giovedì 18 luglio 2019

Parole & Immagini – Cronache dal fronte

Un libro fresco fresco, di uscita e di racconto, anche se non è tra le letture estive e vacanziere classsiche. Ma da Amedeo Ricucci, inviato speciale Tg1, la volta che ha vissuto un posto tranquillo è forse una vacanza con famiglia. Giornalista di strada, di grinta e di sensibilità, Amedeo ci svela del come si raccontano le guerre in Tv, di quello che si riesce a narrare e svelare, e di quello che puoi soltanto far intuire. Guerre e sofferenze il soggetto, mai il narratore Ricocci.
E in tempi di subrettismo Tv «Io in guerra», evviva l’amico Amedeo con cui il sempre irriverente Ennio Remondino scherza elogiandolo, nella prefazione imprudentemente chiestagli.
Di Ricucci solo l’introduzione perché i libri che valgono, uno deve comprarseli. E poi a sorpresa e forse per la prima volta a nostra memoria, anche i video più importanti da guardati col telefonino.

Parole e immagini
avvinghiate le une alle altre

Parole & Immagini – Cronache dal fronte
Le parole e le immagini devono danzare, avvinghiate le une alle altre, come in una coppia di tango. Se c’è un segreto per raccontare storie in tv – sotto forma di reportage o inchieste – beh, sta tutto qui. Mi spiego. Ovunque ci porti il nostro lavoro di cronisti che si trovano ad operare in aree di crisi – sulla linea del fronte, in un campo profughi, tra le macerie di una città bombardata – quello che conta è riuscire a individuare i dettagli che caratterizzano e rendono unica quella situazione, per poi provare a rappresentarla – a metterla in scena, come si dice in gergo, con un’espressione ahimè troppo ambigua – sfruttando la potenza delle immagini ed esaltandola con le parole giuste. A quel punto forse, solo a quel punto, si potrà catturare l’attenzione del telespettatore, sfuggendo alla mannaia implacabile del suo zapping.

Così lavoro io. Ed è una gran fatica. Perché riuscire a raccontar bene non è facile. In fondo tutte le guerre si somigliano; e a prima vista gli orrori, così come il dolore, la disperazione o la miseria, assumono le stesse sembianze a tutte le latitudini. Sta a noi cronisti fare la differenza, cogliere di volta in volta l’irripetibilità di una situazione o di un evento, per poi isolarla in modo da poterla esaltare nel racconto. E’ un lavoro che si fa d’istinto, per sottrazione: c’è infatti da estrarre volti e oggetti, tableaux vivants, dal buio dell’indistinto, per trasformarli in storie narrate che abbiano un’adeguata “comunicabilità” – così si dice nelle Scuole di Giornalismo – e che quindi, una volta raccontate, possano rappresentare adeguatamente l’evento e quindi la Storia, quella con la esse maiuscola. Sembra facile, lo so, ma dopo trent’anni di mestiere io ancora faccio fatica, ci provo e ci riesco solo ogni tanto. E’ un segreto che non padroneggio, lo ammetto. Però l’ho intuito fin da subito quando – era il 1993 – Milena Gabanelli mi mise in mano una piccola telecamera HI8 – per la prima stagione di Report, che allora si chiamava Professione Reporter – ed io, che venivo dalla carta stampata ed ero stato catapultato in tv quasi per caso, me ne sono subito innamorato.

Ad affascinarmi fu la sua capacità di aderire ai miei movimenti senza impacciarmi, di subentrare al mio sguardo senza limitarlo, di indagare a 360 gradi la realtà con modalità assimilabili a quelle della mia mente. Rec, stop, focus, zoom in, zoom out: in fondo, seppur meccanizzate, sono le stesse funzioni con le quali noi stessi sperimentiamo il mondo che ci circonda. Mi convinsi allora che la telecamera poteva diventare un prolungamento straordinario dei miei occhi e delle mie orecchie, in grado di fissare meglio di come avrei potuto fare con le mie parole le immagini, i colori, i suoni da cui il mio sguardo veniva di volta in volta catturato. Le parole per accompagnare quelle immagini a quel punto sarebbero venute da sole. E non potevano che essere le parole giuste.

