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martedì 15 Ottobre 2019

I più bugiardi d’Europa, Platone e i Pinocchio di Creta

Sempre dal solito Sussidiario Scolastico Sconsigliato, il Nonlibro spezzettato in pillole tra i ‘Raccontini’ di Remocontro.
Dalle Grecia delle bugie poetiche di Omero a quelle di maggior convenienza di Giulio Cesare che le guerre prima le fa e poi ce le racconta a modo suo.
Cicerone contro i cretesi. “Kretizein”, nel senso di “creteggiare”, “fare il cretese”, ossia mentire. Vangelo, quando Paolo, nella lettera a Tito, afferma che “i cretesi sono sempre mentitori”.
Erasmo da Rotterdam, nel suo ‘Elogio alla follia’ parla chiaro: “Le orecchie dei principi inorridiscono dinanzi alla verità”. Poi, citando Platone: La bugia, privilegio del comando e medicina per il popolo
Storia lunga, sino a Machiavelli, quasi attualità, anche se i suoi insegnamenti sono rivolti al Principe, e oggi abbiano a che fare con molto meno.

L’Europa molto prima dell’Unione
il potere del più forte e guerra=bugia

I più bugiardi d’Europa, Platone e i Pinocchio di Creta
Guerra dopo guerra e bugia dopo bugia, la storia della civiltà che nasce attorno al bacino sud del Mediterraneo e del mondo greco si spostata verso le sponde nord, dal mare Mediorientale e dall’ Egeo, verso il Tirreno. Dalle bugie poetiche di Omero, rimate su commissione del Principe, a quelle modernamente latine di Giulio Cesare, che, per non sbagliare, le sue guerre prima le combatte e poi ce le racconta. Detta popolarescamente alle romana attuale, ‘se la canta e se la suona’, e i galli di Vercingetorige sono i cattivi predestinati perché perdenti.
Ma per i nostri progenitori romani, i Bugiardi per antonomasia erano proprio i greci. Sentite cosa dice dei greci quel brontolone indisponente di Cicerone, nel 59 prima di Cristo. “Concedo loro le lettere, ammetto la loro conoscenze di molte arti, non nego la loro grazia nel parlare, l’acume d’ingegno, l’abbondanza di parole: ma il rispetto per le testimonianze e le verità, questa nazione non li ha mai coltivati”.
A chi, per i capitoli precedenti, potrebbe accusarmi di prevenzione “anti omerica”, ribatto con la citazione di un altro Padre dell’antica Roma, Quintiliano, che accusa il popolo greco di aver scritto la sua storia “con la stessa fantasia con cui si era dedicato ai componimento poetici”. Gli stessi greci riconoscono che c’erano fra di loro bugiardi più bugiardi di tutti. Sono gli abitanti di Creta, definiti da Epimenide di Crosso (seicento anni prima di Cristo), “cretesi sempre mentitori, bestie malvagie, ventri oziosi”.
Il paradosso del mentitore, prima formulazione nella Lettera a Tito di Paolo di Tarso: «..uno di loro, proprio un loro profeta Epimenide, ha detto: “I Cretesi sono sempre bugiardi, brutte bestie e fannulloni”. Questa testimonianza è vera». Ma se l’affermazione di Paolo fosse vera, sarebbe vero che Epimenide, in quanto cretese, è un bugiardo. E quindi la sua affermazione «i Cretesi sono sempre bugiardi» non sarebbe vera ed otterremmo il paradosso. Salvo che non sia proprio Epimenide uno dei cretesi che mentono.
Non dev’essere un caso quindi che il sempre presente Ulisse, monumento a cavallo del mentitore, abbia affermato più volte, nell’Odissea, di essere nato a Creta. E’ invece certo l’uso, già a partire del II secolo prima di Cristo, del verbo “kretizein”, nel senso di “creteggiare”, “fare il cretese”, ossia mentire. Utile ricordare che la cultura greca è la sola ad essersi data un dio, Hermes-Mercurio, che è protettore del ladri. Per non parlare di un padre degli dei, Zeus o Giove, che per essere creduto doveva garantire di mantenere la parola data con un cenno del capo. “Giurin giuretta”, dicevamo noi ragazzini.

