martedì 16 luglio 2019

Aristotele che diede del contaballe ad Omero

Un Quasilibro perso per strada e risorto parzialmente sotto altra forma, terza puntata. Un Nonlibro modello antologia/sussidiario scolastico pensato per adolescenti e giovani curiosi, o persone ‘diversamente giovani’ per età, ma non di zucca.

A«Omero ha soprattutto insegnato agli altri come si deve dire il falso»
Parola di Aristotele (Poetica, 24, 19)

L’Epica, che non c’entra niente con l’Etica
Sappiamo poco o nulla sugli ingegneri che resero possibile la costruzione delle grandi piramidi d’Egitto ma maestri e prof si sono certamente preoccupati di farci studiare molte delle battaglie condotte da Ramsete II in campo o da Cleopatra a letto (solo accennate). Scienza, progresso e tecnica che hanno migliorato la vita della gente, sembrano contare davvero poco per la storia, rispetto a chi, con la guerra, quelle vite le ha accorciate di parecchio. Sembra un destino maledetto.
Pensate ad Archimede, geniaccio greco vissuto un migliaio d’anni prima di Cristo. Alcuni libri ci raccontano di Archimede per via degli specchi attraverso cui sarebbe riuscito a riflettere e concentrare i raggi del sole sulle navi ateniesi che assediavano la città di Siracusa, incendiandole. Che l’episodio sia accaduto è scientificamente improbabile.
Certissima è invece la legge fisica formulata da quello scienziato dell’antichità che, spiegandoci come “un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume di liquido spostato”, regola da allora l’esistenza di qualsiasi opera umana che stia a galla nell’acqua. Ma questo non è eroico né epico.
La storia antica è spesso figlia di racconti poetici o letterari più o meno veritieri. Prima di arrivare a fare le pulci al nostro Omero, cerchiamo di capire il terreno pericoloso in cui ci addentriamo. Le cose che gli antichi cronisti in rima o in prosa hanno scelto di raccontarci (o almeno quelle che sono arrivate sino a noi), sono in genere grandi imprese d’eroi, guerre terribili e gesta di personaggi potenti.

Epica, virtù letteraria, l’Etica, virtù morale

Omero

A proposito dell’epica, dotti ed esimi prof ci spiegano che non basta trattare d’armi, grandi imprese di singoli o di popoli, anche se in esametri o in rima baciata, per aver scritto un poema definibile “epico”. Questi massacri di genti e distruzioni di cose vanno scritti con “stile adeguato”. Adeguato alla dimensione del macello? Se uno si cimenta nel racconto del teorema di Pitagora o di quello d’Euclide, potrebbe permettersi persino una scrittura lieve o faceta? Ma se uno deve narrare la poetica favola di un Achille semidio o di una Elena incertamente virtuosa -teorizzano alcuni dotti- deve usare uno “stile dignitoso ed austero”, “un linguaggio nobile e ricercato”, arrivando a scomodare il genio di Omero. Non so a voi, ma a me sembra una grande sciocchezza.
Dobbiamo aggiungere che l’epica non è mirata alla “ricerca del bene”, né tanto meno, può badare troppo per il sottile riguardo ai comportamenti dell’uomo “per il raggiungimento di tale bene”. Questi due concetti messi fra virgolette, ci descrivono l’Etica. L’Epica, virtù letteraria, quindi non c’entra niente con l’Etica, virtù morale. L’Epica non ha alcun obbligo di verità e neppure di indirizzare alla virtù. Esattamente come sostengono alcuni “creativi” di oggi, produttori e intrattenitori, che ci spiegano come la televisione, esempio, sia uno strumento d’intrattenimento svincolato dall’obbligo di virtù e verità. Per non parlare del web.
Ma restiamo all’Epica. L’importante è che l’autore di epiche sia capace di “sentire e di trasmettere con commozione e impegno la solennità dell’argomento trattato”. Quindi l’arrabbiatura di Achille (“Cantami, o Diva, del Pelide Achille l’ira funesta, che infiniti addusse lutti agli Achei…”), ha fruttato a noi contemporanei secolarizzati, il cimento dello studio di un poema di 24 canti e di 15 mila 696 versi di parole auliche.
Al confronto, la Bibbia, che ci racconta di qualche cosa di più impegnativo della guerra di Troia (lì c’è anche l’Etica), si accontenta di 73 libri spesso abbastanza sintetici. Parlo della Bibbia con timoroso rispetto, anche perché la parola “libri”, ci viene proprio dal greco “Biblia”. La Bibbia dunque è “Il libro”. E’ la storia del popolo ebraico nel suo rapporto con l’unico Dio raccontata a partire da 4 mila 500 anni fa, quando le tribù ebraiche lasciarono la Mesopotamia di dove erano originarie (l’attuale Iraq), ed emigrarono in Palestina. Gli abitanti originari della Palestina ovviamente non gradirono, e da allora, passando dalla Bibbia al telegiornale, attorno a Gerusalemme e per il possesso del suo territorio si litiga e si combatte.

