domenica 21 aprile 2019

Il narratore e il principe (quando la guerra cambia nome)

Sempre dal ‘Sussidiario Scolastico Sconsigliato’, il Nonlibro sulle bugie di guerra raccontate in rima, in prosa e in telecronaca, a partire dal lontano Omero all’attuale Trump (e che Omero ci perdoni l’accostamento)
Un Nonlibro (pubblicato sotto altra forma), scritto per adolescenti e giovani curiosi di conoscere (i riferimenti sono sempre a loro), ma di cui se ne consiglia la lettura anche ad un pubblico adulto.

Il narratore e il principe
(15 anni fa ma nulla cambia)

Da un bel po’ d’anni a questa parte, anche il più distratto dei telegiornali non può privarci della nostra dose quotidiana di guerra. Se non è l’Iraq, sarà l’Afghanistan, se non è Israele e la Palestina, ti allarghi al Libano: potrebbero resuscitare persino il Kosovo e i Balcani. Per il prossimo futuro c’è da scommettere su qualche novità dall’Iran, con un occhio su Siria e Corea del nord. Basta seguire il registro dei Cattivi aggiornato dai Padroni del Mondo.
Ovunque vada in scena, la guerra è diventata in questi ultimi anni una costante della nostra vita, e quindi della nostra informazione. La nostra dose di guerra quotidiana la consumiamo ogni giorno a colazione col quotidiano, e a pranzo e cena col telegiornale.
Una presenza ossessiva, quella della guerra, quasi quanto quella dei personaggi della politica sui teleschermi italiani in periodo elettorale. Tutti ci parlano di guerra, ma se vai a guardare bene, nessuno ce la spiega. Sappiamo che esistono i “Buoni” di cui Noi, ovviamente, facciamo sempre parte, ma dei “Cattivi” contro di cui combattiamo, in genere sappiamo soltanto che esistono e che, sono irrimediabilmente Cattivi sopratutto perché non sono dalla Nostra Parte. Ci sono ripetute le “Nostre” buone ragioni, e in genere omesse o manipolate quelle degli “Altri”.
La guerra è un totale equivoco che macina persino le parole e il loro significato comune. La guerra che non si chiama più guerra, ma più elegantemente “conflitto”, “azione armata”, “operazione anti terrorismo”, “difesa preventiva”, i morti ammazzati che diventano pudicamente “vittime”, e le distruzioni che con linguaggio da geometra di paese, sono chiamate “effetti collaterali”. Come chiamare slip o boxer le nostre tradizionali mutande. E di mutande con cui coprire le vergogne della guerra, vedremo che ne occorrono molte.

La guerra ha la forma dell’acqua

Le parole in guerra si muovono veloci come proiettili e con la stessa rapidità cambiano forma. Prima teoria personale che offro alla vostra attenzione, prendendo spunto dallo scrittore Andrea Camilleri, quello delle investigazioni del commissario Montalbano. Le parole in guerra, ho scoperto, prendono la forma dell’acqua. Che forma ha l’acqua? La forma del contenitore in cui la versi. Per la guerra patriottica, parole patriottiche; guerra umanitaria-parole solidali e missionarie; guerra per la democrazia e parole d’alta idealità politica. La forma dell’acqua.
Quando le bombe volavano su Baghdad o su Belgrado, quegli ordigni raccontati in partenza dagli studi televisivi di Roma, erano il prodotto di una sorta di gioco diplomatico un po’ violento, da descrivere con parole lievi, che non turbassero troppo noi telespettatori. Avvicinandosi al bersaglio, quelle stesse bombe in volo, già cambiavano natura. Il “Conflitto” del dire patinato del Mezzobusto da studio, diventa “Guerra” nel racconto concitato dell’Inviato sul campo di battaglia.
Teoria personale legata all’esperienza: bombe e missili partono sempre “intelligenti” e diventano irrimediabilmente cretini avvicinandosi al bersaglio da colpire. Anche molti strateghi da alto comando e da studio televisivo, politici di salmeria e narratori della riserva, visti da lontano possono sembrarti intelligenti. Se stai dentro la guerra e li ascolti, ti accorgi subito di quanto, in realtà, siano irrimediabilmente cretini.

Bansky, murales

Quando l’uccidere si nobilita in guerra

Attorno alla parola Guerra e ai suoi strumenti, ruota il principale e più micidiale equivoco dell’umanità. Che cos’è una guerra? Tutti credono di saperlo, ma non è per niente vero. Quand’è che lo scontro tra gruppi armati ha diritto al titolo ufficiale di “guerra”? Difficile stabilirlo. Neppure il vocabolario ci aiuta. Sono andato a controllare. “Guerra: scontro armato fra eserciti di due o più Stati”. Sarebbero dunque gli Stati a fare la guerra. Fosse per il Devoto e Oli e lo Zingarelli, l’ultima “Guerra vera” combattuta nel mondo, sarebbe quella mondiale, la seconda.
Dal 1945 in poi, nessuno Stato ha mai dichiarato ufficialmente guerra ad un altro Stato, eppure da allora abbiamo avuto centinaia di guerre. Le ho contate, e sono state 160, per l’esattezza. Guerre che stando al vocabolario non possono essere chiamate guerre, ma che hanno prodotto decine di milioni di morti, di feriti, di mutilati e di profughi. Fosse mai che anche le vittime di quelle “Guerre non guerre” siano “Morti non morti”?

