lunedì 24 giugno 2019

L’Odissea della notizia

Un Quasilibro perso per strada e risorto parzialmente sotto altra forma. Un Nonlibro modello antologia/sussidiario scolastico pensato per adolescenti e giovani curiosi, o persone ‘diversamente giovani’ per età, ma non di zucca.
Il copertina, Franz Roubau, l’assedio di Sebastopoli, 1853

L’Odissea della notizia

Fu nel 1853 in Crimea, che accadde il fattaccio. Per la prima volta, a raccontare della guerra fu chiamato un personaggio terzo, una sorta di testimone neutrale. Non un cantore al servizio del principe, non un generale-letterato o un letterato-combattente, ma un giornalista. Accadde che il Times di Londra, un giornale importante, fu sollecitato dalla regina Vittoria a dare utile enfasi a quella guerra lontana e poco popolare.
Anche allora, molte delle scelte dei giornali erano sollecitate dai potenti. Il giornalista del Times, inviato sul posto, Roger Fenton, primo reporter di guerra nella storia, fece in ogni caso il suo mestiere scrivendo della guerra di Crimea secondo la prosa di allora, con tanti paroloni ma anche con molto realismo, e tante fotografie documento. I “caduti” divennero semplicemente dei morti, le battaglie furono raccontate come scontri spesso disordinati e selvaggi, gli “arretramenti” divennero soldati che scappavano, gli ordini non erano “male intesi”, ma qualche volta semplicemente sbagliati, i comandanti non erano sempre eroici ma sovente incapaci e codardi.

Roger Fenton, il primo reporter di guerra della storia

In quel lontano 1853 si spezzò la tradizione delle guerre viste e raccontate come un “affare di famiglia”, una cosa da gestire fra addetti ai lavori, generali, principi e re, politici e mercanti. Sino allora, il contadino a cui avevano sostituito la zappa con un fucile, in guerra molto spesso moriva senza suscitare scandalo. La guerra stava nell’ordine degli eventi naturali, come la grandine, le malattie e il principe-padrone. Detto col linguaggio d’oggi, le sofferenze del soldato non facevano “notizia”. Del resto c’era stata gran cura ad insegnare a tutti i destini dell’essere “nati per soffrire”, anche se di paradiso, i principi e i ricchi cercavano di prendersene un assaggino già su questa terra.
Come in tutti i fatti umani e in tutti i cambiamenti storici, il percorso non è stato ne’ veloce, ne’ lineare. Se a partire da quel 1853 in Crimea, il narratore delle guerre sarà in genere un giornalista, gli spazi di verità restano lo stesso quelli definiti da chi i giornali li possiedono e non da chi li scrive. Lo stesso potere politico ed economico che aveva deciso le guerre in genere possedeva o controllava i giornali e qualche volta anche gli accademici di allora, incaricati di scrivere la storia.

Svoltiamo secolo e il ’900 ci regala due belle guerre mondiali. L’intero pianeta in guerra. Dal generale-letterato del Risorgimento, arrivammo così al giornalista-patriota delle trincee della Grande Guerra (1914-18), tecnico dell’informazione al seguito degli eserciti, o meglio, del “Suo esercito”. Ognuno aveva il suo fronte. I cronisti nelle due guerre mondiali vestivano spesso la divisa, avevano il grado simbolico di ufficiale, e scrivevano del “Nostro esercito”, dei “Nostri caduti”, della “Nostra avanzata”, e ovviamente del “Nemico”.
Non è che i giornalisti allora al fronte dovessero pensarla tutti allo stesso modo. Fra loro ce n’erano di bravissimi, gente come l’americano Ernest Heminguay, di cui potreste anche (forse) sentirne parlare a scuola per i bei libri che ha scritto. Il problema era che, portati per mano dai militari padroni di casa, tutti i cronisti vedevano soltanto le cose che era loro consentito di guardare. Di fatto, giornalisti sottoposti alle concessioni del Comando Generale del proprio paese, con qualcuno più curioso e bravo degli altri nello scrivere.

Le armi e le parole volano

Fenton, reporter con gli stivali

Durante il ‘900, sia nel mondo militare sia in quello giornalistico, avvenne una vera e propria rivoluzione. Le armi e le parole a quel punto del progresso tecnologico, volano. Sui campi di battaglia della prima guerra mondiale (1914-18), compaiono i primi aerei a doppia ala, intelaiatura di legno e copertura di stoffa: ricorderete (forse) il leggendario aviatore italiano Francesco Baracca. Anche le notizie, nel primo ‘900, corrono veloci attraverso le linee telegrafiche.
Nella seconda guerra mondiale (1939-45), l’aviazione è ormai l’arma vincente. Fanno persino in tempo a comparire i primi motori a reazione e i primi razzi, mentre le notizie arrivano istantaneamente attraverso la radio. Guerra e comunicazione si muovono a velocità inimmaginabili prima e sono quindi più difficilmente controllabili. I fronti di guerra si moltiplicano e con loro le possibili fonti d’informazione, non solo giornalisti ma semplici testimoni civili, e aumenta quindi la necessità di imporre la propria versione dei fatti attraverso la propaganda.