La prova la ebbi qualche mese dopo in una miniera a cielo aperto nella savana del Burkina Faso. C’erano migliaia di cercatori d’oro che si dannavano la vita calandosi in buchi larghi non più di un metro, fino a 50-70 metri di profondità. Quei cunicoli stretti, bui e pericolanti, erano impraticabili per una telecamera Betacam, grande, di quelle normalmente in dotazione alle troupe televisive. Ma era lì sotto che i minatori lavoravano, a rischio della loro vita, per strappare alla terra qualche grammo d’oro con cui sfamare le loro famiglie. Con la mia piccola telecamera fissata al collo grazie a un’imbragatura di fortuna, mi calai perciò in quel dedalo di gallerie e provai a costruire un racconto “in presa diretta”, commentando cioè a braccio, metro dopo metro, la mia discesa verso le viscere di quella miniera improvvisata. Ricordo che la mia voce era rotta dalla fatica della lunga discesa, un ansimare continuo per via dell’aria che mancava, le immagini piuttosto tremolanti e le interviste ridotte all’essenziale, perché lì sotto si faceva fatica anche a organizzare il pensiero. In compenso l’aderenza al reale era massima e la drammaticità della situazione subito evidente. Ne venne fuori un reportage assai coinvolgente, con le parole che finalmente aderivano alle immagini e non risultavano posticce, scariche, come troppo spesso accade.

Faccio una parentesi. Nel racconto scritto le parole descrivono, spiegano, al massimo – se si ha una buona penna – possono evocare. Nel racconto televisivo, invece, le uniche parole che hanno diritto d’esistenza sono quelle supportate dalle immagini. E devono essere immagini adeguate, perché solo così le parole riescono a brillare come pietre preziose.
Non è scontato. Nel giornalismo televisivo italiano, infatti, a differenza di quanto accade nel mondo anglo-sassone, parole e immagini viaggiano spesso in parallelo senza mai incontrarsi. Capita cioè che il giornalista si limiti a scrivere e incidere l’audio del suo testo senza curarsi affatto delle immagini che il cameraman ha girato e che il montatore utilizzerà poi per coprirlo. A volte non le ha mai viste. Di sicuro non ha scritto il suo testo sulla base di quelle immagini; le quali peraltro, troppo spesso, risultano essere immagini di repertorio: quelle che nel giornalismo anglosassone si chiamano wallpaper, carta da parati, buone cioè per tappezzare tutte le parole e tutti i servizi giornalistici) del mondo. Il risultato è che parole e immagini difficilmente entrano in contatto: o non ballano oppure ballano musiche diverse, col risultato che il telespettatore segue un registro oppure l’altro, mai entrambi. Ed è un’occasione sprecata, una banalizzazione del medium televisivo, che offre invece delle potenzialità ben maggiori.

Per immagini adeguate – su cui applicare la scrittura, per la tv – intendo invece, e non può non essere così, quelle girate sul campo, stando cioè dentro la situazione o l’evento che si vuole raccontare. E’ la conditio sine qua non per poter chiamare reportage un servizio televisivo. Tutte le volte che vedo colleghi col giubbotto anti-proiettile ben indossato ma senza un grammo di polvere addosso, che con la voce falsamente concitata si ingegnano a raccontare davanti a una telecamera le scene di una guerra che sta dietro di loro a centinaia di metri o che non hanno mai visto personalmente, mi viene in mente Robert Capa quando diceva: “Non esistono foto belle o foto brutte. Solo foto prese da vicino o da lontano. Se la foto non è buona, vuol dire che non eri abbastanza vicino.” Nel giornalismo televisivo è la stessa cosa. Raccontare la guerra con le immagini girate e vissute da qualcun altro, a cui poi si appiccica uno stand up fatto sul balcone di un albergo, beh, a mio avviso è una scorciatoia che non si può accettare. Meglio rinunciare. Meglio inventarsi modalità di racconto diverse, in cui parole ed immagini vadano però d’accordo e non stridano. Perché l’inganno non paga. Mai.

