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giovedì 14 20 Novembre19

Aristotele filosofo per fare la spia, Alexandros e il Re dei Re

Ancora Sussidiario Scolastico Sconsigliato, Nonlibro frantumano in raccontini su cosa storia e scuola spesso ci nascondono. Aristotele filosofo, Aristotele scienziato, Aristotele politico, Aristotele spia, e per ultimo, Aristotele assassino. Quasi peggio di certa nostra attualità. Di Aristotele mandante dall’avvelenamento di Alessandro, ne è piena tutta la tradizione storica dei secoli successivi.
L’ultimo atto di questa saga Greco-Persiana va in scena con la morte dello stesso Aristotele. L’eclettico e tenebroso filosofo muore in circostanze dubbie e in un anno incerto, in sintonia con l’aura di mistero che circonda tutta la sua vita.
Un Aristotele doppio e triplo, con l’ultima pagina di questa “spy story”, che attende da 2 mila 300 anni di essere scritta.

Aristotele filosofo per fare la spia, Alexandros e il Re dei Re. Quando scendi dall’Olimpo delle leggende ed entri nella storia, occupandoti di guerre e del loro racconto, non puoi evitare di incontrare Alexandros, Alessandro Magno, probabilmente il più incredibile e sorprendente condottiero della storia. Il ripasso obbligatorio della materia ci è piombato addosso col filmone americano di Oliver Stone, e con le polemiche sulle preferenze affettive di Alessandro fra maschi e femmine. Irrilevante.
Alessandro è figlio di Re Filippo II di Macedonia, grande combattente e gran politico, e di Olimpiade, principessa dell’Epiro, donna terribile e pericolosa. Nasce nel 356 avanti Cristo a Pella, capitale della Macedonia, piccolo regno reso potente dal padre che riuscì ad imporre ad Atene e Tebe la prima lega pan-ellenica al suo comando, in grado di opporsi alla minaccia dell’Impero persiano.

Alexandros, Magno per destino

Tutto quello che riguarda Alessandro sembra declinato al superlativo, destinato a diventare “Magno” già al suo nascere. Il principino cresce nella reggia del padre e ha come maestro Aristotele, mentre il suo nemico giurato ad Atene, sarà Demostene. Chi lo ritrae giovinetto, è il grande Apelle, il Raffaello greco, ed il suo profilo è scolpito dal grande Lisippo, che potremmo paragonare al nostro Michelangelo. In quelle raffigurazioni vediamo Alessandro bello, e ce lo raccontano inoltre, valoroso, audace, saggio e sensibile. Un Alessandro “turbo”, direbbe qualcuno oggi, viste le cose che riesce a combinare nei soli 33 anni che dura la sua vita.

A 18 anni Alexandros comanda la cavalleria del padre nella battaglia di Cheronea contro l’esercito greco messo su da Atene e Tebe. Quando ne ha 20, gli assassinano il padre, ed Alessandro si prende il regno e lo difende. A Nord colpisce gli Illiri ribelli, a sud distrugge la traditrice Tebe, sottomette l’arrogante Atene, e si fa conferire il titolo di comandante supremo delle forze elleniche contro la Persia.
Un anno dopo è pronto a portare la guerra in Asia. Nella primavera del 334, sbarca, in Asia, nei pressi di Troia, quasi a voler emulare l’antica impresa del popolo greco raccontata da Omero. Poi è un susseguirsi di battaglie, assedi e vittorie. Le città greche di Efeso, Mileto e Alicarnasso, dominate dai persiani, la città di Ankyra, l’attuale capitale turca Ankara.
Alessandro inizia da subito a costruirsi con abilità la sua leggenda personale, utile al suo potere e alla guerra. A Gordio, in Anatolia, scioglie con un colpo di spada (così ci fa raccontare dal suo cronista di fiducia Callistene), il mitico nodo dell’oracolo che, secondo leggenda, doveva indicare il futuro dominatore del mondo. Dal che, il modo di dire di “nodo gordiano”.

Dopo la Turchia, tocca alla Siria, al Libano, alla Palestina dove troviamo oggi lo stato di Israele ma non ancora quello dei palestinesi, e all’Egitto. L’impero dei Faraoni viene attraversato da Alessandro con un largo giro. Nella città di Siwa, nell’interno desertico, Alessandro getta le prime basi del suo progetto di impero greco-orientale, presentandosi ai sacerdoti dell’oracolo di Amon, il più importante dio egizio.
Inizia così a dare dimensione universale alla leggenda della sua origine divina e del suo dominio del mondo voluto dagli dei. Il potere persiano nel cuore dell’impero è però ancora intatto, e Alessandro risale verso la Palestina, attraversa la Giordania, poi l’Iraq, per arrivare in Persia. Il Re macedone ha ora di fronte le magiche capitali del più vasto e potente impero del mondo, Baghdad, Susa, e Persepoli.

