domenica 18 Agosto 2019

Non solo Libia: in Siria Israele attacca le installazioni iraniane

I russi non reagiscono e gli ayatollah s’infuriano. Prime rivelazioni sul possibile piano di pace di Trump: vuole accontentare i palestinesi coi petrodollari dei sauditi e degli emiri del Golfo

Bombardamenti col silenziatore

Non solo Libia: in Siria Israele attacca le installazioni iraniane
Le notizie arrivano dalla Siria alla spicciolata, perché nessuno sembra avere interesse ad alzare troppa polvere. Gli israeliani hanno colpito, l’altra mattina, alcune installazioni iraniane nei pressi di Masyaf, nella regione di Hama. I caccia-bombardieri con la Stella di David hanno lanciato i loro missili dallo spazio aereo libanese, come riporta la Sana, l’agenzia di stampa di Damasco. Tra gli altri obiettivi, sarebbe stato centrato un capannone dove i tecnici di Teheran sviluppano l’upgrading (miglioramento) dei razzi che Hezbollah punta contro il Golan. Ci sarebbero morti e feriti. Ma la vera notizia, che conferma le indiscrezioni da noi pubblicate nei giorni scorsi a proposito della vittoria elettorale di Netanyahu, è che il triangolo Washington-Gerusalemme-Mosca per ora funziona davvero. Anche se con qualche mal di pancia, come quello del Ministro della Difesa russo, Shoigu.

‘Ombrello’ russo?

Dal canto loro, gli ayatollah sono furiosi con Putin, perché il cosiddetto “ombrello protettivo” antiaereo non è scattato. In sostanza, i micidiali S-300 ed S-400 del Cremlino, che avrebbero dovuto rispondere allo strike dei jet israeliani, sono rimasti congelati nei loro tubi di lancio. Scelta che è in linea con il rinnovato quadro strategico della regione: la fine della guerra in Siria e la spartizione del Medio Oriente in zone d’influenza, prevedono un grande ritorno sulla scena di Mosca. La quale, però, dovrà osservare alcune regole di comportamento concordate con Trump e con Netanyahu (nella sua recente visita al Cremlino del 4 aprile scorso). A chi sembrava strano il fatto che Putin avesse in pratica parzialmente “mollato” gli sciiti iraniani, avevamo ricordato che il leader russo “non ha né amici e né nemici, ma solo interessi”. Verissimo.

Tra Russia e Iran

Putin è pronto a comprare (e a vendersi) amici, nemici, parenti e vicini di casa pur di raggiungere il suo vero scopo strategico: sedersi a tavola (magari a “capotavola”) davanti al desco imbandito del Medio Oriente. Porta scorrevole di accesso ai “mari caldi”, da sempre agognati dall’orso ex sovietico. E cioè Mediterraneo, Mar Rosso, Golfo Persico e, in cauda venenum, Oceano Indiano. L’Iran, dunque, non è un fine, ma è un “mezzo”. E come tale va trattato, frenandolo o infoiandolo a proprio uso e consumo. In tal modo la guerra mondiale parallela tra sunniti e sciiti, scatenata dalle cosiddette Primavere arabe, può essere un’ulteriore opportunità tattica da far valere nel grande quadro geostrategico che si va delineando a livello globale. Insomma, Putin è pronto a pareggiare o persino a perdere qualche partita, pur di vincere il campionato.

‘Trumplomacy’

E qui torniamo a quella che “The Bible” (la “Bibbia”, come viene inteso da molti analisti l’Economist) definisce “Trumplomacy”, cioè la linea diplomatica della Casa Bianca per il Medio Oriente che verrà. Innanzitutto il “timing”. Il Segretario di Stato Mike Pompeo è comparso quattro volte davanti alle speciali Commissioni del Congresso, ma non si è fatto sfuggire granché. In molti ritengono che il draft del piano di pace verrà esposto prima dell’estate. Una cosa è sicura: Trump non vuole una soluzione “a due Stati”, mentre potrebbe anche appoggiare la possibile annessione di parte della West Bank (Cisgiordania), evocata da Netanyahu per motivi che sembravano solo elettoralistici. Il deciso spostamento a destra della politica Usa in Medio Oriente potrebbe avere serie ripercussioni sui fragili equilibri di non belligeranza, dicono le stesse organizzazioni ebraiche americane dell’area “liberal”.

Diritti in vendita?

Ma cosa offre Trump ai palestinesi in cambio del nodoso bastone fin qui agitato? Beh, diciamo che fa loro intravedere la carota dei dollari. Anzi, l’offa dei petrodollari, sauditi e degli emiri del Golfo, ai quali la Casa Bianca aggiungerebbe qualche altro gruzzoletto. E così, con le pance piene e un po’ di autonomia (sulla carta) i palestinesi dovrebbero finirla di piantare grane. Almeno così la pensa l’energumeno dello Studio Ovale. Basterà? A noi sembra solo una pia illusione. E pure a Putin, che intanto osserva sornione e sorride di sguincio.

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