Fare propaganda vuol dire cercare di convincere a condividere o volere qualcosa per poterla dare o vendere, sia essa un’idea, un valore politico, un leader, una merce, una moda, la passione per una squadra di calcio, o le “Buone ragioni” della “Tua guerra”. Propaganda oggi è sinonimo di pubblicità, e pubblicità è sinonimo soprattutto di televisione inseguita adesso dal web. La propaganda (pubblicità) di un qualche antico Mulino c’induce a preferire un certo biscotto al posto di un altro, un’altra propaganda ci farà comprare un certo detersivo che lava sempre più bianco di qualche altro, le vittorie sportive di quella moto o quell’auto da corsa faranno sognare a tuo padre una certa autovettura e a te quel tale motociclo.
Quel dato telegiornale (se disonesto), cercherà di convincerti che quel governo è sempre Buono, oppure è sempre Cattivo, che quel dato leader è Buono e Santo oppure è Cattivo e Diavolo. Quello stesso telegiornale disonesto, fra le molte guerre in corso, ti racconterà quella che “tira di più” nelle attenzioni politiche del momento, non sulla base dei fatti che accadono, ma con l’obiettivo di convincerti a favore o contro quella guerra o quel certo schieramento politico coinvolto nella guerra.

Nel periodo storico di cui stavamo occupandoci prima, sino alla Seconda guerra mondiale, il racconto di guerra affidato al giornalismo, non aveva ancora raggiunto certe sofisticazioni “pubblicitarie” di promozione. Il “reporter di guerra” era allora una piccola rotellina nell’elefantiaco ma lento meccanismo della propaganda degli imperi al potere. Nella seconda metà del ‘900, aerei e notizie iniziarono a volare con motori a reazione, tanto veloci da poter sfuggire al controllo di chi credeva di possederli e governarli.
Quando la seconda guerra mondiale finisce, definendo il “nuovo ordine mondiale” di cui ancora oggi viviamo alcune conseguenze, ci lascia, tra l’altro, la sconvolgente novità delle Armi Assolute sia in campo politico militare che in quello della conoscenza e dell’informazione. Da un lato nasce la Bomba Atomica e dall’altro lato nasce la Televisione. Le armi definitive di distruzione di massa.
I due mondi, quello della guerra e quello dell’informazione, da allora e nel corso di tutti gli ultimi sessant’anni, stanno ancora confrontandosi con quelle novità dirompenti per il mondo, in un rapporto fra loro, a volte di sfida, e molto più spesso di complicità. Come sovente accade, quando due avversari molto potenti non riescono a prevalere uno sull’altro, tendono per necessità a mettersi d’accordo fra loro.

La televisione va alla guerra

La bomba atomica americana è sperimentata nel 1945 sulla popolazione giapponese a Hiroshima e Nagasaki, con centinaia di migliaia di morti. La televisione si esibisce in guerra, e dimostra tutta la sua potenza qualche anno dopo, sul campo di battaglia vietnamita. Le immagini dei soldati americani uccisi nelle giungle del sud est asiatico arrivano negli Stati Uniti all’ora del brekfast, e sconvolgono la sensibilità e le coscienze di cittadini altrimenti disattenti.
Quella guerra, grazie alla documentazione giornalistica e soprattutto televisiva, perde il sostegno popolare interno e internazionale, il consenso necessario al governo americano per portarla avanti, ed impone alla politica e all’apparato militare la ritirata. Prima e, temo, ultima volta in cui la potenza dell’informazione e dell’opinione pubblica vince su quella militare e del suo apparato di propaganda politica.

I generali, Sir George Brown alla battaglia di Sabastopoli

Da allora la modernità delle guerre mai dichiarate, ma combattute un po’ ovunque nel mondo, ha fatto tesoro della “lezione Vietnam”. Da allora è seguito uno stillicidio di conflitti medi e piccoli da cui i generali più accorti hanno tentato in ogni modo di tenere lontano gli occhi del mondo, e quindi di escludere o di addomesticare la testimonianza giornalistica.
Faccio alcuni nomi che forse non vi diranno molto: Grenada, Panama, Falkland-Malvinas. Sono state guerre recenti quasi invisibili, in cui i militari hanno adottato la prima “controffensiva” anti giornalistica dopo il Vietnam. Nel corso di quelle piccole guerre lontane, si è applicata la censura più facile, semplicemente impedendo o limitando per quanto possibile la presenza di giornalisti, salvo quelli disposti a raccontare soltanto le cose gradite ai generali.

