lunedì 27 maggio 2019

Sri Lanka ancora bombe e dubbi, vendetta dopo la Nuova Zelanda?

Lo Sri Lanka conta le vittime, almeno 310 a salire e all’allerta permanente. Ieri nella capitale Colombo è scoppiata un’altra bomba. Il governo, da tempo preda di un feroce scontro politico, punta l’indice su un gruppo islamista locale.
-Ma le tensioni interne e quelle internazionali attorno sono molto più complesse di quanto appare.

Estremismo islamico contro
Suprematismo bianco?

Sri Lanka ancora bombe e dubbi, vendetta dopo la Nuova Zelanda?
Almeno 310 vittime, e con 500 feriti anche gravi il conto non è certo finito, come non è finito l’allerta. Ieri nella capitale Colombo è scoppiata un’altra bomba. Il governo, da tempo preda di un feroce scontro politico, spiazzato completamente dalla raffica di attentati, ora punta l’indice su un gruppo islamista srilankese, il National Thowheed Jamath, sino a ieri ritenuto un gruppo capace di fare a botte con gli altrettanto estremisti buddisti locali e poco altro. L’attacco dei kamikaze ignoti sarebbe avvenuto anche grazie a una rete internazionale che somma la sua ferocia alla incapacità altrui.
Segnalazioni interne non troppo credibili, restano i segnali esterni. I sostenitori dell’Isis celebrano la strage, convinti che gli attacchi nel subcontinente indiano rappresentino una vendetta per la carneficina del mese scorso in due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, in cui morirono 50 persone. Gli attentati di ieri non sono stati ancora rivendicati, ma secondo Rita Katz, direttrice del sito che monitora le attività dei jihadisti online, dilagano i post sui canali media affiliati all’Isis, in cui vengono anche pubblicate preghiere affinché ‘Allah accolga gli attentatori’.

Emergenza continua
bombe contro incapacità

Dunque è la pista islamica quella privilegiata dal governo e della maggior parte di commentatori politici. Valutazioni politiche -il segretario di Stato americano Pompeo che promette guerra al terrore- in attesa di analisi serie. Pasquetta col coprifuoco e stato di emergenza, che hanno significato il controllo della sicurezza passato dal ministro al presidente. Ma non è cambiato molto visto che, vicino alla chiesa di Sant’Antonio a Colombo, esplode l’ennesima bomba che ferisce lievemente anche l’inviato di Repubblica, Raimondo Bultrini.
Ma torniamo alle incerte indagini. Il ministro della sanità Rajitha Senaratne ha confermato ieri che i sette kamikaze apparterrebbero alla National Thowheed Jamath, anche se -osserva Emanuele Bultrini sul Manifesto- «difficile capire dal corpo martoriato di un attentatore la sua provenienza». Appartenenti a questo gruppo gli arrestati vantati dal governo. Ma il ministro Senaratne è andato oltre, accusando il presidente Sirisena di non aver dato credito -anzi- di aver nascosto al premier Wickremesinghe le allerta dei giorni scorsi.

Scontro interno
presidenza parlamento

Il dramma, la strage, rendono drammaticamente evidente lo scontro interno alla politica locale tra presidenza e parlamento, tra Sirisena e Wikremesinghe. «Forse è da qui che si può partire per disegnare almeno il contesto in cui le stragi sono avvenute e prima di avventurarsi nell’indicare questa o quella pista», il suggerimento di Giordana. Maithripala Sirisena che si presenta come l’uomo nuovo della politica srilankese contro Mahinda Rajapaksa, il padre padrone del Paese.
Rajapaksa è l’uomo che ha represso le rivendicazioni tamil nel Nord e distrutto con eccidi feroci la struttura delle Tigri tamil, gruppo secessionista autore di numerosi attentati terroristici. Rajapaksa, autocrate circondato da fratelli e parenti, ‘padre’ di un piccolo miracolo economico grazie alla Cina, che perde le elezioni e tenta pure un golpe. Vince Sirisena, benedetto dalle ambasciate di Delhi e Washington. Da lì in poi, ricatti incrociati tra grandi potenze di piccola politica e piccoli despoti di grandi appetiti.

La guerra dei Tamil,
buddismo e induismo

Sullo Sri Lanka, il retaggio di una guerra durata quasi trent’anni e conclusa con la scomparsa delle Tigri. Come? «Attraverso l’accaparramento delle terra tamil di induisti e cristiani, da parte di singalesi buddisti, per lo più militari». Emanuele Giordana non fa sconti. «Sirisena ha promesso la riconciliazione ma i crimini di Rajapaksa e dell’esercito restano impuntiti. La ricorrenza dei dieci anni dal 2009 fa pensare a qualcuno che le Tigri o chi per loro siano di nuovo in auge. Ma è una pista che ha poco fiato anche perché proprio l’élite tamil è in buona parte cattolica. Utile ricordare che il papa, tre anni fa, andò a dir messa nelle zone tamil».
Altro scenario, la convivenza di 23 milioni tra buddisti (70%), induisti (12,6%), musulmani (9,7%) e cristiani (7,6%). Convivenza difficile anche etnica. I tamil del Nord, da secoli in Sri Lanka, rispetto ai tamil del centro, importati dai coloni britannici per coltivare il tè. Contro musulmani e cattolici le organizzazioni buddiste identitarie violente. Pogrom, violenze, vittime ricorrenti. Può essere una piccola banda radicale di una piccola minoranza la protagonista di una strage compiuta con tempismo perfetto e chili di esplosivo che, in un Paese militarizzato come Sri Lanka, non è facile procurarsi? Solo se l’aiuto viene da fuori.

Anche lo Sri Lanka
sulla via cinese della seta

Ultimo scenario, i soldi. «Colpire gli hotel 5 stelle fa paura ai turisti ma anche ai businessman che li frequentano con carta di credito aziendale. Sri Lanka è un perno strategico sulla Via della seta marittima che passa per il “Filo di perle” ideato dai propugnatori della One Road One Belt. I cinesi hanno investito in telecomunicazioni, infrastrutture e porti come la mega struttura portuale di Hambantota, fonte di polemiche per la cosiddetta “debt trap” che ucciderebbe l’economia locale».
Quel progetto non piace a molti srilankesi -conclude Emanuele Giordana-, percorso della via cinese della seta frenato da Sirisena con la benedizione della superpotenze vicine e rivali. India e Stati Uniti che temono che Hambantota, principale porto commerciale dello Sri Lanka, possa diventare un porto militare. Sommergibili cinesi con testate nucleari hanno già incrociato nei porti della «Lacrima dell’Oceano indiano», è la rivelazione ultima.

 

AVEVAMO DETTO

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