, le cittadine.

‘Anywhere’ contro ‘anywhere’

Gli ‘anywhere’, individui capaci di vivere ovunque, opposti ai ‘somewhere’, legati al proprio luogo d’origine e alle sue tradizioni, sintetizza il politologo britannico David Goodhart. Ed ecco l’affermazione della solidarietà su base etnica, valori della tradizione, la religione sorgente d’identità politica. Strana Europa ‘escludente e identitaria’, dove i nazional-conservatori dei paesi ex comunisti rivendicano per loro il diritto alla libertà di movimento, ma la chiusura delle frontiere per chiunque non sia bianco e cristiano. Ricordate la vecchia ‘maggioranza silenziosa’? Controrivoluzione conservatrice con nome e cognome «Anxious majority» individuata in ‘After Europe’ da Ivan Krastev: «una maggioranza impaurita di cittadini che, proprio a causa della loro angoscia esistenziale, possono agevolmente diventare vittime di una propaganda sfacciata e costruita su mistificazioni e aperte falsità».

 

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