Per immagini adeguate intendo anche quelle che non inducono ad una rappresentazione scorretta della realtà circostante. Ad esempio, mi è capitato spesso di litigare con dei cameraman che, appena sbarcati in un Paese arabo, si accanivano a filmare solo le donne in niqab – velate cioè integralmente – anche quando queste donne erano un’esigua minoranza e non caratterizzavano affatto quella situazione. Era più forte di loro. Ma dietro quella che ritenevano fosse una scelta puramente estetica faceva capolino l’esotismo di stampo orientalistico di cui parla Edward W. Said, con tutti i pregiudizi etnocentrici che si porta dietro e che falsano la nostra percezione del mondo arabo-musulmano. Ha senso un reportage da Tunisi in cui si mostrano solo donne velate a passeggio su Avenue Bourghiba? Non è forse una forzatura, vista la straordinaria ricchezza e complessità della società tunisina?

In verità raccontare per immagini è altra cosa dallo scrivere per un giornale. E’ diversa la grammatica ed è diversa anche la sintassi. Ci sono “attacchi”, lead, che sono perfetti per un reportage scritto e che invece, nel racconto per la tv, perdono di efficacia o risultano addirittura insensati perché non supportati dalle immagini giuste. Così come ci sono atmosfere e situazioni che vengono esaltate nel racconto per immagini mentre invece, in un racconto scritto, senza le immagini a supporto, non sono convincenti e addirittura possono risultare astruse. Perché l’immagine è azione e richiede perciò parole in movimento, leggere, che descrivano e accompagnino chi guarda dentro i fatti narrati; mentre invece il racconto scritto è come un quadro e richiede perciò parole diverse, che fissino i fatti nella mente di chi legge.
Devo riconoscere che lavorare con le immagini mi ha dato grandi soddisfazioni. Saper usare la telecamera mi ha fatto capire l’importanza del racconto in soggettiva, che è altra cosa dallo star sempre in primo piano – come fanno molti colleghi – ma è comunque fondamentale per coinvolgere il telespettatore, portandolo dentro la situazione di cui si parla. Aver cercato la massima simbiosi con il cameraman che mi affiancava, fino a diventare in alcuni casi insopportabile e ossessivo, mi ha garantito invece l’aderenza fra la mia percezione della realtà circostante e le immagini che si andavano realizzando sul posto e che mi avrebbero poi consentito di mettere in scena quella situazione. Il resto l’ha fatto la potenza delle immagini. Sì. perché la forza espressiva di un piano sequenza è straordinaria, unica. Vive di luce propria. E ha bisogno di parole solo a mo’ di carezze.

Ci è successo ad esempio in Bangladesh, al confine con la Birmania, nell’ottobre 2017. Sia io che Simone Bianchi, il cameraman con cui lavoro ormai da anni, eravamo disperati perché con sole 48 ore di tempo non avevamo i tempi tecnici per poter girare, montare e poi spedire in Italia un reportage da 10 minuti sull’esodo del popolo Rohinghya per TV 7, il settimanale del Tg1. Finché all’improvviso, a un posto di frontiera, alle prime luci dell’alba, non ci si è parato davanti un paesaggio apocalittico: decine di migliaia di profughi a piedi nudi, stremati, che in fila indiana e in silenzio provavano a guadare il fiume Naf che separa i due Paesi, colorando di un’interminabile striscia zigzagante il verde delle risaie. Era una scena unica. C’era tutto quello che ci serviva. E fra immagini e interviste, in due ore siamo riusciti a produrre gran parte del materiale che ci è poi servito per un reportage di grande impatto, dal momento che era la prima volta che i riflettori delle tv italiane illuminavano la tragedia del popolo royinghya.

