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giovedì 17 Ottobre 2019

I muretti a secco e il linguaggio della pietra

Le mani sapienti di un intellettuale gentile che disegna muretti a secco. Lavora con la pietra come lavorasse con le parole. Del mistero e dell’ascolto.

La pietra è linguaggio. Misterioso linguaggio che proviene da mondi sconosciuti ed è destinato a durare più del nostro modo di vedere il mondo. Mentre scrivo queste poche righe, dedicandole a un amico psichiatra e filosofo, Graziano Valent, sento il suono del vento e l’immensità delle profondità artistiche di Pinuccio Sciola, l’artista di San Sperate che faceva suonare le sue sculture.
Non so per quali stravaganti motivi, quali vincoli di amicizia e stelle polari dell’esistenza, nella musica celestiale di Sciola sento la voce bassa e rituale di Giovanni Lindo Ferretti. Un mantra, pietra e sogno. Cavalli e ondulate aspre praterie. Visioni mistiche e silenzi. Ribelli di montagna che s’incontrano sulle strade dei barbari e condividono il pane e il vino seduti su un’antica pietra scaldata dal sole. La pietra è storia. Ricordo e poesia.
Due parole mi vengono in mente scrivendo a Graziano in questo momento: gioia e stupore. Sono le sue parole chiave del riflesso sul frammento, di filosofia e di memoria. Le porta disegnate sul sorriso, mentre il sole si spinge da Monticchiello verso Pienza e poco più giù disegna i profili di Montalcino. Più a destra Vignoni, più in là le rocce bianche del Bagno… Lui, pensatore gentile, in piedi su quell’orizzonte osserva la finestra di pietra, terra e alberi, che le sue mani e il suo lavoro hanno spalancato sulla valle. Sulla Val d’Orcia incantata.

… Quando i muri si offuscano di sera, questa finestra risplende ancora, come da sola; conserva e prolunga l’ultimo bagliore del sole che declina… [Ghiannis Ritsos]

Un frammento di infinito. La pietra sulla quale ho messo il piede per accedere alla finestra della naturale è grande e squadrata. La sua storia è poetica e lascia il segno. Grande, pesante, chissà da quale cielo o castello è piovuta sul campo di Monticchiello. Graziano per portarla a essere scalino di quella visione magica ci ha messo due giorni. Spostandola un pezzetto alla volta per duecento metri. Senza poterla sollevare, senza poterla rotolare. Venti centimetri da una parte, venti dall’altra. Tempo, attesa, e scelta esatta della posizione astrale.
Con le sue mani costruisce muretti a secco. Crea scale antiche che finiscono nella terra e nel bosco, arene circolari per alberi di olivo e altre finezze. Nella lentezza del gesto e con un’imprecisione creativa, perfetta e assoluta. Ogni muretto, ogni basamento, cerchio o scala vive di questa imprecisione magnifica. Le pietre hanno la loro forma, più o meno squadrata. La sapienza dell’artista la riconosci nel fatto che sa coglierne la vocazione.

È come per la scrittura. Le parole sono solo parole. Poi connesse in un certo modo formano frasi. E la loro successione rivela la profondità di un pensiero. Sceglierle con esattezza vuol dire assecondarne la vocazione, farle risuonare poeticamente, filosoficamente. Dare vita a qualcosa di prodigioso. Per le pietre è la stessa cosa. Sorride Graziano mentre ne parla. Un linguaggio. Come scrivere. Con le mani, il sudore, la fatica e l’attesa.

Penso a una frase chissà dove letta, che da millenni è rimasta nella mia memoria. La pietra che sul ciglio della strada ha nostalgia della guglia della cattedrale.

La nostalgia della pietra, la memoria delle nostre radici. Le mani che si sono esercitate a plasmare la storia, scolpendo il profilo della pietra, sentendone il vento e il suono remoto. E poi le tracce, i muretti a secco, le forme geometriche del nostro pensare, dell’immaginazione che sgorga come acqua fresca. Il non-fare che guida l’azione. Ogni gesto minimo, ogni frammento contiene un intero discorso, ogni sasso una montagna, ogni aforisma il pensiero di un’epoca intera.

Graziano scrive con ardore e gioia. Lo stupore che narra è lo stupore che prova il lettore scorrendo le sue parole, assecondando il fluire delle narrazioni, costeggiando il pensiero di Italo Valent, o tracciando itinerari nelle storie della pazzia, del lavoro svolto nel mondo della psichiatria. Leggerlo, ascoltarlo, vederlo disegnare con le mani nel vento è qualcosa che fa bene alla vita.

Dobbiamo imparare a riconoscere la bellezza. In ogni suo aspetto. A riconoscere i maestri, a coglierne dettagli, a imparare da chi ci è vicino. Nell’incontro e nell’ascolto. Perché la vicinanza è meraviglia. In tempi così oscuri è un dono.

Per essere rivoluzionari occorre rivoluzionare se stessi

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