martedì 25 giugno 2019

Europee, poi la verità dell’economia sull’orlo del precipizio

L’Italia ingabbiata in un gioco di scatole… cinesi.
L’unica cosa buona è che finisce la campagna elettorale lunga un anno. Un governo che vive alla giornata, anche se sono in arrivo scadenze inderogabili. Ecco perché sono importanti i giudizi delle società di “rating”.

Ingabbiati in un gioco
di scatole cinesi

Europee, poi la verità dell’economia sull’orlo del precipizio
Si vota per le europee. Appuntamento importante. Ma solo perché, il giorno dopo (e finalmente) finirà l’estenuante campagna elettorale che da un anno affligge le italiche contrade. Dove non si muove foglia, dalle parti di Palazzo Chigi, senza che l’ultimo dei sondaggisti non voglia. Americanate? Forse. Anche se laggiù sono più seri e un monumento nazionale come “RealClearPolitics” raccoglie gli umori della popolazione praticamente su tutto quello che si muove. A cominciare dai problemi del borsellino. Qui da noi, invece, si parla di tutte le cianfrusaglie sociali, ideologiche e pseudoculturali possibili e immaginabili. Insomma, si spacca il capello in quattro su tutto, meno che sulle cose veramente serie.

Ufficiale giudiziario alla porta?

Qualcuno vi ha forse detto che, bene che vada, in autunno questo Paese avrà l’ufficiale giudiziario dietro la porta? Probabilmente no. Perché a quasi nessuno conviene dire la verità. Chi “governa” si arrabatta a mettere in vetrina qualche forzato tentativo di welfare all’acqua pazza, dove certi pesciacci di fondo vengono contrabbandati per dentici di gran classe. E chi fa opposizione si fa trascinare nelle millanta risse da cortile, che riguardano le solite solfe, relative agli atavici malesseri dell’Italietta. Repubblica fondata sul lavoro. Possibilmente quello degli altri. Ergo: non parlerò del quadro, ma delle cornici, dei chiodi e dei tiranti che sono indispensabili per tenere appese le tele alle pareti di un museo.

‘Italia del futuro’ come?

Che voglio dire? Che gli “organizzatori” dell’evento “l’Italia del futuro” non hanno tenuto conto di come, nell’era della globalizzazione, non siamo più padroni di programmare e decidere il resto di niente. O, almeno, di elaborare ricette e piani d’intervento che abbiano valore nel medio lungo-periodo. Che significa? Vuol dire che siamo incastrati in un gioco di scatole cinesi, che parte dalla globalizzazione, passa per l’Europa, arriva a Roma, rimbalza in tutto il Paese giungendo, dritto sparato, nelle nostre case. Per cui, parlare ad esempio, di “lavoro”, significa prima di tutto valutare i margini di manovra spaziali, temporali e, soprattutto, finanziari. Molto esigui, per la verità.

Economia internazionale

La congiuntura economica internazionale è contraddittoria, quella europea “debole” e quella italiana semplicemente catastrofica. Ci avviamo a prendere un bel muro di calcestruzzo in faccia. E a tutta velocità. Lo dice il sottoscritto? No, lo dicono i numeri, gli esperti (anche economisti autorevolissimi) e il sancta sanctorum degli organismi finanziari più prestigiosi. Basterà esibire quattro cifre per far tornare l’udito ai sordi e la vista ai ciechi. Insomma, occorre concentrarsi sulla macroeconomia e sinteticamente sui limiti sempre più evidenti della programmazione, e della necessità di ciò che gli analisti chiamano “risposta flessibile”. In Italia siamo stati così “bravi” da mettere assieme il peggio della pianificazione (dal sapore quasi sovietico) e la faccia brutta del capitalismo, quello delle ferriere.

