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giovedì 17 Ottobre 2019

L’ergastolano e il suo giudice

“Ti importa anche un po’ di me, o ti importa solo di Orazio che ho strangolato tanti anni fa perché mi voleva fare fuori lui, e adesso tu gli sta carezzando la testa, a lui perché è morto, (…) , tu perdoni tutti, se vuoi muoio anch’io, così accarezzi la testa anche a me”…
Una proposta di lettura per la messa del giorno della resurrezione, da “Fine pena ora”, di Elvio Fassone, storia della corrispondenza durata ventisei anni fra un ergastolano e il giudice che lo aveva condannato.
Al Cristo che gatto Randagio immagina forse potrebbe piacere.

Al Cristo che gatto Randagio
immagina potrebbe piacere

L’ergastolano e il suo giudice
(…) Eppure anche tu hai avuto un processo e sei stato condannato, e sai cosa vuol dire. Già, ma tu eri innocente, è vero. Ho detto una fesseria, tu non avevi fatto niente di male, noi, beh, qualcosa più o meno tutti qui dentro. Però io l’ho pagata dura, sono quasi trent’anni che sto dentro, tu, parlando con rispetto, in qualche ora te la sei cavata, poi ti hanno tirato fuori, a me tra poco mi viene la muffa o le ragnatele e non ho nessuno che tiri fuori a me. Ma tu ci sei poi davvero? O siamo noi che ci illudiamo per non crepare di disperazione? A te ti importa davvero di noi? Ti importa davvero di me, di Salvatore di Catania, di questo pezzo di muro vecchio che sto diventando?…”
E non puoi che pensare al senso della Pasqua e a quale resurrezione mai e per chi, mentre brandelli d’anima sembrano andare via strappati a pezzi, ascoltando… lunedì scorso, nel carcere di Pavia, letture dallo straordinario “Fine pena ora” di Elvio Fassone, storia di una corrispondenza durata ventisei anni fra un ergastolano e il giudice che lo aveva condannato.

Il libro l’avevo letto qualche anno fa, appena uscito. Mi aveva colpito moltissimo (e non solo me se ha avuto 14 ristampe…) per la profondità, la forza, la levatura, la scrittura che affronta un argomento così grave, il senso della detenzione a vita, con asciuttezza trapuntata da lampi di turbamento e d’emozione. Tanto che mi era rimasto il desiderio di conoscerne l’autore. Ed eccolo lì, in prima fila, nella sala-teatro del carcere di Pavia, in questa giornata voluta dall’Associazione Nazionale magistrati della sezione distrettuale di Milano (e ringrazio Maria Lapi che mi ha permesso di esserci). Elvio Fassone, che è stato magistrato e componente del Consiglio Superiore della Magistratura e per due legislature senatore della Repubblica, è esattamente come la sua scrittura. Un gentiluomo dalla discreta eleganza d’altri tempi, carico di conoscenza e d’emozione che a tutti regala… che ad ascoltare le parole di questa preghiera, che pure lui stesso ha immaginato di cogliere in un borbottio sommesso, ancora si turba e si strazia.
Non avrei trovato lettura più giusta per la settimana di passione.

La vicenda forse la conoscete …
Salvatore (non è il suo vero nome…) è stato uno degli imputati di un maxiprocesso alla mafia catanese, nella metà degli anni ’80. Elvio Fassone il presidente della corte d’Assise che lo condanna all’ergastolo. Fra i due nasce da subito un rapporto di reciproco rispetto. E quella frase un giorno pronunciata da Salvatore, “Se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia”, è frase che il giudice non può dimenticare. Così la notte che segue la pronuncia della sentenza, il turbamento è tanto. Decide di scrivere una lettera a Salvatore, e insieme gli manda un libro: Siddharta.
Perché questa scelta, ha chiesto una persona dalla platea, persona lì detenuta.
Un libro, la risposta, preso come in trance, dalla sua libreria, e ha voluto, il giudice, che non fosse nuovo, ma libro passato dalle sue mani, dalla sua mente, dal suo cuore. Siddharta, dunque, “viatico per meditare sull’infinita ricchezza della vita”.