Quasi cronaca politica di attualità

Platone accetta la menzogna se utilizzata dal governante per il bene della popolazione, col paradosso secondo cui l’arte del mentire sarebbe posseduta soltanto dal sapiente. “I reggitori dello Stato, e non altri, potranno far ricorso alla menzogna nei riguardi dei nemici o degli stessi cittadini, ma solo per il bene della città”. Il brano è tratto da Repubblica, che non è il noto quotidiano.
Socrate arriva a concedere più meriti a chi mente sapendo di mentire, rispetto all’uomo sincero che non sa di esserlo, ed è incapace di dire altro da ciò che gli appare vero. Un omaggio all’arte del mentire intelligente rispetto all’ingenuità popolare del dire ciò che è. Primo approccio all’arte del mentire, spiega Socrate, è quello di dichiarare pubblicamente la menzogna sempre odiosa, salvo praticarla nel privato.
L’accademico della bugia è ancora una volta Ulisse, che nell’Odissea, quattordicesimo capitolo, ammannisce al pastore Eumeo, per centocinquanta versi, la fandonia più lunga e complessa dell’antica Grecia. “Odioso per me come le porte dell’Ade (come la morte) è colui, che, alla miseria cedendo, spaccia menzogne”, dice il gran bugiardo. Che poi giura più volte sulla verità della sua bugia, per fortuna di Telemaco, sulla testa di Zeus e non del figlio.

Monoteismo guastafeste

Una morale ellenistica e in genera antica, molto diversa da quella che vedremo arrivare con il monoteismo, prima ebraico e poi cristiano. A fissare le regole per tutti, in quelle religioni c’è un solo Dio, altro che Atena che predilige e loda il bugiardo Ulisse, o Mercurio che protegge i ladri. Il Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento, “sorgente di ogni verità”, non ammette l’inganno volontario.
Cristo parla chiaro. Trascinato di fronte al governatore romano Ponzio Pilato, proclama di essere “venuto nel mondo per rendere testimonianza della verità”, e chiede ai propri discepoli “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no, poiché il superfluo procede dal maligno”. Eccoci così alla severità morale di Agostino d’Ippona che nel 395 dopo Cristo dedica una intera opera, “De mendacio”, alla questione.
Finalmente, con Sant’Agostino, abbiamo la prima definizione “moderna” della menzogna e del bugiardo. “Mente chi pensa una cosa e afferma con le parole o con qualunque mezzo di espressione qualcosa di diverso”. La menzogna, spiega Sant’Agostino, dipende quindi dall’intenzione, dal pensare una cosa e dirne un’altra.
Per esempio, se io in questo libro vi ho raccontato una cosa non vera essendo convinto che la ricostruzione storica fosse quella giusta, vi ho detto sì una bugia ma non sono un bugiardo. Al contrario, se anche vi avessi ricostruito quella tale guerra o quel tal’altro periodo storico con precisione, ma lo avessi fatto con la malizia di spingervi a una visione errata delle cose, ebbene, allora, pur non avendo mentito, sarei un bugiardo.

Bugia, privilegio del comando

Con lo scorrere della storia, il rigore morale ed evangelico di Sant’Agostino si stempera ben presto nella pratica quotidiana del potere. Attorno al 1500 è il filosofo olandese Erasmo da Rotterdam a ripescare un po’ di lontana e laica filosofia greca rispetto ai rigori della morale cristiana ufficiale. Erasmo, nel suo “Elogio alla Follia”, parla chiaro. “Le orecchie dei principi inorridiscono dinanzi alla verità”.
Visto “che ai sovrani è invisa la verità”, Erasmo va a ripescare Platone, quando dichiara “stolto” chi non sa nascondere i propri sentimenti, mentre attribuisce al saggio “due lingue, una per dire la verità e una per dire ciò che è opportuno”, a seconda delle circostanze. Nella stessa opera, “Repubblica”, Platone censura le pagine di Omero che raccontano di dei menzogneri e simulatori, e delega di fatto il privilegio della menzogna che Omero concede agli dei, soltanto ai governanti.
I reggitori dello Stato, e non altri, potranno far ricorso alla menzogna nei riguardi dei nemici o degli stessi cittadini, ma solo per il bene della città; su un tale estremo rimedio nessun altro dovrebbe mettere mano”. La bugia, privilegio del comando e medicina per il popolo. Intollerabile invece il malato che mente al “medico”. Ed ecco che il cittadino, colto a mentire al suo governante, dovrà essere punito “come chi introduce costumi sovversivi e rovinosi per la città”.
La bugia di Stato viene giustificata e quasi sollecitata, mentre la bugia privata è paragonata all’alto tradimento. Qualche decennio dopo Erasmo da Rotterdam, nella Firenze dei Medici, l’italiano Niccolò Machiavelli, sarà ancora più chiaro e spregiudicato, in grado di stupirci con la sua sintesi lapidaria secondo cui “il fine giustifica i mezzi”