Vietnam dei nonni

Probabilmente avrete sentito i vostri genitori o la televisione parlare della guerra del Vietnam. Accadde 40 anni fa, in un posto lontano, pressappoco tra la Cina e l’India. C’erano di mezzo due diverse idee del mondo e le due grandi potenze d’allora, l’America e l’Unione Sovietica, che avevano appena vinto la Seconda guerra mondiale contro il fascismo e il nazismo. C’era anche un piccolo popolo, i vietnamiti, che volevano dire la loro. Finì dopo molti anni di combattimenti e di centinaia di miglia di morti. A proposito: vinsero una volta tanto i piccoli contro i grossi, ricchi e potenti.
Nessuno degli stati che si sono combattuti in Vietnam per decenni aveva mai dichiarato guerra all’altro. Stando al vocabolario e alla diplomazia internazionale, quella del Vietnam non è stata quindi ufficialmente una guerra. Come non è stata guerra l’intervento militare della Coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, nel 1991 contro l’Iraq che aveva invaso il Kuwait, o i bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia, nel 1999, o l’intervento americano del 2001-2002 in Afghanistan, e quella americana e inglese nuovamente in Iraq, iniziata nel 2003 e finita, forse, … fra qualche decina d’anni.
Se quelle guerre non si possono chiamare guerre, un trucco deve esserci. La mia impressione è che ci sia qualcuno che fa giochi di prestigio con le parole. Già qualcosa vi ho rivelato prima. Con la scusa di trovare sinonimi alla parola “guerra”, ho scritto di “conflitto”, di “intervento militare”, di “bombardamenti”, “azione armata” dell’uno contro l’altro, e su quelle guerre vi ho già propinato una versione addomesticata e tutta mia.

Cambi i ‘fattori’ ma il prodotto non cambia

Che differenza passa fra un qualsiasi episodio di violenza, per esempio l’assalto di predoni ad un villaggio, o una nave corsara che attacca una nave mercantile, e una “guerra” a pieno titolo? In ambedue i casi c’è l’uso della forza, delle armi. Ci sono morti, feriti e distruzioni. Le Guerre Ufficiali e quelle che non hanno diritto al titolo, realizzano in ogni caso sempre lo stesso prodotto: morte e distruzioni. Primo Teorema da mandare a memoria: “In ogni guerra, puoi cambiare i fattori che la esprimono (le armi, gli eserciti, le ragioni e i torti), ma il prodotto finale non cambia (morte e distruzioni)”.
A fare la differenza non è neppure il numero della gente che si picchia e si ammazza. Dall’antichità sappiamo di guerre combattute da piccolissimi eserciti o affidate alla sfida di pochi “campioni” (Orazi e Curiazi ai tempi degli antichi romani, i tornei medioevali, la disfida di Barletta), e sappiamo anche d’assalti di predoni e banditi con migliaia di protagonisti. La differenza fra una Guerra Ufficiale e la violenza di bande armate non è dunque legata alle dimensioni e ai numeri.
Saranno le ragioni dell’uso della forza a fare la differenza? Il predone cerca il bottino, mentre gli eserciti cosa cercano? Le legioni romane e prima di loro gli eserciti greci o quelli persiani o egiziani o ittiti, imponevano ai popoli vinti la loro supremazia, la loro lingua e le loro regole, e lo fecero con la forza e in cambio di territori, d’oro, di schiavi. Oggi potremmo parlare di petrolio. Se vai a guardare bene e con un po’ di sana malizia, in fondo in fondo la guerra assomiglia molto spesso ad un atto di preda, in grande però. Il trucco, ancora una volta è nell’uso delle parole e del racconto. “La comunicazione”, dicono i dotti.

Come me la racconti

L’atto di preda, l’assalto dei banditi, dei pirati, la rapina, sono considerate azioni da nascondere o da condannare: episodi da cronaca nera. La violenza meglio organizzata, quella che mette in riga i suoi protagonisti armati dietro una bandiera, e li veste con la stessa divisa, è considerata invece vicenda da trasmettere agli altri, dramma di cui scrivere e attraverso cui “fare la storia”. La cronaca finisce sul giornale ed il giorno dopo incarta l’insalata, la Storia è scritta sui libri e spesso incarta la verità. La guerra che non meriti un qualsiasi tipo di racconto finisce di fatto per non esistere.
Immaginiamo i nostri lontani progenitori delle caverne che le guerre le combattevano a colpi di clava e sassi. Una tribù vinceva sull’altra e otteneva il controllo della migliore zona di caccia, ma era il racconto della sua vittoria e della sua potenza a tenere in seguito lontane altre tribù dai loro territori. Il racconto della loro potenza incuteva timore e valeva quanto altre guerre che altrimenti avrebbero dovuto combattere. La comunicazione orale, di caverna in caverna, di capanna in capanna, ha creato prima le leggende e poi, attraverso la scrittura, ha fatto la storia. Attorno al racconto delle guerre si sono formati i regni e gli imperi.
La guerra senza comunicazione, insomma, è violenza selvaggia e poco produttiva. Lo avevano capito talmente bene i nostri antenati, da tramandarci attraverso i millenni praticamente soltanto storie di guerre e di conquiste. Omero è forse il più studiato reporter di guerra al mondo. Narratore da redazione, ovviamente, di quelli che mettono in bella scrittura le guerre combattute e viste da altri. Cantore al servizio del principe e del vincitore.