Conquistato l’impero del Re dei Re, nella battaglia di Isso di cui abbiamo detto all’inizio, l’inquieto Alessandro sembra essere inesorabilmente spinto verso i confini estremi del mondo conosciuto. Sogna l’Impero Universale. Supera il Mar Caspio vicino all’attuale Azerbaijan, attraversa il Turkmenistan, l’Afghanistan con la sua capitale Kabul, l’Uzbekistan e il Tajkistan. Entra in Pakistan attraverso le montagne dove ora sembra si nasconda il mostro moderno Osama bin Laden.
Alessandro supera il fiume Indo ed entra in quel mondo sconosciuto, dove la rivolta del suo esercito ormai stanco e impaurito dall’ignoto, lo costringe a fermarsi. Per tornare verso casa, attraversa il Kuwait e l’Arabia Saudita, sino alla città imperiale di Babilonia, dove morirà ucciso da una forte febbre: forse malaria, forse veleno.

Propaganza, cantori e piaggerie

Da condottiero che usa le armi per un preciso progetto politico, Alexandros aveva al suo seguito anche un formidabile apparato informativo e di propaganda. Spie, messaggeri, cronisti e cantori. Il resoconto dei suoi successi militari in Asia, corre costantemente verso la Grecia a confortare gli amici, e a intimorire i suoi molti potenziali nemici interni.
Il narratore ufficiale delle sue imprese è Callistene, pronipote di Aristotele. Callistene descrive le guerre di Alexandros più da giornalista che da storico, pubblicando l’opera immediatamente dopo le vittorie, con uno stile vivace e di facile comprensione. L’obiettivo è quello di suggerire al lettore che l’impresa di Alessandro era la tanto sospirata e patriottica vendetta contro l’invasione della Grecia da parte del persiano Serse, due secoli prima. Idealpolitik, diremmo noi, visto che sulle guerre da “vendere” sempre come giuste, ideali e necessarie, siamo ormai smaliziati.

Per questo scopo apologetico e propagandistico, Callistene presentava Alessandro non tanto come il sovrano che aveva fatto tacere gli ultimi fermenti antimacedoni in Grecia, ma come il condottiero voluto dalla lega panellenica per distruggere la permanente minaccia persiana. Alessandro come “Buono” per tutti i greci, anche per i suoi nemici ad Atene e Sparta, patriota combattente contro la Persia, che è a sua volta il “Cattivo” necessario ad ogni guerra.
Come a volte accade ai servitori del Principe che si montano la testa, Callistene ad un certo punto commette l’errore di ritenere di essere lui a poter indirizzare la politica che ha contribuito a costruire, facendola assomigliare a quanto lui racconta nella sua azione di propaganda. L’eroe ellenico, cantato da Callistene, entra ben presto in contraddizione con i progetti reali di Alessandro, che vuole un Impero in cui l’Occidente si fonde con l’Oriente, e di cui la Grecia è solo una parte.
Fra il Re e il suo cantore-consigliere, si arriva alla rottura. C’è forse una trama di palazzo contro Alessandro, e Callistene, il nipote prediletto di Aristotele, finisce giustiziato.

L’uccisione di Callistene è la pagina nera di Alessandro nelle biografie greche e romane che seguiranno. Si sa che quando uno ammazza un filosofo, un intellettuale, o un giornalista, le rispettive categorie non lo tratteranno poi con molto riguardo. Per l’uccisione di Callistene, visto come storico, filosofo, e reporter di lusso, reagiranno fra gli altri, Cicerone, Seneca, e Plutarco.
Temistio, studioso di Aristotele, scrive: “Per Callistene, noi siamo, ancora oggi, irati contro Alessandro”. L’invettiva più incalzante è quella di Seneca. “Fu Callistene, ingegno di spicco, insofferente nei confronti di un sovrano incapace di moderarsi”. Al ricordo di ogni gloria di Alessandro, prevede Seneca, si obietterà, “ma uccise anche Callistene”. Ancora Seneca: “Nulla di ciò che ha fatto potrà essere così grande come quel crimine”. Nel nome di Callistene, l’atto di accusa eterno.
L’uccisione di Callistene, che anticipa di poco la morte di Alessandro, segna e interrompe il rapporto privilegiato fra il Re macedone e il suo maestro Aristotele. Siamo all’ultimo atto della tragedia, e alle pagine più oscure ma avvincenti di tutta l’incredibile vicenda umana di Alessandro Magno.

