domenica 21 aprile 2019

Sudan, cacciato il tiranno, basta militari al comando?

Fino alla secessione del suo Sud, il più grande paese dell’Africa, sette volte la superficie dell’Italia.
Storia complessa e tortuosa, ci ricorda Remigio Benni che quell’Africa frequenta giornalisticamente da sempre. Una sintesi puntuale su cosa realmente accaduto e sui molti interrogativi del futuro prossimo, che senza scomodare la ‘parolona democrazia’ già sarebbe mezza rivoluzione con un governo di non militari

Tiranno rimosso con lo sconto

Sudan, cacciato il tiranno, basta militari al comando?
Sono riusciti a mandar via il tiranno, il generale Omar El Bashir, che li dominava da 30 anni, ma vogliono anche garantirsi che non gli succedano al governo del paese altri militari: quelli che giovedì, su pressione della popolazione hanno deposto il dittatore e lo hanno messo agli arresti domiciliari.
Sembravano rimasti esclusi dal vento della proteste che dal 2011 ha spazzato le piazze e le città nordafricane e mediorientali (anche per la disattenzione della stampa e dei politici occidentali), e invece i sudanesi preparavano l’evento più importante della loro storia recente, dopo la divisione del Sudan del Sud da Khartoum, avvenuta proprio nello stesso 2011.

Memento Sadeq El Mahdi

Già prima di quell’anno le vicende del Sudan, che fino alla secessione era il più grande paese dell’Africa, con una superficie sette volte quella dell’Italia, erano state abbastanza complesse e tortuose: senza risalire alla dominazione britannica e alle imprese ottocentesche di Gordon Pashà, il generale inglese che fu considerato l’’’eroe di Khartoum’’, decapitato nel 1885 dal ‘’Mahdi’’, basta fermarsi a cento anni più tardi, il 1985. Il 6 aprile di quell’anno in Sudan scoppiò la rivolta che mise fine alla dominazione del colonnello Jafar Nimeiri, passato da un’iniziale tendenza socialista ad un successivo regime islamista respinto dalla popolazione. Per i quattro anni seguenti il paese fu governato da un consiglio dei ministri capeggiato dal democratico Sadeq El Mahdi fino a quando nell’89 il generale Bashir si impossessò del potere, con un nuovo golpe, appoggiato dal National Islamic Front, la versione sudanese del movimento egiziano dei Fratelli Musulmani.

L’estremismo islamico di Bashir

Nei 30 anni della dittatura del generale il Sudan ha vissuto momenti difficili, soprattutto quando cominciarono ad essere ospitati – a detta delle organizzazione internazionali – gruppi di estremisti islamici. Il più conosciuto era Al Qaida, con il suo capo Osama bin Laden, che lasciò il paese nel 1996, un anno dopo il fallito attentato al presidente egiziano Hosni Mubarak, ad Addis Abeba. In seguito a quell’episodio gli Stati Uniti inserirono il paese nella lista nera dei sostenitori del terrorismo e l’Onu decise sanzioni economiche contro Karthoum.

I massacri del Darfur

Massacri ripetuti di popolazioni non arabe nel Darfur – le cifre degli enti umanitari arrivano a 400mila morti – operati dai ‘’Janjaweed’’ (diavoli a cavallo) e dall’esercito sudanese, ma anche devastanti lotte fratricide nel Sud Sudan, prima (ma anche dopo) della separazione dal nord, con la repressione feroce di arabi cristiani e non cristiani, guerre nel Kordofan e nel Blue Nile per il controllo di aree petrolifere. Atrocità senza fine, perpetrate in aree desertiche, dove spesso le carestie in alcune, e le alluvioni devastanti in altre, hanno mietuto centinaia di migliaia di vittime, che organizzazioni umanitarie hanno a stento contenuto ogni anno con corridoi aerei e il contributo di gruppi di missionari.

Vicina Libia contro Haftar

Incriminato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra (i massacri nel Darfur), Omar el Bashir aveva continuato negli ultimi tempi a mantenere buone relazioni internazionali, specie con Cina (che controlla e gestisce gran parte del patrimonio petrolifero dell’area), Turchia, Egitto e Arabia Saudita, dopo aver cessato un intenso rapporto pluriennale con l’Iran. Ed in Libia, raccontano osservatori internazionali, avrebbe mandato vagonate di armi per sostenere le milizie favorevoli a Tripoli ed al leader islamista appoggiato dall’occidente, Fayez Sarraj, e per contrastare le aspirazioni egemoniche dell’ex generale gheddafiano Haftar.

19 dicembre 2018, Resistenza

In questo intricato contesto, nel quale tra l’altro il governo turco avrebbe anche ricevuto garanzie per installare una base navale nel Mar Rosso, il 19 dicembre 2018 comincia la protesta popolare per l’improvviso triplicarsi del prezzo del pane e per la scomparsa di generi alimentari da negozi e supermercati. C’erano già stati scontri tra polizia, sicurezza e studenti universitari di tendenze opposte (islamisti e non) e la Banca centrale aveva già limitato i prelievi di danaro dalle banche, mentre l’inflazione superava il 60 per cento.
E la repressione della polizia e dei servizi di sicurezza non hanno impedito ai sudanesi di continuare ed intensificare le loro proteste: ben 38 sono i manifestanti uccisi da dicembre ad aprile e 16 ne muoiono dal solo 6 aprile ad oggi, anche se la vulgata dice che questi ultimi sono stati colpiti da ‘proiettili vaganti’ sparati non si sa da chi.

‘Associazione professionale’ rivoluzionaria

Certo è che i vari gruppi politici riuniti nella ‘Associazione professionale sudanese’, portavoce della protesta, hanno nelle ultime ore ottenuto già due incontri con i militari, ma soprattutto hanno già risultati inconsueti per l’avvio di una rivoluzione: hanno fatto decadere dalla presidenza del consiglio militare il ministro della difesa di Bashir, Awad ibn Ouf, insediatosi subito dopo che aveva annunciato la deposizione del presidente ed i suoi arresti domiciliari. E’ considerato, comunque, troppo vicino a Bashir, ed è stato sostituito dal generale Burhan, che aveva il ‘semplice’ incarico di capo dell’ispettorato militare. Rimosso anche l’ex capo dei servizi segreti, il generale Gosh, anche lui collaboratore di Bashir, che aveva organizzato proprio i massacratori Janjaweed nel Darfur.

Possibile un vero governo civile?

I sudanesi raggiungeranno gli obiettivi che si propongono? E cioè un vero governo civile, senza militari, il più presto possibile? E la liberazione di tutti i connazionali arrestati nelle proteste dei mesi scorsi, ma anche di tutti i prigionieri politici che hanno lottato a vario titolo in questi anni per far cadere Bashir ed il suo regime? Per ora è stato abolito il coprifuoco che il presidente aveva importo due mesi fa. I colloqui continuano, ma già arrivano le prime osservazioni negative, da alcuni gruppi di opposizione: le organizzazioni della protesta dovrebbero prima concordare tra loro, molto chiaramente, gli obiettivi politici da raggiungere, continuando proteste e sit in, visto che solo sabato 13 aprile avrebbero raccolto, dicono, un milione di persone nella piazza antistante il ministero della difesa.
Soltanto dopo essersi chiarite idee e strategie, i sudanesi dovrebbero rendersi disponibili – dicono gli oppositori – a colloqui e mediazioni con i militari. Anche se si rischia di far passare troppo tempo e consentire ai militari di ristabilizzarsi…

 

 

 

 

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