lunedì 17 giugno 2019

Khashoggi, delitto di Stato saudita, pista italiana di cyberspionaggio

Hacking Team e Khashoggi: la pista dei misteri. Due dei sauditi sotto accusa per l’omicidio del giornalista oppositore, hanno avuto rapporti con l’azienda milanese di cybersicurezza. Che ha azionisti chiave a Ryad. Ed è appena passata sotto il controllo di una società israeliana.
-Ma il sottosegretario Cioffi, M5S, che vigila sull’esportazione dei sistemi di spionaggio non risponde alle domande.

Silence And Mysteries: Did Hacking Team
Play Any Role in The Khashoggi Murder?

Khasoggi, delitto di Stato saudita, pista italiana di cyberspionaggio
Silenzi e misteri: Hacking Team ha mai giocato a un ruolo nell’omicidio Khashoggi? Repubblica.it lo pubblica sulla pagina web in inglese per sollecitare le vendite di ‘Rep’. Ma noi siamo curiosi. E scopriamo che due dei sauditi sotto accusa per l’omicidio del giornalista oppositore, hanno avuto rapporti con l’azienda milanese di cybersicurezza Hacking Team. Scopriamo anche che ha azionisti chiave a Ryad. E, peggio, è appena passata sotto il controllo di una società israeliana. Snowden, ex spia che dice (riporta Stefania Maurizi), «L’opinione pubblica dovrebbe essere spaventata dall’esistenza di aziende del genere». Ma il sottosegretario Andrea Cioffi, M5S, che vigila (dovrebbe) sull’esportazione dei sistemi di spionaggio, non risponde alle domande. E noi, più che spaventati, come dice Snowden, siamo abbastanza ‘arrabbiati’ col politico di casa che forse fraintende di suoi doveri istituzionali, oltre che politici. Ma avremo tempo a curarcelo dopo. Promessa.

Restiamo al delitto Khashoggi

Uno dei delitti più brutali mai messi a segno contro un giornalista. L’uccisione e lo smembramento di Jamal Khashoggi che Stefania Maurizi paragona ad una trama da film dell’orrore. Una trama in cui non manca l’Italia, ed è questo il colpo giornalistico. Sì, perché i due personaggi centrali, la presunta mente dell’operazione, Saud al-Qahtani, e il presunto coordinatore della squadra di assassini, Maher Mutreb, hanno avuto contatti con l’italiana Hacking Team, una delle aziende italiane già sospettata per il caso Regeni e attaccata da Wikileaks. Hacking team, tra le aziende che hanno contribuito a potenziare l’arsenale cybernetico dei sauditi e del principe ereditario Mohammed bin Salman. Arsenale usato non solo contro i terroristi, ma contro i dissidenti, tra cui c’era anche il giornalista Jamal Khashoggi, ucciso da agenti di Riad a Istanbul. Lo ha scritto a dicembre scrive autorevole columnist David Ignatius sul Washington Post, il quotidiano con cui collaborava Khashoggi.

Il ‘trojan’ Rcs Galileo

L’azienda italiana su cui punta l’indice il Wp e ora altri sospetti e accuse, sarebbe la creatrice del ‘trojan’ Rcs Galileo, il software che consente di spiare a distanza dati e informazioni che transitano su computer e smartphone. L’azienda milanese, nel 2016 vittima di una intrusione, aveva creato uno software di difesa efficace venduto in 46 Paesi, tra cui l’Egitto. Ecco il caso Regeni. Tecnologia usata per accedere al suo cellulare. Accuse senza prove su una materia volatile. Ma, secondo il Wp, il 20 per cento del pacchetto azionario della srl milanese ma con sede a Cipro, e già questo fa pensare, sarebbe dei sauditi, rendendo decisamente più facile la vendita all’estero di certi prodotti che riguardano la sicurezza dello Stato, senza una precisa autorizzazione o controlli dei sicurezza.

Al-Qathani intelligence saudita

Il columnist del quotidiano Usa a cui collaborava lo stesso Khashoggi, indica come figura centrale in questa cyber guerra agli oppositori, l’avvocato Saud al-Qathani, ex membro dell’aeronautica militare saudita e dirigente ambizioso alla corte di Riad, dove è responsabile del Center for Studies and Media Affairs. Al-Qathani è uno dei due individui indicati dalla Turchia come direttamente responsabili della morte di Khashoggi. Lui e i suoi cyber colleghi hanno lavorato inizialmente con l’italiana Hacking Team, che ha come clienti circa 40 governi. Poi hanno acquistato prodotti realizzati da due compagnie israeliane -Nso Group e la sua affiliata, Q Cyber Technologies- e da una degli Emirati, la DarkMatter. L’intelligence saudita, scrive il Wp, ottenne nel 2013 da Hacking team strumenti per penetrare iPhone e iPads, e due anni dopo voleva un accesso analogo ai telefonini con sistema Android, secondo documenti rivelati da Wikileaks nel 2015.

