Privacy Policy Erdogan a colpi di 'tentato golpe', tre anni di arresti a raffica -
sabato 7 Dicembre 2019

Erdogan a colpi di ‘tentato golpe’, tre anni di arresti a raffica

210 mandati di cattura nei confronti di militari tuttora in servizio attivo. Tra i ricercati ci sono colonnelli, luogotenenti colonnelli, comandanti e sergenti di forze di terra, aviazione, marina, gendarmeria e guardia costiera.
All’indomani del fallito tentativo di golpe in Turchia, nel luglio del 2016, le domande che il mondo si poneva erano tante, prima fra tutte, cosa sarebbe successo in un paese dove le libertà democratiche erano da tempo a forte rischio? Le risposte stanno arrivando dalle notizie che parlano ancora di arresti di massa dopo tre anni.

210 mandati di cattura nei confronti di militari in servizio attivo. Colonnelli, comandanti e sergenti di forze di terra, aviazione, marina, gendarmeria e guardia costiera.

All’indomani del fallito tentativo di golpe in Turchia, nel luglio del 2016, le domande che il mondo si poneva erano tante, ma, prima fra tutte, cosa sarebbe successo in un paese dove le libertà democratiche erano da tempo limitate e a forte rischio?

Stato parallelo e repressione

Gli interventi repressivi uniti a colpi di Stato organizzati dai militari, sino all’altro ieri tutori della laicità dello Stato fondato da Ataturk, l’ultimo nel 1997, hanno caratterizzato il Paese cerniera tra Occidente ed Oriente, dove effettivamente hanno agito strutture parallele a quelle statali, simili ad altre emanazioni della Guerra Fredda come ‘Stay Behind’. In questo senso non ha fatto eccezione neanche l’ultimo triennio dal fallito golpe, che ha visto rafforzarsi il potere di Recep Erdogan e del suo partito AKP. Ma democrazia (sempre più relativa e autoritaria) e stabilità, hanno avuto un costo altissimo in termini di libertà civili e come contraltare una accentuata identità islamica rispetto al laicirmo della Turchia di Ataturk, ma sempre all’interno di un forte nazionalismo.

Il giorno stesso del mancato putsch, l’ex Presidente della Repubblica, Abdullah Gül, annunciò che da quel momento per la Turchia sarebbe cominciata una nuova era democratica, seguito dal  primo ministro Binali Yildirim che definì il 15 luglio come “giorno di festa”. Il risultato di queste parole fu una serie di misure durissime contro quelli che vennero immediatamente individuati come golpisti, una campagna di arresti tra il mondo della cultura, personale e funzionari della giustizia (2745 giudici rimossi dall’incarico dall’Alto Consiglio), polizia e militari (2893 imprigionati). Un’azione che non si è mai fermata e che continua ancora oggi.

Ancora arresti di massa

Dall’inizio di quest’anno sono in corso numerose operazioni nei confronti di presunti infiltrati nelle forze armate che agirebbero ancora per conto della rete di Fethullah Gulen. In febbraio diverse procure del Paese hanno emesso 295 mandati d’arresto contro militari in servizio attivo. Per l’agenzia di stampa del governo turco Anadolu, i sospetti erano accusati di aver tenuto contatti telefonici congli eversori di ‘Feto’.
Il 26 aprile un’altra maxi-operazione contro altri supposti fiancheggiatori di Gulen nelle forze armate, coordinata dalla procura di Istanbul che ha emesso 210 mandati di cattura. In un’altra operazione contro presunti ‘gulenisti’, condotta dalla procura di Ankara, 41 persone sono accusate di aver truccato gli esami di accesso all’accademia di polizia, in modo da favorire l’infiltrazione di affiliati al presunto gruppo eversivo.

Gulen, un nemico per tutte le stagioni

Insieme all’opera repressiva, la campagna contro Gulen. L’ex maestro nel partito di ispitazione islamista che aveva formato il giovale Erdogan, diventato il nemico assoluto, il mandante di una gigantesca cospirazione. Il religioso che per le minacce dovette riparare negli Stati Uniti. Si arriva così al golpe del 2016 che però Gulen condannò quasi immediatamente respingendo ogni accusa. In una famosa dichiarazione rilasciata al New York Times il predicatore affermò: “Condanno, nel modo più assoluto, il tentativo di golpe in Turchia. Il governo dovrebbe essere vinto attraverso delle libere elezioni e non preso con la forza. Prego per la Turchia, per i cittadini turchi e per tutti quelli che attualmente si trovano in Turchia. È particolarmente offensivo essere accusati di possibili legami con un’azione del genere, dopo aver sofferto sotto i continui colpi di stato militari che si sono susseguiti in Turchia negli ultimi decenni. Io nego categoricamente tali accuse”.
Erdogan ha ripetutamente richiesto l’estradizione di Gulen agli Usa, ma la Casa Bianca ha richiesto prove del coinvolgimento nel golpe mai arrivate.

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