E qualcosa cambia anche nella notte di Salvatore. Inizia uno scambio di pensieri e parole che durerà più di un quarto di secolo e tra i due il patto dell’alleanza è: tu resisti, io ti accompagno. E viceversa: io resisto e tu mi accompagni. Nessuno dei due ha mai tradito il patto. A tradire un patto (ti prendo in consegna e tu lasciati rieducare) è il feroce meccanismo di un carcere che quando pensi di avercela fatta ti ributta indietro come in un crudele gioco dell’oca. E Salvatore tenta il suicidio.
Così Fassone ha sentito l’urgenza di raccontare questa storia. “Ho voluto risarcire con un piccolo gesto una grande sofferenza”… “perché noi ci vogliamo bene”.
Un “piccolo” gesto che ogni secondo ci pone domande: perché si punisce, e cosa succede a chi solo “resto appeso ai ricordi”, e cos’è la redenzione, e cos’è una pena che soffoca fino a indurre al suicidio…
Parla Fassone, come seguendo il filo di un ragionare profondo che mai sembra avere avuto soste.
“Il processo finisce con la sentenza, una sorta di profezia retrospettiva, ma lo spettacolo non finisce lì”.
“Assassini!” ricorda gridarono le donne alla lettura delle condanne di quel lontano processo. “E certo qualcuno muore, muore alla vita”.

“Il secondo atto è il tempo dell’accompagnamento e dell’introspezione. Subito dopo il processo non può esserci né pentimento né indulgenza… ci vuole tempo, ci vuole maturazione… ma non solo per chi è condannato, anche per noi…”. Quanta pacatezza, a fronte di tante urla accanite e feroci e tanto cattivo spettacolo…
Con un pensiero alla Genesi, e alla giustizia di Jahvè, ricorda Fassone, più alta di quella dell’uomo, se pure “Caino… poi divenne costruttore di città”, se ripaga il male compiuto non tanto con la sofferenza, ma con la riparazione.
“Un incontro intenso e struggente”, mi ha sussurrato l’avvocato Monica Murru, che era lì con me. “Fa tanto male a noi ascoltare… immagina le persone che quella pena, eterna, la stanno scontando. Forse per questo qui ad ascoltare sono intervenuti solo i comuni”.
I “comuni”, detenuti condannati per reati meno gravi a pene di media e breve durata… che erano lì attenti e col fiato mozzato come tutti noi.

Elvio Fassone, ex magistrato e per due legislature senatore della Repubblica

Oggi, che per questo Cristo risorto dovremmo gioire, ancora mi chiedo quale resurrezione dopo tanto buio, dunque, per Salvatore che, a una lettera con la quale il suo giudice gli chiede, fra l’altro, se crede in dio, risponde che “alla fine ci credo”, e …
“(…) ti importa anche un po’ di me, o ti importa solo di Orazio che ho strangolato tanti anni fa perché mi voleva fare fuori lui, e adesso tu gli sta carezzando la testa, a lui perché è morto e è già arrivato a te, e tu non tieni conto che lui era una bestia più bestia di me, tu perdoni tutti, se vuoi muoio anch’io, così accarezzi la testa anche a me, che ho tanta nostalgia di qualcuno che mi accarezzi la testa anche a me…”
Un grido sommesso e dolorante… Potrebbe essere fra le letture, questo brano, della domenica della Pasqua… ho pensato. Al Cristo che immagino penso proprio potrebbe piacere…
Con tanti auguri di una Pasqua per quel che è possibile (è possibile?) serena… a Mario, Claudio, Pasquale, Gianni, Giovanni e tutti gli altri che ho conosciuto imbrigliati in percorsi bui tanto simili a quelli che imbrigliano Salvatore. E che se pure un qualche dio, celeste o terreno, l’hanno invocato, a poco finora è servito, ché di questi tempi… “forse era stanco, forse troppo occupato, per cui lo invocai invano…”

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