Callistene nipote di Aristotele

Il ruolo e la figura del grande filosofo Aristotele, nella epopea del grande condottiero Alexandros. Oggi diremmo, il ruolo degli intellettuali in politica, attorno alla figura e agli interessi del leader di turno.
Aristotele fu da sempre un sostenitore, un consigliere occulto, un informatore, una spia al servizio dei re macedoni: prima di Filippo e quindi di Alessandro. L’affermazione potrà fare inorridire qualche vostro prof di filosofia bacchettone, e va quindi argomentata con un po’ d’attenzione, unita a una sana malizia.
Aristotele nasce a Stagira, in Macedonia, figlio del medico personale del Re di Macedonia Aminta, padre di Filippo e nonno di Alexandros. Il promettente giovanotto cresciuto a corte, a 17 anni viene inviato alla scuola di Platone, ad Atene, a spese della casa regnante. Un investimento d’immagine utile a sostenere la grecità dei macedoni.

Aristorele restò nella scuola di Platone 20 anni, facendo, della scuola filosofica, una scelta di vita. Quello fra Platone e Aristotele, non fu un rapporto facile. Platone stimava e assieme temeva il genio di Aristotele. Non sopportava il suo anticonformismo, e il suo modo di vestire e di tagliarsi i capelli. Il particolare di Aristotele capellone e in abiti “casual” e trasandati, mi ha sempre divertito.
Quando Atene, sotto l’impulso di Demostene, si mobilita contro Filippo di Macedonia, Aristotele pensa bene di cambiare aria. Sicuramente era sospettato e spiato dagli oltranzisti anti-macedoni. Anni dopo infatti, Democrate, nipote di Demostene e suo erede politico, tirò fuori che erano state intercettate delle lettere di Aristotele dalle quali risultava il suo ruolo di “quinta colonna” macedone ad Atene.
Fra tanti posti dove cercare rifugio, Aristotele sceglie incredibilmente l’Asia vicina. La lontana regione dell’Atarneo, periferica ma militarmente strategica, dove Aristotele mette su una sua scuola filosofica. Sembra che a invitarlo sia stato Ermia, signore della regione, che assieme ad Aristotele chiama altri due allievi di Platone, Erasto e Corico. Perché tanto mecenatismo intellettuale da parte di Ermia, suddito del Gran Re persiano, ma molto amico del Re macedone Filippo?

Il segreto di Ermia, le sue trame a sostegno della causa greca contro i persiani in Asia, è svelato da un papiro egiziano scoperto all’inizio del Novecento. Ermia, sappiamo, viene imprigionato dagli agenti persiani, con l’accusa di tradimento, e l’ateniese Demostene ne esulta: “L’agente e complice di Filippo in tutta l’azione che Filippo prepara contro il Gran Re, è stato finalmente arrestato”.
La trama contro il Gran Re a cui si riferisce Demostene, è la campagna contro la Persia alla quale Filippo si preparava da tempo. Ermia, la spia del re macedone, nonostante le terribili torture degli sgherri persiani, non parla, ma Demostene mostra di sapere comunque tutto sui piani di guerra di Filippo. Semplicemente perché aveva lui stesso degli infiltrati in campo macedone, ed era lui stesso una spia.

Aristotele, Platone, e la scuola di spie

Anche il Gran Re ha i suoi uomini e i suoi servizi infiltrati in campo greco, primo fra tutti proprio l’ateniese Demostene, coperto d’oro dal re di Persia, come scoprirà Alessandro quando metterà le mani sugli archivi di Dario. Spie su spie e infiltrati ovunque, anche allora. Ecco perché a Filippo di Macedonia serviva quella scuola filosofica greca diretta da Aristotele e piazzata in Asia. Una eccellente copertura a un presidio informativo avanzato.
La scuola platonica di Aristotele, viene paragonata da alcuni storici moderni ai “college” di Oxford e di Cambridge, da cui, negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, uscirono le spie di più alto livello dell’epoca moderna. Vari intellettuali che fecero carriera negli apparati dello stato e nei servizi segreti inglesi, essendo da tempo schierati con l’allora avversario sovietico e arruolati nel famoso KGB.
Sorprende a questo punto, la “modernità” della vicenda. La “idealpolitik” che muove Ermia, martire della causa della liberazione delle città greche sottoposte al dominio persiano in Asia, e la “realpolitik” di un Demostene che, per contrastare l’egemonia dei macedoni su Atene e nell’eterna competizione con Sparta, sceglie addirittura di servire e servirsi dello storico nemico persiano.
Conclusa l’avventura ad Asso, nell’Atarneo, e dopo l’uccisione di Ermia, Aristotele torna in Macedonia, chiamato a corte come precettore di Alessandro. Splendida copertura per un intermediario di alto rango, lui, figlio del medico di Filippo e assieme filosofo della scuola ateniese. Pensiero e cultura greca, che aveva cercato di diffondere prima in Asia e ora fra le montagne dei rudi macedoni.