Con la “guerra del golfo” contro l’Iraq di Saddam Hussein, del 1991, il mondo politico-militare che sceglie la strada della guerra per risolvere una grave crisi internazionale, chiude la partita con il mondo dell’informazione con un secco 5 a 0. “Quella del Golfo è stata una grande vittoria”, rivendica il Segretario di Stato americano James Baker, che spiega: “Come non si poteva non essere turbati alla vista di una marmaglia demoralizzata, aggirata ai fianchi e messa nel sacco dai nostri militari? Mi auguro che con il tempo la stampa si riprenderà dalla disfatta…”
Più chiaro di così non si può. Nella guerra all’Iraq del 1991, ci fu di fatto un’unica fonte giornalistica da seguire, quella degli Alleati anti-Saddam. Uniche le immagini dei bombardamenti, quelle girate da bordo dei caccia bombardieri Alleati, o quelle verdognole delle riprese notturne della televisione americana Cnn, che poi era la stessa cosa. Il mondo dell’informazione si piega allo strapotere dell’apparato politico militare e nella sua larga maggioranza, consapevolmente o no, si fa trombettiere delle nuove “guerre sante”, quelle dove c’e’ un solo “Buono assoluto” e un solo “Cattivo assoluto”.

Guerre-nonguerre, Caduti invece di morti

Di “guerre-non guerre”, in seguito n’abbiamo vissute altre. L’intervento definito “umanitario” per il Kosovo contro la Jugoslavia di Milosevic, “l’azione di polizia internazionale” contro il terrorismo di Osama bin Laden in Afghanistan. In ognuno di questi casi, il potere politico militare ha cercato di ridurre il ruolo dell’informazione all’esaltazione degli obiettivi “nobili” del conflitto.
“Idealpolitik”, la definiscono i generali: mutande con cui coprire le vergogne delle guerre, la “realpolitik” di distruzioni, morti e mutilazioni. Un po’ come una caramella medicinale dal gusto pestilenziale che per farcela ingoiare ce la confezionano con tanto zucchero sopra e la incartano con bei colori. Un altro giochetto di prestigio, abbiamo già visto, avviene con le parole. “Conflitto”, “Azione d’interposizione”, “Intervento armato”, “Azione di polizia internazionale”, “Pacificazione armata”, “Difesa attiva”. Tutto pur di non usare la semplice ma inquietante parola “Guerra”.
Nelle guerre di una volta (prima della televisione), i morti erano chiamati “Caduti”. Forse perché il soldato vivo sta in piedi e quando è colpito “cade”, mentre i comuni mortali, solitamente lasciano la vita dal loro letto, quindi già stesi. Tutti abbiamo nella nostra città un “Monumento ai caduti”, che dunque non è altro che il monumento ai morti in guerra. Anche la parola “Morti”, ogni volta che è possibile, nel racconto di guerra addomesticato è da evitare. Si suggeriscono, “perdite”, “vittime amiche”, “danni collaterali”.

Quando i ‘Caduti’ diventano morti.

Quando i morti si concentrano in un unico obiettivo colpito scatta il dramma lessicale. Massacro, strage, ecatombe? Quanti morti per un “massacro” e quanti ne servono per salire alla categoria di strage o di ecatombe? Un’intera famiglia con bambini sterminata è un massacro o un semplice “episodio tragico”? Recentemente, finito come al solito al centro di polemiche giornalistico-politiche sulla guerra in Libano, ho assistito all’allucinante contestazione attorno al numero di morti civili a Qana, villaggio del sud del Libano, di cui ho già accennato. Almeno cinquanta morti dicemmo quel 30 luglio, tra cui decine e decine di bambini. Nessuno di noi, confesso, andò a fare la conta esatta all’obitorio. Poi, si scoprì che i corpi recuperati dalle macerie erano 28, ed i bambini uccisi 13. “Soltanto” 13, avremmo forse dovuto precisare rispetto alla “qualche decina” dichiarata prima? Contabilità da becchini.
Attraverso la televisione, oggi qualcuno ci racconta che i buoni usano sempre bombe “intelligenti” che, appunto perché tali, sanno cosa devono colpire e non possono uccidere degli innocenti. Bugia. L’aviazione americana, dopo i tre mesi di bombardamenti sulla Jugoslavia, ha rivelato di aver usato soltanto l’otto per cento di “bombe intelligenti”. Quando esce fuori una bomba deficiente (una delle novantadue del mazzo di cento), che colpisce una casa o un ospedale, quei morti innocenti finiscono contabilizzati fra gli “effetti collaterali”, incidenti di percorso di una guerra tecnologica e sempre a fin di bene.

L’informazione in guerra, dicevamo prima, quando non è arruolata o complice, è tendenzialmente esclusa dal campo di battaglia, come sta accadendo quotidianamente nel conflitto fra Israele e i palestinesi. Di quella guerra, al telegiornale vediamo in genere soltanto i funerali dei palestinesi uccisi e le devastazioni degli attentati che hanno colpito gli israeliani. La quotidianità di quella vita impossibile per gli uni e per gli altri, non trova in genere spazio nella scaletta del telegiornale e nella disponibilità militare a farcela vedere.
Il campo di battaglia, del resto, è il “posto di lavoro” dei militari, in cui i “borghesi” che fanno giornalismo scritto e quelli che lo fanno parlando ad un microfono o di fronte ad una telecamera, possono essere soltanto ospiti. Storia legata alla nostra modernità? Niente affatto vero. Per dimostrarvelo, ricomincio da capo, da Omero e dai “giornalisti” di alcune migliaia di anni fa. Prossimo capitolo.

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