domenica 21 luglio 2019

Gli alberi finti e lo schiavo che pensa di essere libero

Gli ulivi di Milano, sradicati dalla terra. Come anni fa il grano finto per Expo, sotto il Bosco Verticale, fintissimo. Riflessione sul senso dell’abitare al confine.

Ci sono aspetti ridicoli della Milano capitale ultramoderna. Quasi sempre sono nel rapporto tra natura/vita e falsificazione di ogni cosa a fini speculativi, per accrescere profitto. Come quando nel cuore dell’Isola misero un campo di grano farlocco, piantato in febbraio, per Expo, a poca distanza dai celebrati e fighetti alberi impiccati sui balconi del Bosco Verticale. Ora è apparsa una mini foresta di olivi secolari tolti dal loro habitat e mostrati come un trofeo.
Perché è così. Sono un trofeo. Da qualche parte del mondo serviranno per dipingere un paesaggio naturale, per produrre olive e quindi olio buono. Ma chissà dove, chissà coltivati da chi, probabilmente da mani callose che niente hanno a che vedere con il fulmine della modernità lucida che si esprime nella metropoli. Nella metropoli valgono come opere d’arte, di quell’arte fredda e lucida, con le radici tagliate.
Il tempo esalta lo scintillare delle costruzioni super moderne, adora i giardinetti finti, i prati a corredo architettonico nati per esistere ad uso dello sguardo, grazie a giardinieri e guardie giurate che impediscano a bimbi e umani di salirci sopra al prato, di calpestarlo, di giocarci, di correre tra i fiori e gli alberi.

Guardare e non toccare. Camminare ordinati e sognanti, come in un centro commerciale che alla fine dei giochi è un inno alla modernità, con tanto di fontane e aiuole di fiori posticci.
L’immaginario che divora ogni spazio reale. Anche quando la plastica è sostituita dall’ulivo strappato via dalla terra o dalla pianta impiccata del bosco verticale che non era nata per celebrare la ricchezza ma per vivere semplicemente al suolo. Senza fotografi in fila a ritrarne la sofferenza.
Ci penso camminando con le mani in tasca, e le scarpe grosse da montagna, sui sentieri della mia terra. Ci penso e sono felice di essere qui, nella semplicità e dolcezza di un abitare straordinario. Tra persone straordinarie, figlie di altre persone straordinarie che negli anni hanno saputo difendere dalla barbarie queste terre. Mantenendo una cultura aperta alla vita, al dono dell’incontro, allo stupore. Tra persone straordinarie che hanno spalancato le loro porte allo straniero, al viandante, all’inconsapevole e al pellegrino. Aggiungendo un posto e un piatto a tavola. Sapendo vivere il mondo con un senso di giustizia che proviene dalla cultura politica profonda e rurale.

Io, per conto mio, ho scelto di vivere su questa frontiera. E continuo a dividere il mondo tra sfruttati e sfruttatori, tra chi si batte contro l’ingiustizia e chi la subisce in silenzio, tra chi agisce per la libertà di tutti e chi, pur essendo schiavo, pensa di essere libero. E festeggia le catene come fossero braccialetti di Dior.

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