C’è stato un tempo in cui ho creduto che solo le immagini in movimento fossero in grado di restituire la forza degli eventi, la loro magia. La scrittura, invece, da sola mi sembrava inadeguata, incapace di raccontare uno sguardo, un taglio di luce, un gioco di colori oppure un’atmosfera. Col tempo ho però capito che anche il potere delle immagini può essere sciupato, perché non sempre viene messo al servizio del buon giornalismo. A volte si indulge troppo al sensazionalismo, oppure – ed è peggio – si falsa la messa in scena. Per carità, lo si fa anche sulla carta stampata, decidendo di raccontare una cosa piuttosto che un’altra, privilegiando cioè un dettaglio piuttosto di un altro. Ma in tv questa forzatura ha effetti dirompenti, perché in genere si crede che le immagini non mentano mai. E invece non è così.
Ci sono immagini, infatti, a cui bisogna saper rinunciare. A volte per pietà, la pietas latina – che dovrebbe essere un dovere per noi giornalisti – altre volte per non falsare la realtà, che cambia non appena entrano in gioco le telecamere (o le macchine fotografiche). Capita cioè che di fronte alla telecamera la gente si metta in posa, reciti. Ormai è un riflesso pavloviano, perché tutti sanno che le guerre si vincono sui media prima ancora che sul campo di battaglia, e questo finisce per condizionare il comportamento di tutti gli attori. C’è il soldato che ostenta il suo coraggio, la famiglia che ostenta il suo dolore, il bambino che viene messo al servizio della propaganda. In questi casi l’unica via di scampo è spegnere la telecamera.

In guerra la sfida è ardua. Perché i giornalisti non hanno più il monopolio del racconto. Oggi chiunque può scrivere, fare foto oppure video e renderli poi disponibili al grande pubblico attraverso i social network. E’ la democrazia della Rete, che arricchisce indubbiamente l’offerta ma finisce inevitabilmente per favorire la saturazione nel pubblico e lo espone alle manipolazioni della propaganda. Un tempo erano i grandi inviati a sottrarre le guerre dimenticate all’oblio cui le destinava la gerarchia etnocentrica delle notizie stabilita dai grandi media mainstream. Se Ettore Mo o Lucio Lami non fossero andati in Afghanistan, negli anni ’80, ai tempi della guerra dei mujahidin contro l’invasore sovietico, difficilmente in Italia si sarebbe saputo nulla di quel conflitto. Oggi invece sono gli stessi eserciti, le milizie, i governi, i media-attivisti e i citizen journalist a inondare la Rete di contenuti informativi sulle guerre più disparate. Si sa tutto di tutto. Anche se troppo spesso le notizie sono di parte.

E’ un paradosso. Proprio nell’epoca della massima visibilità possibile, la Babele delle notizie finisce per rendere le guerre invisibili. Nel senso che la rappresentazione dei conflitti a fini di propaganda permea, per forza di cose, ogni racconto degli eventi bellici, anche il più onesto. Lo contamina. Ci sono così tanti telefonini, macchine fotografiche e telecamere presenti sulla linea del fronte o in un campo profughi che, appena tiri fuori l’attrezzatura, la gente si mette in posa. Per questo è buona abitudine filmare solo dopo che la tua presenza di giornalista è stata “assorbita”, con la speranza (spesso vana) di riuscire a passare inosservati.
La mia personale via di fuga da queste strettoie sono state le “storie”, quelle che nel giornalismo anglosassone si chiamano features. Storie cioè di uomini, donne e bambini che mi sono di volta in volta sembrate le più adatte a raccontare un evento. Storie che offrissero un punto di vista particolare, una prospettiva rimasta in ombra, un aspetto volutamente celato. Storie da raccontare per chi aveva ed ha ancora voglia di ascoltare o di leggere.

Le storie raccolte in questo libro – una ventina, fra reportage e inchieste – hanno una particolarità: sono stati pubblicate sulla carta stampata e al tempo stesso sono andate in onda in tv. Sono cioè le stesse storie, raccontate sia con la penna che per immagini. E’ un esperimento nato per gioco, nei laboratori didattici che ogni tanto curo nelle scuole di giornalismo, e che si è via via trasformato in una sorta di sfida, con cui mettere a confronto i due diversi linguaggi e verificarne limiti e pregi, punti di forza e di debolezza. Chi avrà la pazienza di seguirmi in questo percorso parallelo, accostando perciò lettura e visione, vedrà subito che a volte risulta più efficace il racconto scritto e altre volte, invece, quello per immagini. Dipende. A voi il giudizio.

