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lunedì 16 Dicembre 2019

Le prigioni della nostra vecchiaia
Dove abitavo? In via della libertà

Gatto Randagio oggi propone una riflessione sulla vecchiaia. A furia di frequentar prigioni, le vede ovunque, e forse non ha torto.
Ci avete mai pensato? E’ una prigione comune, quella di badante e badati, fatta soprattutto di solitudine…
“Vecchi da morire”, un viaggio nella vita delle case di riposo, dove Pietro, che quando gli viene chiesto dove abitava, risponde “in via della libertà”… Ricordando il tempo dei popoli antichi, quando al termine della vita ci si incamminava piuttosto verso luoghi dove ricongiungersi con l’anima della terra…

Le prigioni della nostra vecchiaia
Dove abitavo? In via della libertà

Sarà questo cielo che vira continuamente sul grigio, e ancora non si apre alla luce del maggio… randagiando per le vie del quartiere, ancora più grigie e chine e tante sembrano le teste canute degli anziani di questo nostro sempre più vecchio paese, che sfilano incerti lungo i marciapiedi. Col loro andare, a passi brevi, o spinti su sedia a rotelle, sempre accompagnati da più giovani donne o uomini stranieri…
Vien da pensare alla tremenda prigione in cui abbiamo trasformato il tempo della vecchiaia, in quest’era di solitudini urbane. E non solo per gli anziani, ma anche per chi sta loro accanto.
Prigione, sì, intanto per tutti quei “badanti” (ma quando questa parola è entrata così prepotentemente a far parte del nostro lessico quotidiano?)… alcuni dall’aria gentile, altri di una cortesia che sembra dettata dalla pazienza, altri, ancora, con lo sguardo già stanco e lontano.
Guardandoli non riesco a scollarmi di dosso il pensiero triste della vita di giovani donne che per vivere danno tutto il loro tempo ai nostri vecchi che noi non possiamo né sappiamo più accudire. Recluse nella prigione di una non vita, che capita non possano lasciare nemmeno per un attimo, notte e giorno, notte e giorno. Lontane da famiglia e figli, che non possono accompagnare alla vita, mentre sono qui ad accompagnare qualcun altro alla morte. Che terribile capovolgimento della natura delle cose…
Ci avete mai pensato? E’ una prigione comune, quella di badante e badati, fatta soprattutto di solitudine…

Incrociando gli occhi tristi di una donna che tiene sottobraccio una molto anziana signora dallo sguardo perso… mi è venuto in mente il pianto disperato, di cui mi ha parlato un’amica, di una giovane donna, reclusa nell’appartamento accanto, lì sola con la vecchia signora da assistere, una signora il cui cervello chissà dove era già volato via… da vegliare, quando tranquilla, da subire quando intemperante, notte e giorno, notte e giorno…
Ne avrete sentito parlare anche voi. Ha il nome di una malattia, la Sindrome Italia, come la chiamano in Romania. Perché paga davvero un prezzo altissimo, con ansia e panico, chi si prende cura di chi noi più non accudiamo…
Le prigioni lasciano ferite indelebili nell’anima, degli uni e degli altri, ma finché si può rimangono avvinghiati insieme, badanti e vecchi, ognuno col proprio cuore lontano. Perché le prigioni da cui è più difficile evadere sono quelle senza lucchetti (chi l’ha detto? Non ricordo…)
Già, perché se per gli uni è lavoro necessario, per gli altri, sempre a poterselo permettere, non c’è alternativa alla prigione di una casa di riposo. Un luogo, diciamo la verità, dove i vecchi sono mandati a morire. E sanno, i vecchi del nostro tempo, che quel posto lontano dal proprio orizzonte quotidiano dove vanno ad essere rinchiusi non sarà mai luogo di comunione, piuttosto di frattura definitiva con il respiro del mondo.

Sono andata a ripescare un libro… “Vecchi da morire” (l’editore Stampa Alternativa), scritto da Silvina Petterino, che è infermiera e ha raccontato cos’è la vita nelle case di riposo. Un libro dove la parola che più torna è “solitudine”, perché non c’è struttura, scrive, per quanto efficiente, che possa restituire a un anziano il senso dell’appartenenza.
Se ci entri da adulto, la prima volta ti colpisce perché non avevi mai visto prima, tutti insieme, tanti vecchi. Sono in prevalenza donne, e tutte così diverse tra loro: persino i capelli imbiancati hanno diverse sfumature…(…) Tanti occhi ti guardano incuriositi quando ti vedono. Altri rimangono semichiusi o scrutano il vuoto… (…) Verrebbe la pena chiedersi perché chiamiamo “casa” un luogo che non è casa, e “di riposo” un luogo dove la sveglia suona alle sei del mattino….” .
Un libro da leggere. Vi si affaccia una folla di persone, molti malati, ognuno con qualche disabilità, ma i più semplicemente “malati” di vecchiaia. C’è un’ipocrisia che l’autrice svela e combatte: la prevalenza della malattia sulla persona, oggi che si tende a confondere i malanni della vecchiaia, la normalità della vecchiaia quindi, con patologie assolutamente da curare. Che per lo più, per questi poveri vecchi, si traduce spesso in pura tortura, fisica e psicologica.
Ogni vita è un racconto che Silvina Petterino raccoglie. Ci sono ritratti indimenticabili… Luigia, che guarda il mondo attonita come una bambola; Anna, fuori di sé perché legata, lei che amava muoversi e viaggiare; Pietro, che quando gli viene chiesto dove abitava risponde “in via della libertà”.. che è una bugia, ma anche una grande verità… Perché la libertà è qualcosa di cui molti si sentono rapinati. In un luogo dove nulla è più personale e tutto è solo organizzazione. E il sentire che si incontra, i sentimenti degli ospiti, sono un vero tumulto… dalla pazienza di chi sa ancora illudersi di tornare un giorno a casa, alla rabbia di chi chiede e chiede e chiede di essere rimandato indietro, alla rassegnazione di chi della propria casa non parla neanche più, e che poi a volte è la strada verso la morte…

Molte delle persone che si incontrano sono affette da demenza, malati di Alzheimer… ma Silvina Petterino si dice convinta che in ogni forma di malattia mentale rimanga una zona, nella mente e nei sentimenti, dove c’è luce… Come quando, mettendo il catetere a Maria, questa le parla del cielo, della luce, della città e le chiede: “ma se devo morire, perché non mi lasciate morire?”
Viene in mente quell’osservazione di Camus: non essere più ascoltati, la cosa terribile di quando si diventa vecchi.
Cosa si può fare capendo tutto questo? Da soli nulla, risponde Petterino. Ma insieme agli altri sì… insieme agli altri infermieri, in una casa di cura, si può costruire un rapporto che non sia fatto solo di cura e medicine, ma di ascolto, attenzione e rispetto. Insomma, meno terapie e più amore. Ed è qualcosa che forse ovunque possiamo fare anche tutti noi… per aprire varchi nelle mura di questa ennesima prigione che abbiamo costruito… e dove rischiamo prima o poi di finirci tutti…
Con un pensiero a quei popoli antichi, presso i quali il cammino della vecchiaia era un più lieve andare, a ricongiungersi infine con l’anima della terra, che era nel luogo di una montagna, di un albero… ma questa, purtroppo, è proprio un’altra storia…

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