lunedì 17 giugno 2019

Sudan, dittatura di sangue, l’Africa e i golpe per cambio despota

I trent’anni di potere di Omar al-Bashir in una successione di massacri. Quello nel sud del Paese finito con la nascita del Sud Sudan e il conflitto nel Darfur, col genocidio di circa 400mila della popolazione non afro-araba. Le complicità internazionali di comodo.

Sudan, la fine incruenta (forse)
di una dittatura sanguinaria

Sudan, dittatura di sangue, l’Africa e i golpe per cambio despota
Inizio e fine con colpo militare della lunga dittatura del presidente sudanese Omar al-Bashir. Colpo di Stato di Stato militare tutto ancora da decifrare e quasi incruento. Salvo gli almeno cento civili uccisi dalle forze di sicurezza del dittatore durante quattro mesi di proteste, oltre alle migliaia di arresti. Omar al-Bashir, padre padrone di Kartoum dal 1989. Altri militari per una diversa dittatura? Timore fondato, e la piazza già denuncia, «Le autorità del regime hanno fatto un putsch militare per riprodurre le stesse teste e le stesse istituzioni contro cui il popolo si é rivoltato».

Il ‘Chi è’ del dittatore

Omar al-Bashir, 75 anni, paracadutista nell’esercito egiziano durante la guerra del Kippur contro Israele nel 1973. Generale già negli anni Ottanta, sale al potere rovesciando il Primo ministro Sadiq al-Mahdi. Democraticamente eletto. Cancellazione di ogni opposizione, al bando i partiti, via il Parlamento e briglie alla stampa. Da quell’inizio, seguono i massacri. Una delle più lunghe e cruente guerre del XX secolo nel sud del Paese, finito con la nascita del Sud Sudan (a sua volta travolto da guerre tribali), a quello nel conflitto del Darfur, il genocidio della popolazione non afro-araba, 400mila persone, ricorda Pietro Del Re su Repubblica.

Criminale di guerra

Per il suo ruolo nel Darfur, nel luglio 2008, l’accusa di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra della Corte penale internazionale dell’Aia. Dal 4 marzo 2009 c’è anche un mandato d’arresto che nessuno si è mai sognato di eseguire. Bashir allora: «Accuse che non valgono l’inchiostro con cui sono scritte». Forse ora, potrebbe essere costretto a ripensarci. Il suo potere garantito dalle grandi potenze regionali, Egitto, Arabia Saudita e Qatar. Solidarismo tra despoti, dittature più o meno regnanti, e complessi interessi strategici internazionali.

l’Ex presidente del Omar al-Bashir.

Sudan, Libia, Algeria
la grande sfida sull’Africa

Le nuove ‘primavere arabe’ in tuta mimetica in Algeria, in Sudan e gli scontri in Libia col generale Haftarn: rivoluzioni simil golpe in cui si giocano gli interessi sull’Africa di Francia e Russia e Cina, rileva Lorenzo Lamperti. Otto anni dopo le primavere arabe, sospetti legittimi. L’esempio di Al Sisi in Egitto che potrebbe ripetersi in Algeria e Sudan, dove Bouteflika e Bashir sono stati deposti ma i militari hanno subito preso il loro posto annunciando ‘periodi di transizione’ ma non certo democrazia e diritti dei cittadini. Un po’ meglio per fortuna in Tunisia. Rinnovi generazionali (salvo Haftar), cacciati i vecchi presidenti ma non i loro regimi. In Sudan, da subito, la sospensione della Costituzione per due anni.

Françafrique e giochi sporchi

L’Algeria, paese chiave della cosiddetta Françafrique, ‘risparmiata’ dalle primavere arabe del 2011 con la deposizione di Bouteflika rientra nel calderone delle inquietudini Nordafricane. Una situazione che allarma molto Parigi. In Sudan, rapporti tra Parigi e Khartoum meno evidenti. Bashir dittatore da nascondere, che negli anni Novanta ha ospitato Osama bin Laden e ha applicato la Sharìa, dando spazio a presenze fondamentaliste. Poi l’interminabile guerra con il Sud, maggioranza cristiana, che ha portato alla secessione dopo infinite violenze che sono valse all’ex dittatore anche l’accusa di crimini contro l’umanità alla Corte Penale Internazionale, e mandato d’arresto di cui forse si parlerà adesso.

Convenienza di avere Bashir

Nel 2017 Washington ha revocato il blocco economico imposto nel 1997. Khartoum sponda con la confinante Libia. Con Bashir convinto di poter giocare un ruolo di mediatore tra gli interessi di Francia e Russia, scrive l’Indro. Oltre agli ingenti investimenti dalla Cina, che stanno cambiando la faccia del continente. «Difficile prevedere che cosa accadrà in Libia, Algeria e Sudan», ancora Lorenzo Lamperti. Difficile dire chi avrà la meglio tra Haftar e Serraj, difficile dire se arriverà una soluzione politica. Difficile dire se cacciati Bouteflika e Bashir gli algerini e i sudanesi riusciranno ad arrivare a una vera e propria transizione civile o avranno, come probabile, nuovi regimi militari.

La Russia in Algeria e Sudan

Gli affari di Mosca con Bouteflika e con Bashir ora a rischio? Se lo chiede Micol Flammini sul Floglio. Armi, basi navali, operazioni minerarie. Ma ora, tutti fermi. Interessi di Mosca ovunque, in Algeria, in Libia, in Sudan, in nazioni per anni in mano a regimi. L’Algeria di Bouteflika era il maggior acquirente di armi russe. Quando ancora la piazza protestava contro la ricandidatura del presidente a un quinto mandato, il ministro degli Esteri era volato a Mosca per rassicurare sui contratti. Il Sudan di Omar al Bashi avrebbe concesso alla Russia di costruire una base navale sul Mar Rosso. La Russia ora immobile, soffre e guarda.

Guarda anche in Libia

Dopo aver appoggiato e armato il generale Haftar, ora frena. “Vogliamo una soluzione pacifica”, dice il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov. Dubbi sul fatto che l’offensiva del generale vada bene. In Sudan come in Algeria, Mosca ha preferito non mostrare il suo coinvolgimento. «Non importa come sarà il nuovo governo, non c’è dubbio che cercheranno la cooperazione con la Russia in futuro», ha detto Leonid Slutski, presidente della commissione Esteri della Duma. Poche ore dopo la dichiarazione, il ministro degli Esteri sudanese ha assicurato che parteciperà al forum russo-arabo che si svolgerà a Mosca il prossimo 16 aprile. Conclusione Flammini: «Le sue alleanze con regimi forti e antichi messi in discussione dalle proteste. Per ora guarda, e non vuole rischiare».

 

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