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domenica 17 20 Novembre19

Sudan, 100 morti nella repressione, le ‘squadre della morte’ e i generali

Almeno 40 corpi sono stati ripescati nel Nilo a Khartoum, facendo salire ad almeno 100 i morti della repressione, iniziata lunedì, da parte dei militari contro la protesta per la democrazia che da settimane chiede loro di ritirarsi dal potere.

Sudan alla resa dei conti,
generali crudeli e vigliacci

Sudan, 100 morti nella repressione, le ‘squadre della morte’ e i generali
Agenzia Ansa alle 16 di mercoledì 5 giugno.
«Almeno 40 corpi sono stati ripescati nel Nilo a Khartoum, in Sudan, facendo salire ad almeno 100 i morti della repressione, iniziata lunedì, da parte dei militari contro la protesta per la democrazia che da settimane chiede loro di ritirarsi dal potere. Lo scrive la Bbc, che cita fonti mediche legate all’opposizione democratica».
Da altre fonti
«Sollecitati anche dall’Arabia saudita, i generali ‘riaprono’ al dialogo e annunciano un’inchiesta sul massacro al sit-in di Khartoum»
Resa dei conti 100 morti dopo
Forse ha ragione di Giamnpaolo Cadalanu quando su Repubblica sostiene che ora in Sudan, dopo la repressione, comincia la resa dei conti.

Difesa equivale a una strage?

Il raid compiuto dalle Forze di supporto rapido sui cittadini accampati nel sit-in davanti al quartier generale della Difesa. Un centinaio di morti con una quarantina di corpi recuperati nel Nilo, e Khartoum è stata di nuovo paralizzata fra blocchi stradali e proteste, con barricate e pneumatici dati alle fiamme nelle vie principali e a Omdurman, la città-gemella dall’altra parte del Nilo.
I militari volevano gestire la transizione senza compromessi con le richieste della società civile, che invece pretendeva un ruolo fondamentale nel passaggio alla democrazia per chiudere in modo trasparente l’era di Omar al Bashir.

L’assassino promette giustizia

Ma la pretesa della giunta militare si è scontrata con reazioni della comunità internazionale, Usa e Gran Bretagna in testa, e con l’annuncio dello sciopero generale. 100 morti dopo e qualche generale da appendere nel futuro, il capo della giunta Abdel Fattah al-Burhan ha dato disponibilità a riaprire i negoziati. E a parasi il futuro senza vergogna, il numero due della giunta ha annunciato che sulla decisione di lanciare l’assalto ai civili addormentati sotto le tende del sit-in sarebbe stata aperta un’inchiesta.
Proprio lui, Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti, probabile artefice della repressione, con nel curriculum il comando delle ‘milizie janjaweed’ che hanno compiuto atrocità in Darfur e che oggi sono state “reinserite” come paramilitari inquadrati proprio nelle Forze di supporto rapido, sempre sotto il comando di Dagalo.

Troppo persino per i sauditi

A questo punto è stata persino l’Arabia Saudita, certamente non specchio di democrazia e di tutela dei diritti umani, considerata il massimo sponsor della giunta militare, a definirsi “preoccupata”. Con lo Yemen massacro a cielo aperto e lo sputtanamento del delitto di Stato contro il giornalista Khashoggi, a Ryhad ora devono stare un po’ più attenti all’opinione pubblica mondiale. Quindi, ‘sostegno per il dialogo’, che vuol dire un pesante richiamo all’ala dura dei militari, che hanno dovuto fare un passo indietro.
Al di là della sorte di Dagalo, non è ben chiaro quale sarà il destino degli altri generali, né chi sarà indicato come capro espiatorio. Ma un primo segno è arrivato con la notizia dell’arresto di Yasir Arman, vicecapo del gruppo ribelle Sudan People’s Liberation Movement-North, che ai tempi di Bashir -il despota rimosso- era stato condannato a morte in contumacia e solo di recente era tornato in patria.

Massacro per impedire cosa?

Gli «accordi» che i militari avevano deciso di cestinare sono quelli sulla composizione di un Congresso provvisorio, ma su chi avrebbe effettivamente controllato il potere esecutivo da qui alle elezioni, ipotizzate fra due-tre anni, ma l’intesa era ancora lontana. I generali reclamavano un ruolo da protagonisti, mentre le ‘Forze per la libertà e il cambiamento’, le Fcc sostenute dalla piazza, insistevano sul trasferimento del governo in mani civili.
«Ora che il muro contro muro ha avuto un ulteriore sigillo di sangue, la rottura è completa», rileva Marco Boccitto sul Manifesto. In attesa di una resa dei conti anche interna ai militari, su pressioni saudita e statunitense certe, il Sudan è bloccato dell’ennesimo sciopero generale, prologo a una «disobbedienza civile totale» rivolto alla popolazione sino alla consegna del potere reale da parte dei militari ai civili, salvo ulteriori temuti massacri.

 

AVEVAMO DETTO – REMIGIO BENNI

Sudan, cacciato il tiranno, basta militari al comando?

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