Rilettura dell’Iliade oltre Omero

Nell’Iliade, Omero ci tiene in ballo per infiniti capitoli a raccontarci di una guerra che i principi greci trascinano per dieci anni senza riuscire proprio a vincerla. L’obiettivo di re Agamennone e degli altri principi achei è evidentemente quello di prendersi le terre dei troiani, il loro oro, il loro bestiame, le loro donne, ma la compiacenza di Omero rispetto alla tradizione favolistica dell’epoca e al potere in carica, lo induce a dare la dignità della poesia ad inverosimili storie di rapimenti e di nobili sentimenti che ruotano attorno al discutibile onore di Elena e del marito tradito, Menelao.
Più che una guerra, quella di Troia del racconto di Omero, sembra la cronaca di una fase del campionato di calcio italiano travolto dallo scandalo Moggi, torneo affidato alle prodezze di singoli campioni arruolati a prezzi esorbitanti, mercenari pronti a cambiare maglia, con tanti dei-arbitri vergognosamente faziosi (gli dei), disposti a vendersi la partita-guerra in cambio del semplice sacrificio di una giovenca, o per nepotismo nei confronti di uno dei tanti figli che gli abitanti dell’Olimpo hanno seminato ovunque.
Omero ci propone come eroi una serie di generali fannulloni e predoni, che trascorrono il loro tempo rubando bestiame e fanciulle altrui, di campioni stizzosi e isterici come Achille, d’arroganti come Agamennone, di sciocchi come Menelao, o di personaggi astuti e truffaldini come Ulisse, che spaccia il suo Cavallo per un grande affare con cui riuscirà a turlupinare i troiani e a privarli dei loro possedimenti e soprattutto della vita.
Una guerra il cui racconto in rima esalta e tramanda il mito della potenza greca allora dominante, che è poi il guadagno vero, l’obiettivo politico -direbbe oggi il telegiornale- della guerra stessa.

Chi se la canta e chi ci campa

La storia antica del mondo è storia di guerre scritte da cronisti compiacenti al servizio di qualcuno o di qualche causa. Cosi` ha continuato ad essere per millenni. Giulio Cesare addirittura le sue guerre, prima le faceva e poi le raccontava personalmente. In tempi più vicini a noi abbiamo avuto i combattenti-letterati, generali più abili con la penna d’oca che con la spada, o ardenti patrioti probabilmente riformati alla leva, che impugnando la penna come fosse una sciabola, menavano colpi d’ideale a destra e a manca, spadaccini furiosi contro quel nemico plebeo che sono i semplici fatti.
Nei racconti dei generali-letterati e dei letterati-patrioti, fateci caso, il campo di battaglia è sempre “pervaso da luce premonitrice”, c’è sempre il vento a far “garrire le bandiere”, e un raggio di sole che fa “baluginare le sciabole”, mentre le urla che si diffondono sono sempre gridi di battaglia e mai di paura, le ultime parole dei moribondi sono sempre rivolte alla Patria o alla Mamma, o sono una preghiera a Dio. Mai una maledizione o una bestemmia.
Sulle montagne del Kurdistan irakeno o nei deserti afgani, nel gelo della Sarajevo assediata, nei villaggi martoriati della Bosnia, nel Kosovo della vendetta etnica incrociata, nella ancora incompiuta tragedia libanese, io ho trovato sempre fango o polvere, un clima di merda, soldati ubriachi per darsi coraggio, tante imprecazioni e un mare di paura. Manco una bandiera che non fosse fradicia, lacera o afflosciata, mai un atto epico, uno soltanto, su cui poter costruire la leggenda. Io non sono Omero.
In guerra ho visto anche un sacco di ragazzi come voi. In Medio oriente, a Ramallah, a Betlemme e a Gaza, ho conosciuto molti vostri coetanei palestinesi che lanciavano sassi contro i soldati israeliani e ricevevano in cambio colpi di fucile. Dall’altra parte, ho visto ragazzi di 18 anni, messi in divisa dal governo di Gerusalemme, e costretti a sparare agli altri ragazzi in divisa di stracci.
Ragazzi come voi, a Sarajevo, facevano le staffette giocando a rimpiattino con i cecchini che sparavano dalla montagna. In Afghanistan e in Iraq, ho conosciuto ragazzi come voi, quelli sopravvissuti agli stenti di un’infanzia grama, che erano già dei valorosi mujaheddin pronti a morire alla prossima occasione. Non so come la pensiate voi, ma in tutto questo, io non ho mai trovato nulla di epico che meritasse di essere esaltato, salvo forse la loro disperata voglia di vita.

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