domenica 21 luglio 2019

Italia in Libia a fare cosa? Fregatura Trump, serve ‘aiutino’ Putin

L’Italia in Libia, dalla cabina di regia al salto della quaglia? si chiede Alberto Negri, diffidente per saggezza. “Contrordine giallo-verde. Per evitare un’altra clamorosa sconfitta come quella del 2011 con la caduta di Gheddafi, l’Italia obbedisce a Trump, molla Sarraj, insegue Haftar e invoca l’aiuto di Putin

Con Trump gara voltagabbana
sperando in un aiutino di Putin

Italia in Libia a fare cosa? Fregatura Trump, serve ‘aiutino’ Putin

Maldicenze con qualche precedente storico: «Gli italiani cominciano con un alleato e finiscono con un altro». Ma c’è di peggio in giro. Dalla cabina di regia sulla Libia promessa da Trump all’Italia, al salto della quaglia in coppia. “Contrordine giallo-verde”, annota severo Alberto Negri. «Per evitare un’altra clamorosa sconfitta come quella del 2011 con la caduta di Gheddafi, l’Italia obbedisce a Trump, molla Sarraj, insegue Haftar e invoca l’aiuto di Putin. Il salto della quaglia in Libia è arrivato quando ormai da tempo si era capito che Serraj -sbarcato a Tripoli nel 2016 proprio dagli italiani- non lo voleva più nessuno di quelli che contano sulla scena internazionale punta più sul premier di Tripoli».

Conte, equilibrista tra Salvini e Di Maio:
‘Né Sarraj né Haftar ma col popolo libico’

Dunque, l’Italia travagliata del governo giallo-verde a sfumature incerte, si adegua alla nuova linea di Trump, favorevole al generale Khalifa Haftar, e tratta con Putin e il generale al Sisi con cui spende le solite parole di circostanza sul caso Regeni. Il problema vero, Salvini pensi ciò che vuole, è che l’Italia nella memoria Usa resta la potenza coloniale (e fascista) sconfitta nella seconda guerra e presa a sberleffi nel 2011 con la defenestrazione di Gheddafi. A Tripoli, con Sarraj, abbiamo sostenuto un governo appoggiato dai Fratelli musulmani, l’Islam politico sconfitto dal colpo di stato di al Sisi in Egitto, dalla guerra in Siria e dall’isolamento del Qatar, a cui noi abbiamo venduto 10 miliardi di euro tra navi, elicotteri e aerei in un anno e mezzo.

Altri fanno di peggio
ma a noi paghiamo pegno

Altri, dagli Usa alla Francia, fanno di peggio e con peggiori vergogne di regime (vedi sauditi), ma loro sono robusti e ricchi e con amici potenti e possono fregarsene del resto. Prova dell’isolamento anche italiano al Consiglio di sicurezza. Gli Usa che bloccano la risoluzione chiede lo stop dell’offensiva di Haftar, e l’Ue che è riuscita ad approvare un appello alla fine delle ostilità ma non ha nominato Haftar. E allora, corsa ad aiutare il vincitore (sperando di non sbagliare anche questa volta, con Haftar generale in difficoltà). Gli interessi in gioco, dal petrolio a quelli militari, con alleanze trasversali che vogliono tagliando fuori l’Italia. E qui ‘l’amico Putin’ e la Russia di antica condivisione di alleanze ed interessi con l’Eni.

Italia in confusione e quei jihadisti
accanto a Sarraj che allarmano tutti

«L’Italia, ondivaga come non mai sulla Libia, ieri ha aperto un canale privilegiato con la Russia, principale alleata del generale cirenaico Haftar -commenta Rachele Gonnelli, sul Manifesto- Il premier Conte, che solo tre giorni fa ha rassicurato telefonicamente il premier di Tripoli Serraj, intimando la ritirata ad Haftar, ieri a margine del summit di Pechino è riuscito ad avere con Putin una mezz’oretta di colloquio sulla crisi libica. Decisamente più importante il faccia a faccia tra Putin e l’egiziano Al Sisi, per una strategia comune nel negoziato politico da riattivare tra i vari attori libici sotto l’egida delle Nazioni unite. Anche perché Haftar, pessimo politico, anche come generale ha qualche problema sul campo di battaglia.

‘Blitz’ impantanato
alla periferia di Tripoli

L’offensiva di Haftar ‘per liberare la capitale dai «terroristi»’, ancora impantanata nei sobborghi , lontano dal centro della città, fermata dall’aviazione di Misurata e dalle milizie. Ed ecco la costretta ‘guerra di posizione’, che impone nuove trattative politiche senza un vincitore militare e dettare regole. Ma sono i combattenti jihadisti arrivati a dar loro manforte contro il generale, a far paura. Algeria e Tunisia confinanti che descrivono la situazione libica come «allarmante e caotica». Blocco occidentale e nuovo terrorismo a mettere bombe o a masse di migranti della paura. E il rischio che i terroristi dalla Siria e dal Nord Africa, senza rifugi e senza avvenire, possano essere attirati nella fornace libica.

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