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mercoledì 16 Ottobre 2019

«Patio trasero», cortile di casa Usa? Stop di Mosca, Guaidò rischiatutto

Tentato e fallito golpe. Il mancato massacro della piazza contestatrice. Washington minaccia l’intervento armato. Mosca che possiede una bella gran parte del petrolio venezuelano avverte, ‘non sognatevelo neppure’. Se non riescono a fuggire, sia Guaidò che il padrino politico López, questa volta saranno arrestati.

«Patio trasero», cortile di casa Usa?
Venezuela non solo una crisi interna

«Patio trasero», cortile di casa Usa? Stop di Mosca, Guaidò rischiatutto
Quello che si riesce a capire. Tentato golpe dell’autoproclamato presidente alternativo Guaidò, con appello a tentata e mancata rivolta dei militari, e questa volta non c’è dubbio. Fallito golpe, almeno al momento e salvo interventi esterni, e probabilmente fallita carriere presidenziale dell’ingegnere amato dagli americani. Se non riescono a fuggire, sia Guaidó che il padrino politico López questa volta rischiano la galera difficilmente contestabile. Washington minaccia l’intervento armato, ma ha due problemi. Il mancato massacro della piazza contestatrice anti Maduro e l’assenza dei militari invocati da Guaidò che potrebbero invece reagire contro. Oltre a Mosca che avverte, ‘non sognatevelo neppure’, per interessi petroliferi (un ben pezzo di quelli venezuelani) e strategici, a partire da Cuba eredità storica post sovietica.

Washington Mosca e oltre

A far salite la tensione ha contribuito anche il botta e risposta tra Washington e Mosca. In una telefonata al segretario di Stato Mike Pompeo, il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha puntato il dito contro gli Stati Uniti, dopo che in mattinata, parlando a Fox Business Network, lo stesso Pompeo non aveva escluso l’intervento dell’esercito americano qualora fosse “necessario” per ripristinare l’ordine in Venezuela. Nella telefonata, riportata dalla Tass, Lavrov ha spiegato che «l’intervento di Washington negli affari interni di uno stato sovrano e le minacce contro la sua amministrazione costituiscono una evidente violazione del diritto internazionale». «Un’influenza esterna distruttiva, tanto più se politica, non ha nulla a che vedere con un processo democratico», ha scandito il ministro russo.

Guaidò, ultima occasione

Guaidò ai suoi sostenitori a Caracas, ha promesso che andrà avanti. «Siamo sulla strada giusta, non possiamo tornare indietro». Qualcosa di simile a ‘o la va o la spacca’. «È l’ora di un golpe contro il presidente Maduro». Il messaggio inviato ieri da Juan Guaidó sembrava provenire direttamente da Washington, dai falchi dell’Amministrazione Trump che subito hanno chiamato all’insurrezione popolare. Anche a rischio di ‘bruciare’ Guaidó pur di abbattere il governo bolivariano di Maduro. Entrambi i messaggi hanno fallito il loro scopo. Non vi è stato golpe, né insurrezione popolare totale, né spaccatura delle forze armate bolivariane. E per Guaidò adesso, la partita è per la sopravvivenza politica, salvo fuga all’estero. Ultima chance, una serie di scioperi a partire da oggi, che culmineranno in uno sciopero generale.

Maduro despota e i falchi Usa

Nessuna soluzione negoziata alla crisi venezuelana, aveva dichiarato a Foreign Policy l’ammiraglio Craig Faller, capo del Comando Sud degli Usa, ci ricorda Roberto Livi dal Manifesto. E il generale ha fissato come data limite «la fine dell’anno per un intervento militare», naturalmente per «difendere la democrazia e i diritti umani». Tra l’incredibile e il surreale la situazione creata dalle evidenti interferenze. Ormai tre mesi da quando, il 23 gennaio, Juan Guaidó, sconosciuto deputato dell’Assemblea nazionale si autoproclama presidente ad interim. Su spinta Usa, 50 nazioni lo chiamano presidente. Le durissime sanzioni economiche e commerciali degli Usa stanno strangolando l’economia del Venezuela, ma Maduro, il non esemplare presidente eletto, continua a governare, gestendo il controllo dell’esecutivo, dell’amministrazione pubblica al comando delle Forze armate.

Problema ‘America latina’

Il conflitto in Venezuela investe ormai tutta l’America latina. Il presidente Trump rispolvera la dottrina Monroe, l’altra America ‘cortile di casa’ degli Stati uniti, e ‘la missione’ di «abbattere il socialismo» in Venezuela, a Cuba e in Nicaragua. Contro Maduro il segretario dell’Organizzazione degli stati americani Almagro e il presidente della Colombia Iván Duque, ma solo parole. Persino i paesi ostili del Gruppo di Lima si sono detti contrari a un intervento armato in Venezuela. Ora Putin ha deciso ad entrare come protagonista nella crisi in corso in Venezuela, come ha già fatto in Siria e di recente in Libia. Valutazione di Roberto Livi, «l’effetto Guaidó si è sgonfiato», non più utile come leader credibile, ma solo come “vittima della repressione” del governo bolivariano, rischio personale sempre più probabile.

Opposizione oltre Guaidò

Sia Guaidó che il suo padrino politico López, leader della formazione di destra Voluntad Popular, saranno certamente accusati di vari reati che prevedono l’arresto. E qualcuno ricorda che nella opposizione venezuelana, composta da una trentina di gruppi politici, dalla socialdemocrazia alla estrema destra (il gruppo di Guaidó), vi sono diversi leader che hanno biografie più autorevoli dell’autoproclamato presidente per assumerne la leadership. E che da tempo stanno sfumando le loro posizioni, defilati per salvaguardare la loro immagine in caso di una svolta della crisi. «Purtroppo, l’esito a breve scadenza di tale crisi appare più determinato dalle decisioni della Casa bianca che dalla, universalmente e ipocritamente invocata, necessità che siano le parti in causa a decidere il futuro del Venezuela».

AVEVAMO DETTO

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