Accuse Wikileaks alla Hacking

Hacking Team diventa nota nel 2011 quando Wikileaks rende pubblici  documenti sull’azienda italiana. Anche Reporter senza Frontiere aveva inserito l’azienda nella sua lista di ‘nemici della rete’, accusata di vendere i propri software non a governi democratici( e quindi forze di polizia ed intelligence), ma a regimi e governi repressivi, e l’elenco dei clienti conferma. Dai documenti pubblicati, sembra che HackingTeam abbia venduto i suoi software a Kazakistan, Arabia Saudita, Oman, Libano, Mongolia, Sudan, Russia, Tunisia, Turchia, Nigeria, Bahrain, Emirati Arabi, che non è il gotha delle democrazie garantiste. Più altre dozzine di Paesi occidentali come Cipro, Repubblica Ceca, Ungheria, Lussemburgo, Spagna, Polonia, Germania, Svizzera, e anche lì con qualche problemino sulla tutela dei diritti umani.

Istruzione per l’uso

Ricominciamo da capo. Hacking Team, accusata di vendere i suoi strumenti cyberspionaggio, e i due personaggi principali che avrebbero pianificato e supervisionato l’operazione che ha portato l’assassinio di Khashoggi: Saud al-Qahtani, e Maher Mutreb. Mutreb risulta aver frequentato corsi di formazione alla Hacking Team, ma ora una ‘fonte’ parla di corsi italiani fatti in casa araba. «Eravamo in una base militare in cui i telefoni cellulari non sono stati autorizzati e non erano stati forniti con l’identità delle persone che avremmo dovuto allenare», dice la fonte, riferendosi a un corso di formazione per l’intelligence militare saudita ha tenuto a Riyadh tra il 2010 e il 2011. Invece Saud al-Qahtani, a fine giugno 2015 avrebbe incontrato il titolare di Hacking Team, David Vincenzetti, per concordare «una lunga e strategica partnership».

Cyberspionaggio e scatole cinesi

In che modo i sauditi hanno utilizzato la tecnologia di sorveglianza dell’Hacking Team? Il New York Times scrive che dal momento in cui Mohammed bin Salman diventa principe ereditario nel 2017, Saud al-Qahtani e Maher Mutreb hanno il compito di creare un “Rapid Intervention Group” per ‘schiacciare’ i dissidenti, anche quelli che hanno lasciato l’Arabia Saudita. Che ruolo ha giocato la tecnologia dell’Hacking Team nello schiacciare il dissenso saudita? Repubblica, scrive Stefania Maurizi, ha cercato di ottenere risposte dalla società italiana, ma è finita dentro un gioco di scatole cinesi. Hacking Team milanese appena acquisita dal ‘gruppo Cyber’ con sede a Lugano. Fondatore e amministratore delegato, Paolo Lezzi, ex amministratore delegato di Maglan Europe, una società israeliana nel settore cyberspionaggio con ottimi contatti con l’intelligence italiana. ‘Relazioni utili’ a facilitare la vendita di tecnologia di sorveglianza israeliana in Arabia Saudita.

Al Qahtani e il principe Saud

Mano, manina, manona

Il gruppo Cyber ha acquisito da Vincenzetti l’80 per cento della società. Il resto, rimane alla Tablem Limited, con sede a Cipro. I documenti presentati alla Camera di Commercio Italiana, dicono che il direttore di Tablem è un uomo di nome Abdullah Algahtani, che nel 2017 delega l’avvocato saudita, Khalid Al-Thebity, a rappresentarlo a Milano. I conti in tasca ad Hacking Team. Nel 2015 ricavi a 5 milioni e 448.624 euro, rispetto ai 6 milioni di 640,409 euro nel 2016 e 8 milioni di 266,531 euro nel 2017. Discesa. Nel 2015 l’azienda ha dovuto investire 1 milione 195.000 euro in tecnologia. Soglia della bancarotta e vendita ‘provvidenziale’. Edward Snowden spiega: «L’industria hacker è di gran lunga la parte più pericolosa del commercio moderne armi. Se si vende un missile, si sa che anche nel peggiore dei casi, può essere usato solo una volta. Questi tipo di armi digitali sono a rischio proliferazione, peggio se i clienti sono regimi autoritari».

Il governo italiano tace

Il sottosegretario del Governo italiano incaricato delle esportazioni ‘dual use’, duplice uso, Andrea Cioffi, Movimento Cinque Stelle, al Ministero dello Sviluppo Economico che ha il compito di approvare licenze di esportazione. Chieste spiegazioni, visto che Saud al-Qahtani, compratore, era nella lista rossa degli avvisi dell’Interpol. Chiesto anche l’elenco delle esportazioni autorizzate per l’Arabia Saudita, previsto dalla legge. Sottosegretario silente o distratto, da ricordarsene. Silenti anche, ma questo ha almeno una logica, le agenzie italiane per l’intelligence estera e interna Aise e Aisi, se stanno ancora utilizzando software Hacking. Guardia di Finanza e l’unità antiterrorismo dei Carabinieri, i ROS, hanno risposto che Hacking Team è finta in cantina. Ma la risposta che conta e che manca è politica: la totale mancanza di trasparenza delle aziende come Hacking Team e loro rapporti con regimi indegni, imprese e clienti coperti da segretezza a loro esclusivo vantaggio.

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