Dopo la morte di Filippo, quando Alessandro inizia la spedizione contro i persiani, i rapporti fra Aristotele e il suo allievo sono garantiti da Callistene, il nipote del filosofo che lui ha raccomandato al seguito del giovanissimo condottiero. Non è che Aristotele si fidasse molto del caratterino di Callistene. Alla partenza, infatti, Artistotele ammonì il nipote con un verso dell’Iliade: “Di rapido destino mi sarai, figlio, per le cose che dici”. Lingua lunga quel Callistene, e refrattario alle regole della vita di corte, impudenze che, so personalmente, essere molto pericolose.
La crisi fra Alessandro e Callistene e quindi fra il Re macedone e Aristotele, come già abbiamo visto, scoppiò quando la politica di Alessandro si indirizzò verso modelli impensabili per le ambizioni politico-culturali dei greci. Siamo allo scontro di interessi fra il condottiero e i suoi sostenitori, fra il despota e i suoi seguaci della prima ora. Una partita in cui una delle due parti è destinata a soccombere. Allora per questo si moriva.
Nella nostra vicenda, prima muore Callistene, giustiziato per ordine di Alessandro, poi muore lo stesso Alessandro, forse per veleno, e dopo ancora muore Aristotele, a sua volta probabilmente avvelenato. Siamo all’ultimo capitolo di questo drammone storico vecchio di 2 mila 300 anni, per metà giallo, e per metà commedia.

Aristotele oscuro, spia e assassino

Aristotele filosofo, Aristotele scienziato, Aristotele politico, Aristotele spia, e per ultimo, Aristotele assassino. Di Aristotele criminale, c’è il precedente del veleno che lui avrebbe fornito a Callistene per far uccidere il generale mercenario greco Memnone, l’avversario più temibile di Alessandro. Di Aristotele, quale mandante dall’avvelenamento di Alessandro, ne è piena tutta la tradizione storica dei secoli successivi.
Plutarco considera l’ipotesi attendibile ma non dimostrata, mentre Plinio il Vecchio dà per certo che le cose siano andate così. Dell’avvelenamento di Alessandro ne era certa anche la madre, la crudele Olimpiade, che fece un massacro dei dignitari di corte che lei sospettava di aver congiurato contro il figlio, senza allora riuscire ad arrivare ad Aristotele

L’ultimo atto di questa saga Greco-Persiana va in scena con la morte dello stesso Aristotele. L’eclettico e tenebroso filosofo muore in circostanze dubbie e in un anno incerto, in sintonia con l’aura di mistero che circonda tutta la sua vita. Muore lontano da Atene, da dove ancora una volta era dovuto fuggire, ma lontano anche dalla Macedonia dove forse non riteneva più salubre tornare.
Muore quando ha 63 anni, dice qualche suo allievo, oppure, secondo altri, quando già ne aveva 70, esattamente quanti ne aveva il grande Socrate quando morì avvelenato. Secondo Dionigi di Alicarnasso, Aristotele morì di malattia. Eumelo parla invece esplicitamente di veleno.
A questo punto dobbiamo chiederci chi avrebbe avuto interesse a far fuori il filosofo in quel modo. Aristotele, che era anche un abile investigatore (ha indagato sull’assassinio di re Filippo), in assenza di prove e testimoni diretti, esattamente come siamo noi, avrebbe cercato il colpevole fra chi aveva un buon “movente” per ucciderlo.

Presi dalla trama di questo giallo storico, buttiamo lì alcune ipotesi sui possibili mandanti. Almeno tre. I Persiani, ovviamente, che di conti in sospeso con la spia di Alessandro, ne avevano molti. Gli ateniesi, esasperati dalla sconfitta subita dai macedoni, che mai avevano potuto processare il sospetto traditore. Oppure gli stessi macedoni, vendicatori della morte di Alessandro.
Troppi possibili colpevoli, per un Aristotele doppio e triplo, con l’ultima pagina di questa “spy story”, che attende da 2 mila 300 anni di essere scritta.

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