lunedì 27 maggio 2019

Bolsonaro-Custer anti ‘pellerossa’, Brasile e «questione indigena»

Il governo Bolsonaro ripropone la visione coloniale nei confronti dell’Amazzonia e dei territori indigeni, come era avvenuto nel periodo della dittatura militare.
Joenia Wapichana, la prima donna indigena eletta alla Camera dei deputati, è riuscita a costituire all’interno del Congresso il «Fronte parlamentare in difesa dei diritti dei popoli indigeni».

Far-west 2.0 e nuove Giacche blu

Bolsonaro-Custer anti ‘pellerossa’, Brasile e «questione indigena»
Gli indigeni brasiliani come i loro antichi vicini su al nord, i fratelli ‘pellerossa’ ormai praticamente scomparsi. Memoria del nostro Far-west dell’infanzia: Sioux, Apache, Cherokee, Cheyenne, Navajo, per citare alcune delle tribù ‘indiane’ del nord America. Oggi, i sopravvissuti allo sterminio, si chiamano ‘nativi’, che è ipocrisia lessicale rispetto ad un razzismo che che resta nei secoli. Gli indigeni dei molti popoli originari brasiliani, visti come “corpo estraneo” una delle conseguenze più drammatiche del nuovo ciclo politico brasiliano. Cronaca, con un aumento delle violenze e continue invasioni di territori indigeni. Nel 2018 si sono registrati in Brasile 110 assassini di indigeni. Per la storia, dall’inizio del 2019 le invasioni hanno subito una intensificazione e sono almeno 8 le realtà territoriali interessate, nel Parà, Maranhao, Rondonia, Espirito Santo, Rio Grande do Sul.

Il neo Custer Bolsonaro-Custer

«Nel paese si percepisce un clima di ostilità nei confronti degli indigeni», denuncia Francesco Bilotta sul Manifesto. Mesi di forsennata campagna anti-indigena. Gli slogan lanciati da Bolsonaro e che prendono di mira i popoli originari hanno trovato terreno fertile in ampi settori sociali. «Il Brasile ai brasiliani», «Gli indigeni non possono ostacolare lo sviluppo del Brasile», «Non concederemo un centimetro di terra», sono espressioni che continuano a risuonare nei dibattiti televisivi e sui social. Progetto politico, far passare l’idea che la tutela dei territori indigeni rappresenti un ostacolo allo sviluppo economico del Brasile in fase di crisi economica. «Gli interessi e il benessere di 200 milioni di brasiliani vengono prima di quelli di 800 mila indigeni», propagandano i rappresentanti dell’agrobusiness e delle attività minerarie.

Contraddizioni interne

Nel Parlamento più conservatore e reazionario degli ultimi 30 anni, una deputata indigena, Joenia Wapichana, presiede il Coordinamento delle 180 comunità tradizionali di 9 Stati. «Le politiche anti-indigene del governo Bolsonaro, il suo progetto di liberalizzazione dell’attività mineraria, il prolungamento della strada BR 163, la costruzione della centrale elettrica di Cachoeira Porteira, nel Parà». Battaglia minoritaria, con Bolsonaro, che dal primo giorno del suo insediamento, ha iniziato a smantellare strutture e organismi che garantiscono i diritti sanciti dalla Costituzione del 1988. La Fondazione nazionale dell’indio, esempio, col nuovo presidente il generale Ribeiro de Freitas, ex società mineraria canadese Belo Sun Ming. O le attività di demarcazione delle terre trasferite al ministero dell’Agricoltura guidato dalla ruralista Tereza Cristina che esprime gli interessi avversi.

 

Dracula presidente Avis

Enorme e vergognoso conflitto di interessi. Togli i territori, togli le risorse, e infine la salute. La Segreteria speciale di salute indigena, 34 distretti sanitari, che si occupava della salute delle popolazioni, che sono esposte a numerose malattie e che abitano in zone remote e di difficile accesso. «Ma in questi giorni il ministro della Salute Luiz Henrique Mandetta, legato alla lobby ruralista e un passato di opposizione ai diritti umani, ha comunicato lo smantellamento di questo sistema di assistenza e il passaggio delle competenze ai singoli municipi», ancora Francesco Bilotta. Sonia Guajajara, Apib (Articolazione dei popoli indigeni): «Visione razzista del governo. Si mira all’integrazione e all’assimilazione culturale dei popoli indigeni, ma la municipalizzazione della salute significa il genocidio, perché i municipi non sono in grado di gestire le problematiche relative alla nostra salute».

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