lunedì 27 maggio 2019

Quando il potere è invisibile, il nemico è il più povero

Riflessioni su Shakespeare e dintorni, sei secoli dopo. Potere apodittico e poveracci che non sanno come prendere le armi contro un mare di guai. Della lamentela e delle chat.

Il potere, quello vero, è un vento dolce. Invisibile ed efficace. Agisce senza prendere le armi in pugno, con quel cinismo sorridente e ineluttabile che non sfiora le coscienze, le lascia intatte in un mare di certezza assolute. In verità un mare di dubbi, angosce e paure che si sciolgono in certezze assolute. In qualcosa che attiene al dogma esistenziale e che contiene all’interno il suo contrario. Certezze sul punto di schiudersi. Che danno sollievo e ansia. Che ci convincono che non esista altra possibilità se non questa in cui viviamo rinchiusi.
Vento dolce che porta l’eco flautato dei diritti del più forte. Innegabilmente ricolmi di un fascino elegante che traccia modelli. Il potere è apodittico, non ha bisogno di dimostrazioni, è evidente di per sé. È contro la storia, perché la storia crea contraddizioni. E contro il futuro perché anima il dubbio vero. Vive e agisce in un presente costante dove tutto avviene senza prospettiva e senza radici nella memoria. Se così non fosse, non esisterebbe.

Morire, dormire. Così fa dire Shakespeare ad Amleto. Quando uno dovrebbe prendere le armi contro un mare di guai e, combattendo, annientarli. Già, perché il nemico che si para davanti è talmente indecifrabile da creare a ogni passo una rassicurazione. È invisibile, se ne percepiscono gli effetti, ma non si coglie la causa. Corriamo dietro ai mille rivoli che mediaticamente affiorano, sentiamo crescere livore e indifferenza. Paura e incapacità di decifrarne il senso, di cogliere se quella paura è reale o meno. Ci sfugge l’origine dei nostri guai.

In questi giorni mi colpisce molto vedere quanto sia efficace il fascino elegante e suadente della ricchezza, modello regale da sognare imbambolati, mentre fuori la vita offre lo spettacolo feroce dell’ingiustizia e della stupidità, declinata in mille modi. Le barricate contro gli zingari, i raid contro gli stranieri, l’insieme delle trasmissioni televisive che mattoncino dopo mattoncino, stanno costruendo una mentalità xenofoba, razzista, feroce. Istigando all’odio per il diverso, per il povero, per chi è meno fortunato.

Sarebbe bello fermarsi e riflettere. Invece di condividere le frasi famose, pensare a che cosa possano voler dire. Ce n’è una che mi ronza nella testa in questi giorni: segui il denaro. La diceva Falcone parlando della mafia: se vuoi capire come funziona quel sistema, devi seguire la traccia dei soldi. Ma è così ovunque. Nelle scelte politiche, in quelle urbanistiche. Nei piccoli centri, nelle scelte del governo centrale. Un modo di vedere il re nudo.

In una serata di teatro che ho seguito in questi giorni un teatrante, Alessandro Balestrieri, mettendo insieme le frasi del popolo del Coriolano di Shakespeare, ne trae un monologo intenso e feroce. Uno specchio del potere visto attraverso i secoli. Da una parte i potenti, spietati e furbi, ricchi e cinici. Dall’altra i poveri, anzi i poveracci. In balia dei venti del tempo, dell’ingiustizia e della sopraffazione. Da una parte gli sfruttati, dall’altra gli sfruttatori. Da una parte il bene comune, dall’altra il profitto privato. Segui i soldi vuol dire decifra la realtà con senso critico, cercando di capire come il flusso mediatico e flautato possa annullare differenze ed evitare accuratamente di porre in evidenza le contraddizioni reali.

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