Le cose che non vanno

Prima ancora che di teorici dello sviluppo, avremmo bisogno di specialisti “delle cose che non vanno”. Siamo un Paese senza speranza. E molte Regioni e, soprattutto, diverse città, obtorto collo, gli vanno appresso. Sì, lo sappiamo, a volte non bisogna scoraggiare la gente e occorre esprimere una parola di conforto, mostrando il bicchiere mezzo pieno. Ma qua il bicchiere se lo sono pure fregato e illudere il prossimo con belle parole non è onesto. Significa solo prendere per i fondelli chi legge, senza far capire che ancora non abbiamo toccato il fondo. Lo toccheremo. Più presto di quanto possiamo pensare. Viene da sorridere amaramente alla capacità dimostrata da legioni di politicanti-azzeccagarbugli di imbonire i nostri compatrioti.

Quasi ultimi in Europa

Ma non occorre avere studiato a Oxford o ad Harvard per capire che, davanti alla cruda realtà dei numeri, bisogna solo ingoiare bocconi amari. L’Europa? Stanno facendo tutti (o quasi) meglio di noi. Pil, produzione industriale, interessi sul debito e via di questo passo. L’Italia è un giocatore di poker che ha già perso le mutande e che continua a farsi prestare i soldi (ma fino a quando?) per allungare una partita sempre più disperata. La cosa più terribile che ci possa capitare è il “politically correct” di chi vede l’aereo precipitare in fiamme e convoca una conferenza stampa, sullo stesso velivolo, per chiedere l’immediato licenziamento del pilota. Senso dello Stato? Ce l’hanno in pochi di quelli che “comandano”.

Debito, cambiali di Stato

La strategia non è mai cambiata negli ultimi 50 anni; fare debiti, indecorosamente; distribuire prebende e sportule per accaparrarsi il consenso; emettere “cambiali di Stato” e sperare che qualcuno se le compri; trasferire sulle spalle di chi verrà dopo il peso di estinguere quanto chiesto in credito. E poi, male che vada, spremere i contribuenti senza ritegno. L’Italia ha un carico fiscale reale (non quello “apparente”, che fa la media tra chi paga e chi non paga) tra i più alti del mondo. Come la statistica dei polli di Trilussa. Ci salassano una montagna di euro per garantire un caravanserraglio di servizi da Terzo mondo. Lo Stato non deve “fabbricare” lavoro. Dovrebbe invece creare le condizioni per attrarre investimenti. Ma quando mai. In Italia si mettono solo pezze. E si tira a campare.

Presto ‘bollette a scadenza’

Quindi, ricapitoliamo. Le elezioni europee hanno un unico vantaggio: quello che si fanno e che il giorno dopo non ci saranno più alibi per continuare a vendere fumo, riempiendo di patetiche frottole non i cervelli, ma solo il sistema limbico degli italiani. La botta arriverà dopo. Tra settembre e dicembre, quando dovremo pagare le “bollette” di Stato, se no ci taglieranno la qualunque. Ogni filo e ogni tubo possibile e immaginabile. In quest’anno abbiamo visto e sentito di tutto. Ex bibitari che criticavano il Fondo monetario internazionale, bulli della Val Brembana che andavano all’assalto di qualsiasi osservazione della Commissione di Bruxelles e cori oltraggiati di economisti della porta accanto che, da Montecitorio, sparavano a palle incatenate contro le società di rating. Bene. Codesti signori possono cianciare quello che vogliono.

Affidabilità del debito?

Ma l’Italia cerca i prestiti sulla base della valutazione di affidabilità che danno proprio Moody’s, Standard and Poor’s, Fitch e Dbrs. Siamo affidabili? Non tanto, dato che in tre casi su quattro siamo a un passo dal vedere qualificati i nostri titoli di Stato come spazzatura. Se al prossimo giro ci degradano, il Tesoro dovrà disperatamente cercare di collocare i suoi “bond” sul sagrato delle chiese. Se no, dovrà inventarsi qualcosa per pagare i suoi obblighi correnti (stipendi, pensioni e via di questo passo). Insomma, bene che vada, siamo “consumati”. Il Titanic affonda e l’orchestrina suona ancora, mentre i violinisti hanno l’acqua alle caviglie. Pirandello avrebbe sentenziato: così è se vi pare. Metà dell’italico governo è fatto da incapaci. E l’altra metà da gente che è capace di tutto. Auguri. Ma la vedo nera….

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