martedì 20 Agosto 2019

Turchia, eppur si muove: Erdogan neo Califfo perde Ankara e altro

Turchia, ½ sconfitta per Erdogan, Ankara laica e Istanbul contesa. Ma sindaci eletti destituiti se «legati al terrorismo». L’ambiguo «dopoguerra» dell’erede del Califfato. Da un Califfo all’altro, tracce equivoche.

ISTANBUL, L’UMILIAZIONE DI ERDOGAN
VINCE IL CANDIDATO DELL’OPPOSIZIONE
Dati ufficiali dell’agenzia statale Anadolu, lunedì 1à aprile, pomeriggio: il candidato sindaco dell’opposizione vince con 25 mila voti contro l’ex premier Yildirim dell’Akp di Erdogan, ridotto a partito delle campagne dopo le sconfitte ad Ankara e Smirne. «Chi vince Istanbul vince tutta la Turchia» aveva azzardato l’onnipresente Erdogan televisivo a perdere

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Ankara ai kemalisti, Istanbul contesa

Turchia, eppur si muove: Erdogan neo Califfo perde Ankara e altro
«Chi vince Istanbul vince tutta la Turchia» aveva azzardato l’onnipresente Erdogan su televisioni e comizi a raffica nella città in cui ha iniziato la sua carriera politica da sindaco. Profezia del malaugurio per lui. 5 mila voti di differenza e riconteggio tra il suo protetto e il socialdemocratico avversario. Peggio ad Ankara dove Mansur Yavas, un avvocato kemalista (dall’accantonato Padre della Patria Kemal Ataturk), ha vinto col 50% dei voti sul fedelissimo del presidente. A livello nazionale l’Akp è ancora il primo partito con circa il 45% ma grazie al 6% ottenuto dagli alleati nazionalisti del Mhp. Il socialdemocratico Chp sopra il 30%. All’opposizione anche Smirne, terza città turca e tradizionale roccaforte laica.

Alla coalizione di governo, destra islamica e nazionalista, battuta su tutta la fascia mediterranea, Adana e Antalya, centri chiave per l’economia e il turismo. Anche i curdi, che si erano concentrati sul sud-est del Paese, si riprendono molte città, compresa la loro capitale Diyarbakir, commissariata dal governo con un centinaio di altri Comuni per presunti legami con il Pkk. E per la prima volta nella storia turca, un capoluogo di provincia -Tunceli, nell’est – sarà guidato da un comunista. Il voto è stato accompagnato da gravi episodi di violenza soprattutto nel sud-est del Paese, con almeno quattro morti e decine di feriti.

Sindaci eletti destituiti se «legati al terrorismo»

Erdogan che la sconfitta temeva e la sua Turchia sempre più galera. L’esito delle urne ribaltato già domani da una decisione del governo: il sindaco eletto destituito per accuse varie, e al suo posto un commissario scelto dalla presidenza della repubblica. È già accaduto 68 volte, negli ultimi due anni. Lui, l’Onnipresente Erdogan, ha richiamato alla difesa della patria e della tradizione religiosa della nazione, sventolando il massacro di musulmani in nuova Zelanda, fantasma di anti islamismo. E la promessa del ritorno di Santa Sofia, basilica cristiana di Costantinopoli, museo dal 1935 con Ataturk, presto forse nuovamente moschea.

Parlare di Nuova Zelanda e Santa Sofia per evitare altro. L’economia turca -ad esempio- che traballa pericolosamente. La crescita è scesa dal +7,4% al +2,6% in un anno, e di fatto la Turchia è in recessione tecnica (i numeri politico economici in Italia si trasformano, chi sa perché). Inflazione oltre il 20%, disoccupazione al 13,5%, quella giovanile il 24,9%. Per i vertici del partito personale di Erdogan, l’Akp, questi numeri sarebbero frutto del terrorismo economico di cui la Turchia è bersaglio: capitalismo globale contro nazional populismo autoritario e demagogico di Erdogan.

Ambiguo «dopoguerra» dell’erede del Califfato

L’Ue che tace sulla repressione dell’opposizione e dei curdi, sulle centinaia di migliaia di persone in carcere dopo il fallito golpe del 15 luglio 2016, sui giornalisti dietro le sbarre, mentre la Turchia di Erdogan raccoglie la bandiera delle istanze islamiste dalle rovine dell’Isis, osserva Alberto Negri, che lo definisce «L’erede della sconfitta del Califfo Al Baghadi». L’altro Califfo, un po’ meno truce, a fare cosa? La questione di profughi siriani, ad esempio, ma anche quella del Golan e di Gerusalemme.

«Erdogan leader perché l’Europa non si oppone davvero al riconoscimento americano di Gerusalemme capitale dello stato ebraico o all’annessione del Golan, contro ogni risoluzione dell’Onu». Europa che si divide e Romania vergogna alla presidenza di turno Ue, che si accoda alle decisioni americane. Europa che dice poco, sulla repressione dell’opposizione in Turchia, sulle centinaia di migliaia di persone in carcere dopo il fallito golpe del 15 luglio 2016, sui politici, giornalisti e intellettuali dietro le sbarre con condanne all’ergastolo, sui curdi in Turchia e in Siria.

Da un Califfo all’altro, tracce equivoche

Memento (sempre Negri sul Manifesto), il racconto dell’ambasciatore del Califfato Abu Mansour al Maghrabi, un ingegnere marocchino che arrivò in Siria nel 2013. «Il mio lavoro era ricevere i foreign fighters in Turchia, pagare il network locale per i trasferimenti e tenere d’occhio il confine turco-siriano, C’erano degli accordi tra l’intelligence della Turchia e l’Isis. Mi incontravo direttamente con il Mit, i servizi di sicurezza turchi e anche con rappresentanti delle forze armate. La maggior parte delle riunioni si svolgevano in posti di frontiera, altre volte a Gaziantep o ad Ankara. Ma i loro agenti stavano anche con noi, dentro al Califfato». L’Isis, racconta Mansour, era nel Nord della Siria e Ankara puntava a controllare la frontiera con Siria e Iraq, da Kessab a Mosul: era funzionale ai piani anti-curdi di Erdogan e alla sua ambizione di inglobare Aleppo.

E quando il Califfato, dopo la caduta di Mosul, ha negoziato nel 2014 con Erdogan il rilascio dei diplomatici turchi ha ottenuto in cambio a scarcerazione di 500 jihadisti per combattere nel Siraq. «La Turchia proteggeva la nostra retrovia per 300 chilometri: avevamo una strada sempre aperta per far curare i feriti e avere rifornimenti di ogni tipo, mentre noi vendevamo la maggior parte del nostro petrolio in Turchia e un quantitativo inferiore anche ad Assad». Mansour per il suo ruolo era asceso al titolo di emiro nelle gerarchie del Califfato. «Erdogan, con le sue aspirazioni islamiste, ha lavorato con noi mano nella mano», dice Mansour dalla carceri irachene. Istruttivo vero?

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