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martedì 12 Novembre 2019

Vecchia Europa e nuove divisioni, nemici dentro e fuori

Il Vecchio Continente torna alle urne -374 milioni di cittadini- come un vaso di coccio tra potenze imperiali proprio quando avrebbe bisogno di più forza per resistere.
L’onda nera dei nazionalismi, mutilato dalla Brexit, crisi del welfare, immigrazione e clima di emergenze dell’area più ricca del mondo.

Tra qualche ora sapremo del voto
ma non sarà facile capire che Europa

Vecchia Europa e nuove divisioni, nemici dentro e fuori

Statistica prima di altri numeri. Dopo le recenti gigantesche elezioni in India -quasi un miliardo di elettori- il voto per il Parlamento europeo è la seconda elezione democratica per importanza sul pianeta, con 374 milioni di elettori e alla faccia degli strapotenti e strafottenti Strati Uniti. Perché siamo noi Unione Europea la prima potenza commerciale sul pianeta, e anche l’area più ricca del mondo, e non solo di cultura. Prima sulla superpotenza militare Usa e persino, anche se per poco ormai, anche del gigante cinese. Solo che loro sono un blocco, noi un frullato di differenze spesso litiganti, e mai quanto adesso. Dite voi chi trarrà beneficio da certe spinte attuali. Ma rimaniamo ai numeri. Stiamo votando per eleggere 751 deputati, che quando la Brexit diventerà realtà saranno ridotti a 705, ridistribuiti tra i 27 Paesi rimasti. A quarant’anni dalla prima elezione a suffragio universale dell’Europarlamento nel 1979, l’elezione iniziata il 23 maggio e che si conclude stasera, è la più importante nell’ancora breve storia della Unione europea.

Nemici attorno, dentro e fuori casa

La costruzione europea sotto attacco non solo dall’esterno, ma più pericolosamente, anche dall’interno con partiti che vogliono il suo ridimensionamento. Giusto precisare, per non creare troppo allarmismo (a troppe speranze in alcuni), che tra le 56 liste sovraniste e nazionaliste che si presentano complessivamente nei 28 paesi, solo pochissime e marginali le formazioni che chiedono una distruzione pura e semplice delle istituzioni comunitarie. Una Exit collettiva e la morte dell’Ue. «L’estrema destra, -rileva, dati alla mano Anna Maria Merlo sul manifesto-, si è convertita all’idea di voler ridurre la Ue a una somma di nazioni, con la prospettiva di collaborazioni caso per caso, ma la grande maggioranza di fronte alla confusione della Brexit non milita più per la sua distruzione pura e semplice». Perché, va anche ricordato, l’estrema destra è politicamente ed istituzionalmente ben presente nell’Europa dell’Unione: «è al governo in 7 paesi, ma in 5 raccoglie tra il 30 e il 40% dei voti, in 9 supera il 20% e in 17 il 10%».

Europa patria del surrealismo

Sempre dai dati statistici di Anna Maria Merlo, scopriamo che ben due terzi dei cittadini si dichiarano interessati dall’elezione europea, che che però l’astensione si annuncia massiccia, come nel passato. Forse qualcosa in meno da certi anticipi (Olanda, Irlanda eccetera), ma è dato tutto da verificare. Va ricordato anche che in 5 paesi dove il voto è obbligatorio: Belgio, Bulgaria, Lussemburgo, Cipro e Grecia, ma anche lì, molti marinano il dovere assieme al diritto. Di fatti, in tutti i 28 paesi, le questioni nazionali spesso sovrastano i dibattiti specificamente europei. Basta che pensiamo alla Gran Bretagna che vota per un Parlamento da cui ha deciso da tre anni di uscire. Oppure l’Italia del ‘governo di campagna elettorale permanente’ che litiga su tutto, meno che su questioni europee, salvo forse la Tav. Facile previsione ma doveroso avvertimento, che stasera, nei 28 paesi, prevarrà una lettura locale dei risultati, prima che europea. In alcuni paesi, Francia e Italia in testa, si parla addirittura di «referendum» sui governi in carica. E tormentone televisivo notturno sulla gara tra Salvini Di Maio e vaghi accenni, forse, su sovranisti e populisti rispetto ai partiti popolari e socialdemocratici tradizionali a Bruxelles.

Eppure, neo parlamento bomba

Attenzioni politico giornalistiche concentrate sulla beghe di casa, mentre nel nuovo Parlamento di Strasburgo esploderanno gli equilibri tradizionali. Dato più o meno certi, ci dicono che Ppe e S&D (popolari e socialisti) non dovrebbero più avere la maggioranza a due, e quindi dovranno limitare il loro potere e stringere alleanze con altri gruppi, ed è già mezza rivoluzione. Privilegiato il gruppo centrista-liberale e una intesa con popolari, socialisti e verdi. Salvo terremoti politici, Strasburgo resterà chiaramente a maggioranza europeista con l’estrema destra tra il 20 e il 30%, circa 170 seggi attualmente divisi in tre gruppi. Altra possibile prospettiva (sondaggi ad alta probabilità di errore): il principale partito a Strasburgo resterà la Cdu tedesca, seguita dalla Lega di Salvini, poi il Pis polacco e il Brexit Party di Farage. A seguire il partito di Macron. Rischio che tra i più grossi partiti europei non ci sia nessun socialista.

Litigi italiani e mani vuote

L’Italia alla vigilia di una possibile, quasi probabile crisi di governo. Questioni di casa straripanti e senza soluzioni con vincenti in vista. Governo alternativo all’attuale più da magheggio che da politica reale e numeri parlamentari. Possibili probabili elezioni politiche anticipate in autunno, sperando in alcuni sconti si scadenze economiche per cambio politico altrettanto travagliato su a Bruxelles. Vada come vada in casa, ai vertici europei sarà battaglia per la spartizione delle cariche che contano sulla base del credito nazionale e delle alleanza partitiche tera nazioni in atto. Cinque le cariche di maggior potere/prestigio in ballo, tra quelle che contano: le presidenze di Commissione, del Consiglio, del Parlamento e della Bce in autunno, oltre al posto di Alto Rappresentante per la politica estera. Oggi l’Italia occupa tre di queste cariche (Tajani al Parlamento, Draghi alla Bce, Mogherini alla Pesc. Scordiamoci il passato, e dopo tanto gridare, alte probabilità di restare a mani vuote.

 

CINQUE ANNI FA

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