Bibbia, testo sacro e libro epico

Restiamo in ogni caso alla storia antica, anzi, alla Bibbia. La Bibbia è testo sacro ed assieme libro epico, visto che ci racconta anche di molte guerre, dei suoi eroi e dei suoi condottieri. Abbiamo anzitutto Mosé, che si oppone al Faraone e guida il suo popolo fuori dell’Egitto; abbiamo Sansone, il superman di allora che si fa fregare da Dalila che gli taglia i capelli dove era contenuta la sua forza, e poi, il giovinetto Davide, che prende a sassate il gigante Golia e lo stende.
Insomma, anche nella Bibbia che è Il Libro per eccellenza, la guerra ha la sua bella parte, ed il racconto, anche se ispirato e didattico, proprio sulle guerre non sempre appare storicamente molto equilibrato e soprattutto credibile. Per fortuna lo scopo dei 73 libri della Bibbia non è tanto quello di raccontarci dei fatti, ma quello di trasmetterci una morale e una visione del mondo e dell’uomo, letta attraverso le leggi del Dio unico, monoteismo che passa dalla cultura ebraica, a quella cristiana e poi a quella islamica.
Dove la questione religiosa e dell’attendibilità finisce a catafascio è certamente nelle opere mitologiche dell’epoca. Gli studiosi raccontano che la poesia nell’antichità aveva anche una funzione religiosa e rituale: una sorta di celebrazione liturgica. Il Poeta-Gran Sacerdote le spara grosse perché la sua arte non è al servizio della verità, ma della celebrazione, ed il suo principe-eroe deve risultare un superman, discendente come minimo da qualche dio dell’Olimpo.
In tutte le opere omeriche, e non solo, abbiamo un protagonista e un antagonista. Come nei vecchi film di pellirossa nel Far West e nei telegiornali dai fronti di guerra, dove c’è sempre la parte dei Buoni sempre molto relativi ma destinata a vincere. Nell’Iliade c’è il protagonista Achille, nell’Odissea abbiamo Ulisse, mentre nell’Eneide di Virgilio (e siamo a molti secoli di distanza), l’eroe è Enea. Ad ogni protagonista più o meno buono, corrisponde un antagonista più o meno cattivo.
Da bastian contrario in erba, io ho sempre preferito Ettore ad Achille, mentre con l’Odissea (di cui mi ero divorato i riassuntini ad apertura di capitolo come un fantasioso romanzo d’avventure), tifavo per il ciclope Polifemo o per la maga Circe contro quel paraculo di Ulisse che già sapevi li avrebbe comunque infinocchiati. Quale che sia la tifoseria di appartenenza, comunque, lo schema che segna la storia ufficiale già dalle sue remote origini, è quello della semplificazione e spesso della mistificazione.

