martedì 25 giugno 2019

Trionfo di Modi, l’India nazionalista e le tensioni in Kashmir

900 milioni di elettori alle urne in sette fasi, dall’11 aprile al 19 maggio. Vince la coalizione nazionalista guidata dal Partito Popolare Indiano del premier Narendra Modi. Sconfitto il Partito del Congresso della storica famiglia Nerhu-Ghandi. Oltre alle questioni economiche, il tema vincente per Modi è stato il conflitto col Pakistan nella regione del Kashimir a maggioranza musulmana.

Trionfo di Modi

Il trionfo di Modi. Le elezioni generali in India hanno confermato gli exit poll e a trionfare è stata la coalizione conservatrice e nazionalista (Alleanza Nazionale Democratica) guidata dal Partito Popolare Indiano (BJP) del premier Narendra Modi. Il primo ministro uscente dunque conquista di nuovo la maggioranza e ottiene 347 seggi sui 542 totali. Un numero sufficiente per guidare la Lokh Saba, la Camera del popolo, il loro Parlamento.
Modi ha aumentato addirittura il suo vantaggio, rispetto alle elezioni del 2014, e ha staccato nettamente gli avversari del Partito del Congresso (INC) che si fermano a 85 seggi. Nonostante il raggruppamento progressista (UPA), da sempre guidato dalla storica famiglie Nerhu-Gandhi, abbia quasi raddoppiato i suoi voti.

La più grande democrazia del mondo

Per capire l’importanza delle elezioni indiane bisogna innanzitutto guardare i numeri. 900 milioni di elettori che si sono recati alle urne in sette fasi, dall’11 aprile al 19 maggio. 29 gli Stati dove si è votato per i nuovi parlamentari. Una complessa macchina di rappresentanza che vede 7 partiti riconosciuti a livello nazionale, 47 quelli statali, mentre le formazioni politiche registrate salgono a 1600. I candidati tra cui scegliere erano 8000. Senza dubbio la più numerosa democrazia del mondo.

La rimonta dei conservatori

La vittoria di Modi non era scontata ed è apparsa quasi certa solo nelle ultime fasi della lunga e macchinosa consultazione. A dicembre dello scorso anno infatti si è votato per elezioni locali in 3 stati e i nazionalisti avevano subito una netta sconfitta. Contro, anche i dati economici che a gennaio documentavano un tasso di disoccupazione salito a più 6,1% rispetto al giù difficile anno precedente. Una situazione che si riteneva favorisse il Partito del Congresso, ma così non è stato.

Nazionalismo e posti di lavoro

Modi ha puntato proprio sull’economia promettendo la creazione di 10milioni di posti di lavoro, una promessa che ha prevalso su quella dei progressisti che avevano messo in campo l’idea di un sussidio del 20% in più per le classi più povere, oltre alla modifica della legislazione che regola il lavoro femminile, la cancellazione dei debiti dei contadini, la tutela dei diritti e dei minori e la lotta alla corruzione.
Ma il tema vincente per Modi è stato probabilmente quello legato all’annoso conflitto per la regione del Kashimir (a maggioranza musulmana), contesa con il Pakistan.  A febbraio il gruppo jihadista Jaish-e-Mohammed aveva condotto una attacco in India provocando la reazione armata di New Dheli proprio in Pakistan. Tensioni che hanno rinfocolato il nazionalismo di cui il BJP, il partito di Modi, è il massimo interprete.
Il successo dei conservatori è stato salutato con favore dal mercato azionario indiano, come dimostra l’indice Sensex che ha toccato il record di 40000 punti e il Nifty che si è attestato per la prima volta sui 12000.

 

AVEVAMO DETTO

Kashmir, terra di mezzo tra India, Pakistan, Afghanistan e Cina

 

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