Da Machiavelli ai ‘principini’

Il Principe ideale del Machiavelli unirà forza e astuzia, guardandosi bene dal “mantenere voti e promesse”, ma preoccupandosi anche dal non apparire “uno spergiuro e un mentitore”. E’ necessario che egli sia “gran simulatore e dissimulatore, precisa Machiavelli, visto che “sono tanto semplici gli uomini, e tanto obbediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare”. Strabiliante modernità, vero? Sembra di parlare del nostro presente.
Machiavelli va ben oltre le già ciniche considerazioni di Platone, che comunque concedeva al governante il privilegio della bugia per raggiungere il “bene” della comunità. Al governante di Machiavelli, non serve più la “virtù” di Platone, ma soltanto “abilità” aristotelica, essendo preferibile “l’essere temuto all’essere amato”, limitandosi prudentemente soltanto a “fuggire l’odio”.
Fra gli esempi di abile governare che Machiavelli porta, c’è quello di papa Alessandro VI Borgia, che, ammette lo stesso Niccolò, “non fece altro, non pensò mai ad altro che a ingannare uomini, e sempre trovò subietto da poterlo fare, e non ci fu mai uomo che tanto più giurasse, tanto meno mantenesse quanto aveva giurato di fare”.
Come può, un personaggio con simili caratteristiche, ottenere rispetto ed essere creduto? Semplicemente simulando molto bene, ci spiega messer Niccolò. Simulare pietà, fede, integrità, umanità, religione. Sono le cinque doti che debbono apparire sempre nelle parole e nei gesti pubblici del Principe descritto da Machiavelli, il quale principe “mai dovrà avere l’ingenuità di dichiararsi avverso ad una di esse”.

Rosari esibiti e santi evocati

Alla fin fine, conclude Machiavelli, ciò che resterà nella memoria della “moltitudine”, sarà l’immagine falsa di un governante devoto, capace di “vincere e mantenere lo Stato”, un obiettivo per raggiungere il quale, i mezzi usati “saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno laudati”. Occorrerà ovviamente ancora l’inganno, per far credere che il vantaggio collettivo sia stato raggiunto.
Machiavelli (e non solo lui), aveva una stima molto scarsa su ciò che noi oggi chiameremmo “opinione pubblica”. “Nel mondo non è se non vulgo; e li pochi che non ci hanno luogo, quando gli assai hanno dove appoggiarsi”. Traducendo dall’aulico italiano del ‘500 al “volgare” dei giorni nostri, Messer Niccolò ci spiega che qualsiasi critica qualificata al governante diventa inutile (“li pochi che non ci hanno luogo”), quando i molti (“il vulgo”) credono all’inganno subito (“hanno dove appoggiarsi”).
Traduzione della traduzione. Non è importante che una promessa fatta sia stata mantenuta, quanto far credere che ciò sia realmente accaduto. Per esempio, non è importante il reale taglio delle tasse, quanto il far credere di averlo fatto. Modernità contemporanea, televisiva, visto che come direbbe Machiavelli oggi, conta di più il numero delle antiche “massaie di Voghera”, intese come campione del telespettatore nazional popolare medio molto convinto e poco informato, rispetto a pochi “intellettuali” dubbiosi che in televisione vorrebbero notiziari e approfondimenti seri ed onesti.

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