Olimpo modello Soap Opera

Gli dei dell’antichità e di Omero abitano nell’Olimpo (monte della Tessaglia, Grecia), hanno forma umana ma di taglia XXL, sono fortissimi, sono immortali (qualche volta vengono feriti ma guariscono sempre), mangiano e bevono come noi, ma solo ambrosia e nettare e così evitano il fastidio inelegante di dover andare ogni tanto in bagno. Amano e odiano come noi, ma in forma anche questa ingigantita, si sposano e procreano come noi, ma senza guardare troppo per il sottile negli accoppiamenti e alla fedeltà coniugale. Per dirla chiara e tonda, sono semplicemente l’esaltazione degli umanissimi pregi e difetti di tutti noi, con il privilegio, per loro, di possedere superpoteri che li rendono in grado di aggiustare i fatti della vita a loro piacimento.
Il pasticcio è quando di mezzo alla contese ci sta un altro dio in concorrenza, con i suoi trucchi alternativi e i suoi superpoteri avversi, nel qual caso sono guai grossi. La stessa guerra di Troia, a dar retta a Omero, è stata combattuta più fra le nuvole dell’Olimpo che sulla piana dello Scalandro su cui si affaccia la città fortificata.
Capo supremo della rissosa famiglia degli dei è Zeus, che noi latini abbiamo poi ribattezzato Giove. Zeus è “padre degli uomini e degli dei” e di loro si occupa. Il suo volere è legge, e ogni volta che un dio o un umano cerca di fregarlo, si arrabbia e aduna i nembi (le nuvole), e scaglia fulmini. Zeus-Giove, è un gran figlio di buona donna.

Per la verità la mamma di Giove si chiama Rea e il papà Crono (Saturno). Della nidiata Crono-Rea fanno parte anche Positone (Nettuno) e Ade (Plutone). Giove si mostra subito il più birichino: trascina i due fratelli a schierarsi contro il padre Saturno e gli fa guerra. Pare che ciò, nelle famiglie di chi ha molto da spartirsi, accada abbastanza spesso. Spodestato il papà, Giove divide con i fratelli l’impero del mondo: a Nettuno tocca il mare, a Plutone i regni dell’oltretomba. Per se stesso, Giove-Zeus, da gran furbone, si tiene il cielo e la terra.
Dopo aver sistemato la famiglia di origine nel modo che abbiamo visto, il buon Giove si mette in proprio. Sposa Era, per noi latini Giunone, dea che Omero ci descrive come abile negli intrighi, ma petulante e gelosa. C’è da dire, per onestà, che la gelosia di Giunone, come vedremo avanti, era ben giustificata. Giunone era anche molto formosa. Dal che nasce l’attribuzione alle donne con curve pronunciate, dell’aggettivo di “giunoniche”. Giunone aveva insomma un bel portamento ma anche un bel caratterino. I due coniugi divini litigano sovente. Non a caso, dal matrimonio fra i due nasce Ares, noto a noi col nome latino di Marte, il dio della guerra. D’altri figli legittimi, non abbiamo traccia, salvo qualche mia imperdonabile dimenticanza o assenza scolastica.

Giove impenitente oltre Giunone

Fatto sta che Giove si dà molto da fare anche fuori dal talamo (letto) nuziale. Da una sua sbandata per Dione nasce Afrodite, la nostra latina Venere, nota a tutti come dea della bellezza e dell’amore. Afrodite nasce dalle onde del mare, e appena uscita dalla schiuma inizia la sua missione di vita portando guai d’amore per ogni dove. Figlia di cotanto padre, Afrodite-Venere si piglia a sua volta una cotta per l’umano Anchise. Piena di iniziativa, Venere si finge umana, figlia del re di Frigia, e dalla passione con Anchise, nasce il ben noto Enea. Occhio ragazzi che da qui prende forma la leggenda dell’origine semi divina di Roma, sorta in quel Lazio dove trova rifugio Enea in fuga da Troia. Come tutti sappiamo da Virgilio e dall’Eneide, Romolo e Remo sono i lontani discendenti di Enea.
Rimaniamo comunque a Zeus-Giove e alla sua inquieta prole. Generata la dea della bellezza femminile da Dione, Giove si impegna in una storia con Latona, da cui nasce Fedo, a noi noto come Apollo, anche lui bellissimo, dio sempre raffigurato con arco e freccia e assegnato a proteggere e ispirare i poeti. Attorno all’avvenenza di Apollo nasce l’immagine della bellezza maschile, della figura definita “apollinea”.
Anche gli amori di Apollo producono guai. S’innamora della Ninfa Dafne, e questa innocente che cede alle voglie del dio, viene punita dal suocero Giove e trasformata in alloro, da allora pianta sacra agli dei. Giove, fra gli altri vizietti, ha anche quello di perdonarsi tutto, ma di perdonare poco agli altri.
Sempre Apollo, fa il bis con la figlia di Priamo, re di Troia, Cassandra, ma da questa si becca un bel rifiuto. Respingere le brame di un dio, si intuisce, può essere molto pericoloso. Altro che il “mobbing sessuale” attuale. Da quell’amore non corrisposto nasce la condanna per Cassandra ad essere in grado di predire correttamente il futuro (la rovina di Troia per esempio), assieme al destino di non essere mai creduta.

