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martedì 15 Ottobre 2019

Israele, ancora ‘rischio Netanyahu’, gli immigrati russi e Putin

Martedì si vota per la Knesset. Sondaggi complicati da sbarramenti, indecisi, e travasi di voti dell’ultimo minuto.
-Il ruolo degli immigrati russi. E Putin “pesa”, ancora una volta

Israele, ancora ‘rischio Netanyahu’,
gli immigrati russi e Putin

Cominciamo dalla fine: chi vincerà le elezioni generali in Israele di domani? L’ultimissimo sondaggio permesso (quello di Channel 13) dà al blocco di centro-destra una maggioranza assoluta alla Knesset di 66 seggi, contro i 54 assegnati al centro-sinistra. “Bibi” Netanyahu è destinato, quindi, a essere nuovamente “l’unto del Signore”, come “les rois thaumaturges” di merovingia memoria? Calma. E gesso. Tutti gli esperti israeliani di “polls” invitano alla prudenza, affermando che questa tornata elettorale è la più difficile da prevedere, da almeno 25 anni a questa parte.

‘Threshold’, sbarramento

Innanzitutto, c’è un “threshold” (sbarramento) fissato al 3.25 per cento, che rischia di fare la differenza. Sì, perché la coalizione conservatrice su cui fa perno il “Likud” dell’attuale premier ha disperato bisogno dei voti che gli arriveranno dai suoi alleati “duri e puri”, cioè dai partiti e dai partitini religiosi ultraortodossi e nazionalisti. Ognuno di loro dovrebbe portare in dote almeno 4 seggi. Ma lo scarto “tra la vita e la morte” è veramente minimo e dipende da complicatissimi calcoli matematici, a cominciare dalla percentuale dei votanti, e proseguendo con possibili “travasi di voti” dell’ultimo momento (magari all’interno dello stesso blocco), per finire all’orientamento degli “indecisi” (circa il 10% dei potenziali elettori).

Opposizione primo partito

Cifre alla mano, Yisrael Beitenu ce la dovrebbe fare, come Hayamin Hehadash (con 7 seggi). Lo stesso dicasi di United Torah Judaism, Zahut, Kulanu e Shas. E poi resta l’incognita degli arabi-israeliani di Aydan Odeh. Saranno penalizzati da un massiccio astensionismo palestinese? Un altro sondaggio (quello di Yedioth Ahronoth) riduce il vantaggio dei conservatori (63 a 57), ma non cambia la sostanza. Il blocco di centro-sinistra, che fa leva sul “Kahol Lavan” di Benny Gantz (tra 27 e 30 seggi) e sui laburisti (10-11 seggi), non riesce a spuntarla. Anche se “Kahol” dovrebbe essere il primo partito, ricevendo quindi un possibile incarico di formare il governo.

Gli immigrati a destra

Gli analisti dicono, però, che tutta l’immigrazione entrata nel Paese dalla Russia, dall’Ucraina, dalla Francia e dagli Stati Uniti negli ultimi 25 anni, per i tre quarti voterà a favore di Netanyahu o della sua coalizione. E qui vengono citate tonnellate di “reports”, “instant books” e “white papers” per studiare il fenomeno. Chi si aspettava, infatti, un’onda lunga progressista dai nuovi arrivi è rimasto con le pive nel sacco. Il tipo di cultura politica importata, infatti, è molto “lib” (liberal) e poco “lab” (labour), perché arriva in maggioranza dall’Europa dell’Est. E, infatti, forse ci azzecca l’autorevole quotidiano Haaretz, quando titola: “Are Israel’s new immigrants keeping Netanyahu in power?”. Cioè, “Sono i nuovi immigranti a mantenere Netanyahu al potere”?

Premio al potere

La successiva analisi, minuziosa, disaggregata e con fondate basi sociologiche e culturali spiega anche perché. In sostanza, la marea degli “havit” giunge lasciando nella patria d’origine situazioni di estremo disagio. In Israele trova “corsie preferenziali”, integrazione agevolata, buona qualità della vita e tutta una serie di “benefits” che la portano a premiare chi governa, cioè lo “status quo” rappresentato dai ripetuti mandati affidati a Netanyahu. E a proposito di mani e manine che si protendono (interessatissime) per pompare la popolarità di Netanyahu, sempre su Haaretz, Chemi Shamal cita quelle di Trump e, soprattutto, quelle molto più “maestre” di Putin.

L’amico Putin più di Trump

Secondo il giornalista, la mossa di Trump per influenzare le elezioni israeliane (il riconoscimento del Golan come territorio facente amministrativamente parte intregrante dello Stato ebraico) è poco, rispetto alla mossa di Putin. Quella di restituire dopo 37 anni i poveri resti del sergente maggiore Zachary Baumel, morto in Libano nel 1982. E’ stata una dimostrazione di amicizia e di forza. Nell’immaginario collettivo la Russia è riuscita a fare ciò che era stato impossibile per gli americani: convincere Hezbollah (e quindi l’Iran) a fare un gesto che ha un significato simbolico elevatissimo. Ora, in Israele, tutti sanno che la Russia “conta”, moltissimo. Di nuovo e in tutto il Medio Oriente.

Isolazionismo Usa e Mosca

E che, a fronte dello sciaguratissimo neo-isolazionismo di Trump, forse è meglio tenersi buono il Cremlino, dialogare e abbracciarsi, per potere avere un interlocutore che riduca a più miti consigli gli ayatollah e il loro furore anti-sionista. Nelle stesse ore uno dei leader del centro-sinistra, Yair Lapid, incontrava Macron, Per fare che? Per perdere voti? Se volessimo fare un giochetto, diremmo che l’unità elementare dell’intelligenza politica è proprio il “macron”. Trump vale almeno 10 “macron”. E Putin? Pensatela come volete: freddo, astuto, antipatico, cattivo, autoritario, irascibile e non certo democratico. Ma, al momento, è proprio lui l’unico statista di caratura veramente mondiale che il pianeta si ritrova. Punto.

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