Sono queste, in ogni caso, le mie Cronache dal Fronte: un fronte che, salvo rare eccezioni, va dal Nord Africa al Medio Oriente, lungo quella faglia geo-politica che è si aperta negli ultimi decenni, sconvolgendo quel mondo così come lo si conosceva prima. E’ lì che ho consumato in questi ultimi anni le suole delle mie scarpe: in Tunisia, Libia, Egitto, Turchia, Siria, Iraq, Kurdistan, provando a capire quello che stava succedendo – le primavere arabe, l’inverno delle contro-rivoluzioni, il terrore jihadista, il nuovo Grande Gioco – a stretto contatto con gli avvenimenti in corso ma pronto sempre a fare un passo di lato per coglierne e indicarne la prospettiva storica. Era ed è secondo me l’unico modo per informare in tv: parlare alla testa e alla pancia, avere le immagini giuste e usare le parole appropriate.

In genere i libri degli inviati di guerra sono epici e trasudano eroismo. Questo no. Forse perché io non ho mai subito il fascino delle armi né quello del rischio. Sento l’adrenalina della frontline, questo sì, ma la mistica del coraggio non è nelle mie corde. Se c’è un fascino che subisco, l’unico, è il poter vivere di persona, in prima fila, dei momenti di Storia da raccontare a tutti, a modo mio. L’ho sempre fatto con onestà e con rispetto dei fatti, senza filtri ideologici né pregiudizi. E me ne vanto. Non so se basti. Un giorno ad Aleppo, nel 2012, sotto i barili-bomba del regime, in mezzo ai morti e ai feriti, un’anziana signora vestita di nero prese le mie mani tra le sue e fissandomi negli occhi, disperata, mi urlò addosso: “Voi filmate, filmate, ma a cosa serve? A noi serve aiuto. E solo Dio ci aiuta”. A distanza di anni, ormai, aspetto ancora di trovare le parole per risponderle.

 

A far dispetto all’«ispido» Ricucci
anche il prologo di Ennio Remondino

Ho visto per la prima volta in faccia Amedeo Ricucci nel 2001 alle porte di Kabul, dove ancora c’erano i Talebani, ma attenti a non fare gli americani anche voi, che spesso riescono a far risultare buoni anche i peggiori cattivi. Buoni e cattivi, di cui riparleremo. Amedeo Ricucci alle porte di Kabul mentre gli americani sganciavano bombe da alta quota, distanza di sicurezza come amano loro. Amedeo ‘ispido’ come quasi sempre, anche per voi che lo frequentate solo guardandolo in tv. L’idea di Amedeo Ricucci nella sala trucco delle lunghe soste pre telegiornale di molti nostri colleghi belli e noti e spesso vuoti, mi fa proprio ridere. Il giornalismo fard e Amedeo col vizio del giornalismo hard. Non parliamo del giornalismo plastificato al botulino e della vanità piccina picciò.

L’ispido Ricucci afghano, il Ricucci di sempre, anche che nessuno di noi là, era certo curato e lisciato, da diretta tv. Capita se dormi per terra, se mangi riso scotto e scondito e poco altro quando capita, e se bevi acqua di provenienza incerta sperando di schivare il vibrione. Perché accade anche questo ad alcuni giornalisti che hanno il vizio di frequentare posti difficili nelle situazioni peggiori, se hai la fortuna che non ti sparano direttamente. Vedere e cercare di capire e riuscire a raccontare quello che nemmeno le parti che si stanno combattendo spesso hanno chiaro sta accadendo. Per questo motivo conoscevo Amedeo da molto prima di quel 2001; conoscevo il suo giornalismo non così consueto come qualcuno cerca di farvi credere, e lui forse conosceva il mio. Ed il solidarizzare anticipa la simpatia, perché la prima regola in certe condizioni estreme è l’affidabilità, la serietà misurata con parametri diversi da quelli redazionali e soprattutto direzionali.