Ultima in questo racconto, ma non ultima nei valori, la grande dea Pallade o Atena, o Minerva, nella versione latina. La grande interprete “olimpica” delle virtù della cultura greca (appunto Atene), nasce già adulta e armata, e nasce, massimo segno dell’arroganza di Zeus, direttamente dalla testa del grande capo degli dei. Giove, quando fa da sè, sembra dare il meglio, e Pallade-Atena-Minerva diventa la personificazione dell’intelligenza, dell’equilibrio e della saggezza. Sempre a proposito degli amori di Giove birichino, un capitolo a parte merita la passione con Leda. Da quell’amore nasce la bellissima Elena, quella che divenne poi la moglie del principe acheo Menelao, e fu la causa (apparente) della rovina di Troia.

Omero sommo poeta docente di bugia

Messa così, in pillole, gran parte della poetica epica dell’antichità ci appare ora come una sorta di gigantesco serial televisivo, ancor meno ragionevole delle improbabili vicende sentimentali e temporali di Beautiful. Ma non possiamo neppure esagerare con la dissacrazione. Quelle eccezionali dimostrazioni di bravura poetica che sono l’Iliade e l’Odissea, non erano certo nate come libri di storia.
In tempi grami e violenti come quelli di Omero (se è esistito e se è davvero lui l’autore delle due opere  giunte sino a noi). E il mito diventa con Omero la spiegazione a vicende altrimenti difficilmente giustificabili, e l’alibi a dei, re e condottieri spesso rozzi, codardi, imbelli o traditori. La povera e vituperata Elena diventa l’anticipatrice, versione poetica e mitologica, della “idealpolitik” (sempre un po’ torbida) , attraverso cui nobilitare quella sporca guerra di distruzione e di sterminio che i greci condussero contro i troiani.
Il mito allevia le responsabilità degli uomini reali, soprattutto dei capi tribù e dei re al comando, e fornisce assieme titoli di nobiltà d’animo e di denominazione di origine controllata a signorotti della guerra, in genere tiranni crudeli. Attraverso il Mito si creano anche i valori a cui condurre una civiltà a credere. Il mito della Gloria come motivazione alta a guerre prive di Buoni e di Cattivi, in grado di durare nel tempo.

Nel turbinio di alleanze tradite e di guerre cominciate da una parte e finite dall’altra, che segnano le vicende delle Città Stato del Peloponneso, difficile per il cronista del tempo dire del “buono” di oggi, senza il rischio che diventi, da domani, il nuovo “cattivo”. Per non finire nei guai, il Cantore ha una sola possibilità. L’Eroe dei suoi miti non combatte tanto per un esercito o per un Re, quanto per se stesso, per la sua gloria.
Ecco perché Omero ci descrive l’Ettore sconfitto come un eroe, alla pari dell’Achille che sarà il vincitore. Un po’ come certi conduttori di programmi televisivi che sono chiaramente al servizio di una parte, ma che invitano in trasmissione anche gli “altri”, un po’ per sparargli contro, e un po’ per pararsi le spalle: non sia mai che un domani il potente di oggi finisca all’opposizione, e viceversa.
Detta con il linguaggio spregiudicato della nostra modernità mercantile, Omero è stato uno splendido e fantasioso “venditore” di una storia di guerre e di soprusi assolutamente incredibili. Del resto è al poeta che è concesso il distacco dalla realtà, anche se dovrebbe almeno mantenere alcuni legami con la verosimiglianza e la logica. Omero dunque, “ha soprattutto insegnato agli altri come si deve dire il falso”. Parola di Aristotele (Poetica, 24, 19).

Risultati immagini per greek mythology mount olympus

Potrebbe piacerti anche