martedì 16 luglio 2019

Libia, i Giuda sul fronte atlantico, chi tresca e chi trama

Mediterraneo caos. Ieri il vertice intergovernativo a Tunisi sul conflitto. Il governo di Tripoli, abbandonato da tutti (tranne che da Salvini, ma solo sui migranti), prova a rompere l’isolamento. E la guerra continua.
Oms: 345 morti, di cui 22 civili incluso un bambino mentre gli sfollati sono diventati 42 mila.

Italia tradita sul fronte Atlantico
cerca alleati nel Mediterraneo

Libia, Giuda sul fronte atlantico, chi tresca e chi trama
Italia Tunisia ‘comuni fragilità’, osserva Rachele Gonnelli. La minaccia di crescenti flussi migratori, rischio terrorismo, guerra alle porte, per stare ai fatti noti e incontestabili. Poi la più imbarazzante conta degli errori politici. Per noi, lo sbilanciamento a favore del governo Sarraj e il rischio, ormai un po’ più del semplice rischio, di isolamento internazionale. Ieri a Tunisi ospite del primo ministro Chahed, l’italiano Conte cerca a trova appoggio sul rispetto delle direttive Onu, guarda caso gestite, dal tunisino Ghassam Salamé, l’inviato per la Libia. Tunisia e Italia, i Paesi più danneggiati dalla guerra del 2011 in Libia che non vogliono ripetere l’esperienza.

Nè con Haftar né con Sarraj
tradotto dagli equilibrismi

Conte equilibrista allenato tra Salvini e Di Maio, prova a spiegare la nuova posizione italiana “né con Haftar né con Serraj”. Non risposta (come spesso accade): «Cosa faremmo in caso di vittoria di Haftar? L’Italia parla con tutti ho un buon rapporto personale con lui, ma non significa che giudichiamo positivamente l’opzione militare». E Matteo Salvini, il vice che comanda, trova subito il modo di differenziarsi: «In un colloquio telefonico con Ahmed Maitig, vice premier di Tripoli e uomo forte di Misurata, ha invece confermato come unico governo legittimo quello di Serraj, denunciando l’aggressione e il bombardamento di civili», precisa il Manifesto.

Al Sarraj, la forza
dell’ultima spiaggia

Sarraj, più di Salvini, può contare sull’appoggio dichiarato della Turchia e del Qatar che insiste per un pronunciamento del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il ministro degli Esteri di Sarraj doveva recarsi ieri a Mosca ma all’ultimo ha rinunciato «perché la situazione è complicata». Al Cremlino finora è stato ricevuto solo Haftar. Ma il nuovo interlocutore potrebbe trovare ascolto dopo il 5 maggio, annunciano da Mosca. Tempesta invece sul fronte occidentale, se è vero quanto scrive il New York Times, che Trump fidandosi dell’alleato egiziano al Sisi starebbe per dichiarare «terrorista» la Fratellanza musulmana, sponsor di Erdogan e Sarraj.

Giostra Trump Haftar
ammucchiata selvaggia

«Il 19 aprile scorso, undici giorni fa, la Casa Bianca ha diffuso un comunicato sorprendente sulla Libia», ricorda il Post. Il presidente statunitense che parla al telefono col maresciallo Haftar, a cui riconosce «l’importante ruolo nel combattere il terrorismo e mettere in sicurezza le risorse petrolifere in Libia». Ed ecco che l’offensiva contro Tripoli diventa di colpo ‘antiterrorismo’ col timbro Usa. Per non essere cattivi noi: «Non abbiamo ancora realizzato la potenza del calcio che il presidente americano Donald Trump ha dato al governo italiano sulla questione Libia», ha scritto la scorsa settimana il giornalista Daniele Raineri sul Foglio, giornale non eversivo.

Esteri alla Casa Bianca
arroganza o ignoranza?

Per Julian Borger e Patrick Wintour del Guardian, non è la prima volta che Trump si muove in politica estera in maniera goffa e imprevedibile: «La Libia è l’ultima di una lunga lista di questioni di sicurezza globale e scelte di politica estera su cui Trump ha stravolto le politiche esistenti consultandosi pochissimo o non consultandosi affatto con gli alleati o il resto della sua amministrazione». Arroganza? No, ignoranza: «la scarsissima conoscenza (e curiosità) di Trump sulle cose che succedono nel mondo con il presidente si fida di più dei servizi di Fox News, canale conservatore e molto parziale, rispetto ai report che gli fanno avere i membri del suo stesso governo», scrive il Post.

Nel caso della Libia
c’è anche dell’altro

Secondo la ricostruzione del Guardian, Trump avrebbe ceduto alle pressioni di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, sponsor di Haftar, per ottenere in cambio il loro appoggio al piano di pace tra Israele e Palestina promosso dal genero del presidente, Jared Kushner, che sarà rivelato alla fine del Ramadan, a giugno. Ma il cambio di schieramento Usa potrebbe provocare una ulteriore spaccatura nella comunità internazionale sui passi da fare per risolvere la crisi libica. Al momento, non solo è tutto fermo, ma la battaglia per il controllo di Tripoli è in stallo, mentre cresce soltanto il numero di morti civili. Dasti dell’organizzazione mondiale della sanità, Oms: 345 morti, di cui 22 civili incluso un bambino mentre gli sfollati sono diventati 42 mila.

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