Un tempo, quando ancora litigavo per la trasparenza delle carriere almeno nell’azienda di ‘servizio pubblico’ -idealismo giovanile da perdonarmi- facevo interventi congressuali arrabbiati sul ‘giornalismo di strada’ vilipeso rispetto al giornalismo video dell’apparire, o a quello politico del comandare. Applausi, e da allora, divenni giornalista ‘da marciapiede’, che non è esattamente la stessa cosa. Giornalisti chierichetti mai conosciuti, figli di mamme versatili e curiose, molti. Comunque, Amedeo è un vero ‘giornalista di strada’. Ed è, a mio avviso, la parte alta, nobile, motivante di questo antico mestiere che, temo, si stia perdendo. Giornalismo di strada senza trucco, sempre e soltanto a perdere, purtroppo. Spiego. Proliferazione di ‘reporter di guerra’, avete notato nelle autobiografie wikipedia? Una trasferta su aereo militare al seguito di un ministro blindatissimo a Kabul, e ti appiccichi al petto la medaglia patacca.

La cosa buffa di questa richiesta di prefazione fattami da Amedeo (un fastidio quasi pari a quello di quando sei chiamato a fare da testimone di nozze, ma lo perdono), forse dipende proprio dal fatto che non abbiamo mai frequentato, salvo Afghanistan 2001, una guerra assieme. Almeno che io ricordi. Anche perché le guerre, nei 10 anni che ci distinguono (accidenti a te Amedeo), tendono a cambiare i luoghi in cui ammazzano. Non guerre assieme ma comportamenti simili. Regole salva vita: “Con quello/quella in zona di guerra mi muovo assieme, con quell’altro/altra manco morto, proprio per evitare di diventarlo”. Valutazione sovrannazionale sul campo, garanti primi sempre i cineoperatori, i veri assaltatori giornalistici di guerra. Le immagini non te le inventi la sera in albergo. E se un cineoperatore dice che quel giornalista è un testa di cazzo, credeteci ed evitatelo. Probabilmente diventerà presto il capo di qualche redazione o il conduttore di qualche trasmissione.

Ho letto il libro, e ne valeva assolutamente la pena. Come sempre con Amedeo, sulla qualità e onestà del racconto. Se c’è una critica personale e non professionale che faccio ad Amedeo, è il suo ‘eccesso di bontà’. Chi soffre ha sempre la sua assoluta solidarietà, ed il cattivo è il super bastardo senza se e senza ma. Personalmente ho qualche cedimento d’attenzione verso i cattivi troppo cattivi, anche perché non sono mai riuscito a trovare dei ‘tutto buoni’. Scuola di guerra balcanica alla Milosevic la mia; il despota noto, ma attorno nessuna verginella. O i buoni assoluti, che ancora sto cercando nella memoria dei massacri bosniaci, salvo le vittime innocenti redente dalla morte. Sulla Siria, sulla Libia, ce ne fossimo occupati assieme, forse qualche volta, caro Amedeo, saremmo riusciti persino a litigare. Cosa che stimandoci e volendoci bene, arricchisce ed aiuta e crescere. Anche se adesso mi pare non vada più di moda, come se il non essere d’accordo su una cosa, ti trasformi automanticamente in un nemico. Tempacci.

Citazioni di maestri alcuni per provare a chiudere in maniera sensata. Arturo Peres Reverte, ora famoso scrittore spagnolo, ai tempi della Bosnia, era a fare il nostro mestiere attorno a Mostar. Fu forse lui ad inventare, e certamente fu lui a scrivere di ‘Territorio Comanche’, quando in un area di guerriglia cogli segnali sospetti e intuisci l’agguato. “Territorio Comanche” il segnale, ed è ritirata. Visto che il mio campo di battaglia ora è tra la scrivania e il tavolo da pranzo, il ripasso è tutto per te, perché vorrei continuare a leggerti e vederti in tv. Poi l’altro collega, ex direttore di Le Monde, Ignatio Ramonet, quando spiega in un libricino di dimensione ridotta e di pesante contenuto, il passaggio dai mass media alla ‘massa dei media’. Il web piombato sul mondo dell’informazione come il famoso meteorite che, cambiando repentinamente il clima del pianeta, cancellò i dinosauri. Caro Triceratops (pare fosse uno dei dinosauri d’eccellenza), certo giornalismo è da Jurassik Parck. Tu fai bene ad insistere, io a sostenerti, ma sapendo che il futuro forse non sarà peggiore (vedo molti giovani bravi attorno), ma sarà certamente un giornalismo completamente diverso da quello che noi abbiamo avuto la fortuna di praticare.

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