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giovedì 19 Settembre 2019

Come siamo arrivati a tutto questo?

Dialogo sul perché siamo arrivati a tutto questo. Dall’utopia di un mondo più giusto, alla vittoria di un modello cinico e spietato dove il più forte schiaccia il più debole. Del populismo e del voto.

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Come siamo arrivati a tutto questo? Me lo chiede con le lacrime agli occhi una gentile donna della mia età. La generazione di mezzo che si interroga, con semplicità e coscienza, e non trova risposte. Da una parte il peso della storia, della libertà conquistata col sangue di tante persone, con la lotta, con la resistenza. Dall’altra la dimenticanza, la memoria che svanisce, il rigurgito di quella ferocia sociale e umana, declinata politicamente, che tanti danni ha provocato. E tanti ne provocherà, attraverso un populismo bieco e facile, feroce e servile.

Come siamo arrivati a tutto questo… La domanda sfuma in una sospensione delicata del pensiero. La responsabilità è di ognuno di noi, dice affranta. Siamo arrivati a questo anche per colpa mia, per colpa nostra, perché non siamo stati bravi a tenere fede agli impegni presi dai nostri padri. O forse perché siamo stati distratti. Tante cose: i figli, la vita, il lavoro, la libertà che giorno dopo giorno perde valore, diventa qualcosa che puoi bere tutto d’un sorso. Apri il rubinetto e bevi. Lentamente perdi l’origine, dimentichi il senso di quello che fai. Non ti interroghi più, non serve. Così appariva chiaro negli ultimi decenni nei salotti televisivi. Non serve crucciarsi, neanche continuare a sanguinare. Non serve partecipare, basta delegare. Tutto è chiaro, tutto semplice, tutto è risolto e compiuto. Chi non partecipava al flusso felice e sicuro era un disfattista.

Siamo arrivati a questo perché i nostri figli non sono stati bravi a recepire il discorso? O perché noi abbiamo cominciato a tacere, ad accettare come dato di fatto che un pizzico di efferatezza continuasse a muoversi nell’aria, che il sistema rimanesse ferreo elitario. Che gli interessi di pochi, lentamente diventassero prioritari sul bene comune di tutto.
Ci siamo spogliati di tutto. Adesso tira un vento gelido di razzismo e fascismo. Ci siamo spogliati perché non serviva fare niente, tutto sembrava risolto e democratico, scritto una volta per sempre. E mentre noi lavoravamo, facevamo figli, ci battevamo per i diritti, o pensavamo di farlo, altrove si costruiva questa cattedrale oscena di un potere superbo, sfacciato, armato e mediatico.
Guerra dopo guerra. Menzogna dopo menzogna. Paura dopo paura. Fino a rendere ognuno di noi una pecora ammansita. Arresa all’evidenza della falsità e dell’ingiustizia. Sconfitta, prima ancora di scendere in campo, da un’ideologia tirannica e flautata, delle certezze assolute anche quando servirebbero punti di domanda, anche quando sarebbe stato auspicabile senso critico.
Come siamo arrivati a questo. Mettendo a posto le fotografie della nostra vita, la mia amica sorride con dolcezza. Ci siamo arrivati nella lentezza assoluta delle piccole cose perdute, della bellezza lasciata in disparte in cambio del necessario. Di quello che appariva come necessario e invece ci siamo accorti che non lo era proprio. Una rincorsa del superfluo ci fa perdere di vista il necessario, ciò che è semplice e che ci serve per vivere.

Vorrei avere la forza di confutare questo pessimismo così costruttivo. Ma poi penso che non serva farlo. Occorre capire bene che stiamo camminando sulle macerie di una sconfitta epocale. Volevamo cambiare il mondo, ci sembrava possibile. E abbiamo perso di vista quello che invece stava cambiando noi. Va bene, ma ognuno faccia i conti con la propria coscienza. Se siamo qui a scrivere, a parlarne, a non arrenderci. Se abbiamo preferito le tavole affumicate delle osterie alla buona ai salotti scicchettosi, se amiamo le persone senza curarsi del vantaggio che possono portarci, un motivo ci sarà. Non sottovalutiamo questa resistenza di lunga durata. Non tutto è perduto. Non ci siamo arresi. Ci siamo fatti piccoli, ma esistiamo. Con i nostri muretti a secco, con la gentilezza, con la passione, con le sconfitte che alla fine dei conti non sono mai del tutto sconfitte, se ci insegnano a vivere, se ci aprono gli occhi.

Il vento muove le fronde degli alberi, la sapienza dei millenni è a portata di cuore. Vibra la terra. Vibra la vita e l’emozione disegna i propri sentieri. Lontano dalle autostrade del senso, lontano dalle certezze assolute che neanche sono le nostre, lontano dai Dulcamara e dai loro elisir. Nel disincanto che costruisce pensiero critico. Nell’azione che manda in fumo l’oscenità del virtuale. Passo dopo passo. Nel dono dell’incontro.

Lo dobbiamo ai nostri padri. Lo dobbiamo ai nostri figli.

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